Fundraising, tra storia e cambiamento

Qualche giorno fa ho partecipato a un evento organizzato dall’Ordine dei Commercialisti di Milano dove ho parlato di fundraising davanti a una platea composta da professionisti e responsabili di organizzazioni non profit.

L’esperienza è stata davvero bella e per una serie di ragioni.

Intanto perché mi ha permesso di ripensare, anche in chiave prospettica, al mio lavoro e ad alcune delle sollecitazioni che in questi mesi sono emerse dalla lettura di vari blog (cito al volo quelli di Elena Zanella, Riccardo Friede e Raffaele Piccilli… vi leggo quando posso… anche se sembro assente 😉 ) e, soprattutto, dal meraviglioso lavoro di evengelizzazione che sta facendo Valerio Melandri)

In secondo luogo perché, insieme all’Ordine (e in particolare insieme a Barbara Farnè e a Matteo Zagaria), abbiamo costruito un percorso di avvicinamento all’evento che mi ha permesso uno scambio costante e proficuo di idee e punti di vista con due grandissimi professionisti, come Sandro Massi (sodale di Carlo Mazzini) e Luigi Maruzzi (di Fondazione Cariplo). Insomma, tanto, ma davvero tanto da imparare 🙂

Last but not least, perché la platea era diversa dal solito e testare un ragionamento inconsueto (e un po’ provocatorio) sul fundraising era rischioso. Pare sia andata bene, però: cosa che mi fa pensare che siamo un po’ meno marziani di quanto ogni tanto non sembri nei corridoi ristretti del nostro mondo.

Per chi avesse voglia, in alto c’è la mia presentazione.

Un caro saluto a tutti

ps.: aggiungo in corsa, sulle riflessioni, questo bellissimo articolo di Mattia Dell’Era sulla Social Enterprise  e lo scambio (facilitato dalla “convivialità”) avuto con Paolo Venturi e Sandra Savelli di Aiccon 

 

Mobile fundraising: il futuro è qui e io non voglio perdermelo

Più o meno dal 2007, quando nasceva Fundraising Now!, porto a lezione una slide in cui racconto che il futuro è mobile. Nel senso che la comunicazione, la capacità di mobilitazione e la raccolta fondi delle nostre organizzazioni passa inevitabilmente dai nostri cellulari che nel tempo sono diventati smartphone, telefoni “intelligenti”.

Su questo blog il primo articolo, datato novembre 2007, accennava alla rivoluzione del Near Field Communication qui: https://fundraisingnow.wordpress.com/2007/11/22/la-donazione-mobile-come-lsms-cambier-il-nostro-modo-di-donare/.

Nel 2009 annunciavo un cambiamento già in atto, il crescente numero di email visualizzate attraverso un cellulare (e pensate quanta acqua è passata sotto i ponti!!): https://fundraisingnow.wordpress.com/2009/11/01/lemail-mobile-soprattutto-in-italia/.

All’inizio del 2012 raccontavo di un’altra rivoluzione, quella introdotta da Barack Obama con Square che ha invaso le strade americane di “microlettori” di carte di credito applicati ai cellulari: https://fundraisingnow.wordpress.com/2012/02/12/raccolta-fondi-al-quadrato-obama-il-mobile-fundraising-e-litalia/

Giampaolo Pizzighella, fantastico coautore di Fundraising Now!, solo pochi mesi fa introduceva la nuova frontiera di Google Wallet: https://fundraisingnow.wordpress.com/2012/11/04/google-wallet-e-la-nuova-era-del-mobile-fundraising/.

Insomma, di mobile fundraising qui si è parlato a lungo e in questi giorni mi è capitato di vedere all’opera molte di queste applicazioni e di capire che non stiamo parlando affatto del futuro… ma di un presente già di grande successo anche in Italia (http://met.provincia.fi.it/news.aspx?n=113563).

Be’  non so voi, ma io questa rivoluzione non me la voglio perdere e ho una gran voglia di farla diventare sempre di più una delle frecce all’arco della mia professionalità. Ecco perché torno volentieri dall’altra parte dei banchi (virtuali) di scuola per godermi la serie di Webinar organizzata da Volontari per lo Sviluppo dal titolo: Mobile, strategy, marketing e apps.

3 appuntamenti (18, 25 e 28 febbraio dalle 18 alle 20) tutti da non perdere in cui si parlerà di Scenario, di Processo (dal concept alla realizzazione) e di Promozione e Marketing con Leonardo Bellini  uno dei maggiori esperti di digital marketing in Italia (e una delle mie letture preferite 😉 )

Per chi volesse iscriversi, o semplicemente saperne di più, basta andare sul sito di Volontari per lo Sviluppo. Costa solo 100 euro… ma sono soldi sicuramente ben spesi. Io ci sarò!

ps.:  celebro i primi 6 anni di Fundraising Now! