ONG 2.0: il futuro della cooperazione allo sviluppo

Per la prima volta su Fundraising Now! riporto integralmente un articolo tratto da un altro sito (ovviamente dietro permesso). I motivi sono molteplici e non da ultimo c’è sicuramente il fatto che l’articolo riporta anche un’intervista al sottoscritto. Ma il motivo principale è che questo pezzo parla di innovazione, di cambiamento, di futuro nel mondo della cooperazione allo sviluppo e lo fa con competenza, capacità d’analisi e visione, tutte doti che, come ho imparato negli ultimi mesi, appartengono alla sua autrice: Silvia Pochettino.

A voi la lettura e il consiglio di non perdere il prossimo numero di VPS sulla “Cooperazione al futuro”. Qui l’articolo originale e il sito.

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Creazione di reti intercontinentali, personale reclutato in loco, coinvolgimento delle aziende profit nella governance delle associazioni, iniziative on line e utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione: ben lungi dall’essere arrivata al canto del cigno, la cooperazione internazionale non governativa vede oggi aprirsi davanti a sé uno scenario nuovo, tutto da esplorare. Pubblichiamo in anteprima l’articolo di apertura del numero speciale di VpS su la “Cooperazione al futuro” di prossima uscita

di Silvia Pochettino

Che si sia conclusa un’epoca storica della cooperazione internazionale dell’Italia è un dato di fatto. Il taglio drastico dei finanziamenti del Ministero affari esteri per gli aiuti allo sviluppo, decurtati dell’88% tra il 2008 e il 2012, ne è un segnale chiaro. Ma non solo. L’acuirsi di crisi nuove, la nascita di nuovi soggetti attivi della società civile nei Sud, lo sviluppo rapidissimo delle tecnologie della comunicazione, anche nei paesi in via di sviluppo, sono elementi che decretano la fine di un certo modo di fare cooperazione. Questo però non significa la morte delle ong. Anzi.
In un mondo in crisi formule nuove di alleanza e solidarietà transnazionale potranno diventare sempre più significative. Quello che ci sta davanti è uno scenario nuovo tutto da esplorare e solo chi sarà rapido, flessibile e disponibile al cambiamento potrà scoprire nuove dimensioni della cooperazione, magari anche più interessanti e appaganti di quelle passate.
Questo in sintesi sembra emergere raccogliendo le opinioni degli operatori del settore, dalle grandi ong internazionali ai piccoli partner locali sul terreno.

L’internazionalizzazione
«Il primo cambiamento imprescindibile per la cooperazione non governativa del futuro è l’internazionalizzazione delle ong» sostiene Daniel Verger, direttore di Coordination Sud, coordinamento delle ong francesi di cooperazione. Ong puramente nazionali in un contesto fortemente interconnesso, in cui le nuove tecnologie della comunicazione rendono sempre più facili i contatti continui, non sembrano avere più senso. «Le ong estendono la loro attività partecipando a reti internazionali o aprendo uffici nei paesi partner, il che è coerente anche con la distribuzione dei fondi sempre più decentrati nei paesi del Sud». Ma attenzione, non si tratta di diventare colossi della solidarietà, si può restare strutture agili e snelle, piccole realtà ma capaci di connettersi con il resto del pianeta e fare rete.

Dello stesso avviso Marco Rotelli, segretario generale di Intersosche pone l’accento soprattutto sulla nascita di soggetti sempre più preparati e competenti nel Sud del mondo: «L’elemento di novità negli ultimi anni è l’innalzamento di competenza delle organizzazioni di società civile dei paesi emergenti. Ne è stata conferma il dibattito all’interno di “Development effectivess”, il processo che da due anni ha messo insieme piattaforme nazionali di ong per ridefinire le priorità e la qualità dell’aiuto. Gli stimoli più interessanti sono arrivati proprio dai paesi del Sud, a riprova di una consolidata capacità di promuovere attività di sviluppo sul proprio territorio e a livello regionale». In generale, secondo Rotelli, «è necessario cominciare a dotarsi di personale dei paesi del Sud dentro la struttura stessa delle ong, non solo a livello esecutivo ma di leadership». E chiarisce: «Non intendo assumere il tecnico che ha sempre vissuto nel villaggio dove vogliamo intervenire, ma personale “internazionale” del Sud, esperti di cooperazione che dal Sud vadano a lavorare in altri paesi del Sud apportando competenze, esperienze e visioni diverse dello sviluppo». Insomma le ong del futuro dovranno essere internazionali non tanto come sedi e forma giuridica, ma come mentalità e governance interna. Il fatto di utilizzare soprattutto fondi del ministero italiano era in passato una limitazione forte, perché il volontario o il cooperante dovevano essere italiani.

Una nuova governance
Riguardo la governance è più radicale Paolo Ferrara, responsabile comunicazione e raccolta fondi di Terre des Hommes Italia, con un passato a Survival international e Cbm: «C’è una grande lentezza delle organizzazioni italiane nel cambiare. Laddove le ong sono state fondate in modo più “aziendalistico” ingenere le evoluzioni sono più rapide. Ma la complessità culturale delle associazioni italiane pone spesso un freno ai cambiamenti, soprattutto organizzativi e manageriali». Secondo Ferrara è proprio la governance delle ong che deve cambiare, non solo gli strumenti utilizzati: «Pochi in Italia, ad es., hanno lavorato seriamente sulle partnership pubblico e privato. Non si tratta solo di cercare le aziende per chiedere soldi, ma di coinvolgerle nella formulazione dei progetti valorizzando le competenze specifiche di ciascuno». Esempi? Mercy corps ad Haiti in partenariato con società di telecomunicazioni e banche ha creato un sistema di mobile banking, fondamentale di fronte all’estrema pericolosità delle transazioni in moneta, oppure Medecins sens Frontières ha fatto alleanze con case farmaceutiche per la produzione di farmaci generici. «Se vogliamo fare sviluppo dobbiamo ricordare che tra gli attori dello sviluppo ci sono proprio le aziende. Piaccia o no, sono un attore decisivo nel definire la filiera di sostenibilità, il livello dei salari, il rispetto ambientale» continua Ferrara, «ma il vero cambiamento dovrebbe andare al di là delle alleanze, per trasporsi nella struttura stessa delle ong, “partecipate” al loro interno da aziende e istituzioni». Esempio famoso in tal senso è la statunitense Charity water, giovane ong nata da un gruppo misto profit e no profit, con particolari competenze nella comunicazione, che ha raggiunto in pochi anni risultati sorprendenti. «Dobbiamo superare il manicheismo buoni-cattivi» dice Ferrara, «non siamo gli unici a poter dare risposte ai bisogni dei pvs».

Recuperare le relazioni

In questa linea una realtà molto innovativa è Kiva.org, che sostiene con il microcredito on line piccoli imprenditori nel Sud («e i fondatori sono manager di ebay e pay pall» fa notare Ferrara). Fondata nel 2005, ha raccolto 264 milioni di $ di prestiti da oltre 650 mila donatori e ha una rete di 147 partner con 450 volontari in 61 paesi del mondo. La formula è semplice ma rivoluzionaria: la persona in difficoltà spiega la sua storia e il suo progetto imprenditoriale on line ed entra in contatto “diretto“ con il donatore che gli fa un piccolo prestito di 25 $. Sul sito vengono messi costanti aggiornamenti prima sull’andamento del prestito raccolto e poi sull’attività realizzata, finché il beneficiario restituisce il prestito. Anche se Kiva lavora con 147 partner sul terreno tra cui istituti di microcredito e banche, l’elemento vincente è la trasparenza. Il rapporto tra persone. Attraverso il racconto della singola esperienza di vita e di un progetto concreto in cui è il beneficiario stesso a decidere come migliorare la propria condizione, la mediazione è ridotta all’osso, mentre si alimenta il protagonismo del donatore. Tutto questo semplicemente grazie a un uso sapiente del web e del fare rete.
«La capacità di comunicazione con le persone e una maggiore trasparenza è l’altro grande elemento di rinnovamento necessario alle ong del futuro» sostiene Daniel Verger di Coordination Sud, «non perché i fondi delle ong non siano controllati, anzi, è forse il settore più controllato al mondo. Un’ong di media grandezza in Francia riceve anche 30 audit all’anno. Quel che va migliorato è la capacità di render conto alla gente del proprio operato».

Trasparenza e lobbying
Ecco allora che la capacità di padroneggiare le nuove tecnologie di comunicazione può diventare vincente. Perché non si tratta solo di strumenti tecnici ma di espressioni di una mentalità nuova. Il web 2.0 è uno spazio di dialogo sociale, per le ong in particolare è un’occasione per riacquistare un rapporto con il territorio inteso in senso nuovo. Sia nel loro paese di origine, sia nei paesi dove realizzano progetti. Social network, blog, wiki, a patto di essere usati bene, permettono di mantenere un contatto in tempo reale con i propri soci e sostenitori, aggiornare quotidianamente sull’andamento delle attività, promuovere campagne virali per diffondere messaggi, trasformare i proprio lettori in attivisti.

Secondo il Center of the digital future della University of Southern California, l’81% dei membri delle comunità on line partecipano a una causa sociale. E non si tratta solo di “click attivismo” come talora è definita la propensione a cliccare dappertutto e non impegnarsi in niente. E’ ormai dimostrato che c’è una relazione diretta tra l’attivismo on line e quello off line. Dai casi della primavera araba, che ha riempito le piazze fino a far cadere i dittatori al potere grazie alla possibilità delle persone di scambiarsi informazioni in tempo reale su twitter e facebook scavalcando la censura dei media, fino alle esperienze piccole ma significative delle ong in Italia, come Terres des Hommes che ha lanciato un’asta fotografica su facebook, coinvolgendo i 10 blogger più famosi d’Italia, ed è finita in un locale di Milano con migliaia di persone che hanno donato fondi all’associazione. O il Cefa di Bologna che, raccontando giorno dopo giorno su Fb l’andamento del suo progetto Africa Milk projet, ha raccolto 9830 fan molti dei quali hanno partecipato alla maratona di solidarietà che l’ong ha organizzato il 9 maggio 2010.
La capacità di mobilitare le persone diventa sempre più fondamentale anche in relazione all’importanza dell’attività di lobbying presso i decisori politici da parte delle ong, «elemento fondamentale per dare risposta alla complessità delle questioni dello sviluppo» sostiene Verger. «Non ha senso oggi compiere azioni isolate nei pvs se non accompagnate da un lavoro per cambiare i meccanismi internazionali all’origine dei problemi. Ce lo chiedono da tempo i partner del Sud».

Dal profiling al crowdsourcing
I nuovi strumenti della comunicazione possono cambiare il modo stesso di fare progetti.

«Una cosa fondamentale che oggi le nuove tecnologie permettono è avere i dati iniziali su cui calcolare l’impatto dell’azione umanitaria o di cooperazione» spiega Marco Rotelli. Molte ong stanno lavorando per far sì che l’accuratezza del dato di partenza permetta di ottimizzare le risorse e fare una valutazione significativa dell’impatto». E’ il cosiddetto “profiling” (fotografia iniziale di realtà dove si va a operare) che ad es. Intersos ha realizzato in Darfur e Pakistan usando una mappatura web Gis (Geographic information system) per monitorare il flusso dei profughi, analizzando in tempo reale il rapporto tra servizi disponibili e numero di persone che si spostavano. Informazioni che hanno interessato tutta la comunità internazionale presente in quei paesi, permettendo di affinare la qualità dell’aiuto, capire dove fare interventi e quali. «Quanto più le risorse sono scarse, tanto più è fondamentale il coordinamento tra gli operatori, per evitare duplicazioni e sprechi» dice Rotelli.
Più complesso, ma non impossibile, il lavoro per i programmi di sviluppo di lunga durata, interessante ad esempio il sistema attuato in Benin per monitorare le violenze sui bambini integrando FrontlineSms e Ushahidi, sistemi open source (ideati da programmatori kenyoti) che permettono di “trasformare” i cellulari anche di prima generazione in terminali del computer raccogliendo segnalazioni in crowdfunding ( raccolta di informazioni da tutta una comunità grazie ad appelli pubblici) elaborate in tempo reale e connesse poi con le forze dell’ordine o i servizi di protezione dell’infanzia. Oppure l’esperienza di Haiti Aid Map, mappatura di tutti i progetti di ricostruzione e sviluppo ad Haiti nel post emergenza. Proprio l’esperienza di Haiti è stata fondamentale durante il sisma per l’utilizzo da parte della popolazione locale delle tecnologie più creative per comunicare, integrando in modo spontaneo sms, programmi radio e Ushahidi stesso (vedi articolo pag 48) tanto da portare Imogen Wall, ricercatore di Infosaid, a dichiarare: «Spesso le popolazioni locali usano le nuove tecnologie in modo più spontaneo degli operatori internazionali: questi ultimi devono trattare i partner locali e la loro capacità tecnica alla pari, e connettersi ai sistemi già esistenti prima di pensare di crearne di nuovi»

Filantropia online: come cambia il nostro modo di donare

by: http://flickr.com/photos/farol/

Internet sta cambiando in maniera significativa sia la quantità che la qualità delle risorse per lo sviluppo umano. E lo sta facendo soprattutto attraverso quello che qui ho definito più volte come fundraising 2.0.

Niente di nuovo, credo, per i lettori di Fundraising Now!, ma è interessante rilevare l’approccio dell’ultima ricerca di Keystone, che conferma l’ineludibile tendenza attraverso lo studio comparato di 24 “mercati filantropici online”.

Online philanthropy markets: Also referred to in this study as
‘online social investment markets’, ‘markets’, ‘online giving
platforms’, or ‘platforms’, these websites offer a framework
through which small, individual donors can connect with
charitable citizen-led organisations all over the world to share
their time, expertise, or money. Givers can donate money or time to one or several ‘offerings’ through the same market and, on some occasions, return to the site to receive reports on the offering’s progress. Feedback from websites’ representatives indicated that ‘platform’ was currently
a term favoured over ‘market’

 

I “marketplace” solidali, sono una delle grandi novità di questi anni: piattaforme in grado di incrociare la domanda di tempo, competenze e risorse economiche da parte di micro-imprenditori e organizzazioni non profit che ne hanno bisogno, con l’offerta da parte di aziende e cittadini che ne dispongono.

La ricerca prova ad analizzarli partendo da 4 domande chiave:

>
i mercati sono solo un mezzo per offrire aiuti di breve periodo o possono costituire uno strumento per sostenere uno sviluppo sostenibile?

> esistono strumenti per misurare l’impatto degli investimenti effettuati tramite questi mercati filantropoci?

> le opportunità di investimento vengono presentate in modo da creare una larga base di donatori e una relazione di lungo periodo con i donatori?

> come possono influenzare positivamente il modo in cui i vari “costituenti” (investitori, intermediari e beneficiari) dialogano tra loro e apprendono reciprocamente?

La sfida, secondo Keystone, può essere vinta, purché:

> si mettano in condizione i donatori di diventare veri e propri investitori nel cambiamento sociale;

> si mettano in condizione i beneficiari di mostrare i risultati del loro lavoro attraverso report continuativi, credibili, accessibili e coinvolgenti;

> le organizzazioni arricchiscano il modo con cui interagiscono con i loro sostenitori attraverso gli strumenti partecipativi del web 2.0;

> si costruiscano delle vere e proprie comunità virtuali, in grado di costruire relazioni continuative tra persone in grado di cambiare il mondo attorno a idee e cause in cui possano credere;

> unire i donatori e i beneficiari dei progetti, attraverso gli strumenti del web 2.0

Una sfida per cui sembrano pronte soprattutto quelle piattaforme in grado di passare da un approccio neutrale a un approccio “engaged“.

Ma cosa significa essere “engaged” per una piattaforma di filantropia online?

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Personal fundraising: anche paypal ha lanciato il suo widget

PayPal badge

Che il personal fundraising sia diventato, almeno in USA e UK, un fenomeno di massa, per chi segue questo blog o quello di Francesco Santini credo non dovrebbe essere più un mistero.

I widget, o badge, si espandono a macchia d’olio e, insieme a questi, crescono i Social Network dedicati al fundraising e al volontariato online.

L’ultima novità, però, è di quelle che risuona in modo fragoroso ed è la nascita di un widget per la raccolta fondi targato Paypal.

La notizia in sè non dovrebbe stupire. La maggior parte dei widget (o meglio, direi tutti) si interfaccia con Paypal e in più di un’occasione mi è capitato di sottolineare con colleghi e amici che il partner ideale per una campagna di raccolta fondi virale sarebbe stato proprio Paypal (che, lo ricordo, è una società del gruppo eBay, a sua volta proprietario di Skype). Ma quello che sembra ovvio non sempre si avvera.

PayPal MySpa

Questa volta, invece, la società fondata da Pierre Omidyar sembra aver voluto rispondere alle attese e dalla pancia del gigante dei pagamenti online è nato un nuovo strumento di raccolta fondi che si annuncia davvero interessante, per almeno cinque motivi:

– colma un vuoto all’interno del più grande Social Network del mondo, My Space;

– sfrutta l’esperienza maturata nel non profit da uomini provenienti proprio da PayPal, come il presidente di Kiva, Premal Shah, ex product manager della società;

– pur essendo in fase beta, già offre una serie di tools interessanti, come la possibilità di vedere quali sono i membri del network che hanno già aderito alla causa o attraverso una donazione o pubblicando il widget (una risposta al project agape di Facebook, tanto per intenderci);

– come in ogni fase beta che si rispetti, Paypal sembra aperta ad accettare qualsiasi suggerimento, perciò possiamo aspettarci che il widget migliori ancora;

– il fatto di essere sviluppata all’interno dei laboratori del leader dei pagamenti online dovrebbe garantire all’intero progetto l’esperienza e il supporto tecnologico ed economico necessari per crescere (anche perché Google Checkout è un concorrente più che temibile).

PayPal Kiva

In attesa che il widget di PayPal sbarchi anche in Italia, vi invito a vederlo all’opera su:
Kiva su MySpace: http://www.myspace.com/kivaloans

The One campaign su MySpace http://www.myspace.com/theonecampaign

Altri esempi li trovate sullo spazio di PayPal su MySpace: http://myspace.com/paypal

Oppure potete dare un’occhiata, e contribuire, anche usando un widget un po’ più tradizionale, quello di ChipIn, che da oggi campeggia nella pagina di Terre des hommes Italia su MySpace.

Prestiti, non donazioni. La rivoluzione di Kiva corre sul web.

Kiva header

In diverse occasioni mi è capitato di parlare del fenomeno Kiva e diversi dei lettori di Fundraising Now! (almeno, tutti quelli che conosco personalmente) sanno di cosa sto parlando.

Eppure, guardando ai miei post passati, mi sono reso conto che su questo blog di Kiva ho parlato solo una volta, in un pezzo in cui passavo in rassegna i primi dieci posti dello Smartest Org Award. Kiva, tanto per la cronaca, nella classifica si era classificata seconda, preceduta dalla campagna “balene” di Greenpeace.

Ma cos’è Kiva? E perché ne parlo solo adesso?

Una domanda per volta, please. E allora, cos’è Kiva? Io la definirei come una piattaforma che consente di mettere in relazione diretta un prestatore di denaro (normalmente situato nel nord del mondo) e un piccolo imprenditore del sud del mondo che abbia presentato un progetto attraverso un’istituzione di microcredito.

Come spiega lo specchietto riassuntivo qui in basso, i soggetti coinvolti sono 4:

Loan Cycle

– il prestatore di denaro (a cui viene richiesta una cifra minima di 25 euro). Del prestatore, novità assoluta, viene presentata una scheda dettagliata, associata agli “imprenditori” (beneficiari) a cui è stato associato il suo prestito;
– il beneficiario, ossia un imprenditore che abbia presentato un progetto per cui sia necessario trovare un finanziamento. Del beneficiario viene presentata una scheda dettagliata con l’idea di business e la situazione familiare, insieme all’importo richiesto;
– il partner locale, ossia l’istituzione di microcredito che fa da intermediaria sul campo. Anche del partner locale viene presentata una dettagliata scheda;
kiva, il portale che mette in relazione tutti questi soggetti, attraverso una piattaforma pensata all’insegna della massima semplicità e trasparenza.

Attenzione, a differenza di quello che avviene per qualsiasi altra associazione non profit il prestatore qui non è un donatore, ma un vero e proprio investitore di denaro al quale, al termine del progetto, verranno restituiti i soldi (ovviamente senza interessi e con la possibilità di reinvestirli).

Insomma, Kiva non è di per sé un’istituzione benefica in senso classico. Non fa carità. Fa semplicemente incontrare, come qualsiasi incubatore, chi detiene il capitale e chi ha le idee.

Kiva imprenditore

Una rivoluzione, se vista dal nord del mondo, dove al massimo, pur parlando di microcredito, il ruolo dei nostri sostenitori era solo quello di semplici donatori, a cui al massimo era l’ente non profit occidentale a dover rendicontare (spesso in modo vago) i risultati raggiunti.

Ma le rivoluzioni non finiscono qui. Kiva, che è nata nel 2004 dall’ispirazione di uno dei manager di TiVo, ha da subito capito il ruolo fondamentale di Internet.

Il sito, come detto, è all’insegna della trasparenza assoluta. E’ usabile ed è costruito per stimolare in ogni momento l’approfondimento e l’interazione, usando in maniera innovativa una piattaforma nata per l’ecommerce.
Kiva widgetNon solo, kiva è stata una delle prime organizzazioni a dotarsi di un blog e tra le primissime ad avere un proprio widget in javascript. Un widget che in qualsiasi momento vi terrà informati sull’importo raccolto dal “vostro” imprenditore, fino a che non saranno stati raccolti tutti i soldi necessari.

Kiva si è avvalsa, inoltre, sia del programma Google Grants che della collaborazione di Yahoo, MySpace e YouTube che nr hanno disseminato le sue campagne per tutto il web.

Kiva risultatiInsomma, un’organizzazione che, a partire dall’idea (che l’ha proiettata sui principali media americani) fino all’implementazione (che ne ha reso una delle protagoniste assolute sul web americano) sembra non aver sbagliato nulla e i risultati si vedono, visto che a oggi ha raccolto oltre 11 milioni di dollari sostenendo più di 117.000 imprenditori locali.

Ma allora perché parlarne oggi? L’occasione, ancora una volta, è un post di Beth Kanter che navigando su Second Life ha intervistato la coordinatrice dei gruppi di volontari di Kiva nel metaverso, Julia Bailey.

Ne viene fuori un’estrema consapevolezza del mezzo, una strategia chiara e determinata che vede in Internet (e nelle sue tante facce) un elemento centrale della comunicazione, ma mai disgiunto da un approccio integrato a tutti gli altri mezzi, e l’idea precisa che ormai il volontariato non si fa solo nelle piazze reali, ma anche in quelle virtuali.

Ma questo, e tanto altro, lo troverete nell’intervista di Beth Kanter che vi invito a leggere qui. Buona lettura e, mi raccomando, non dimenticatevi di passare a fare una visita e magari anche a investire i vostri soldi su Kiva.org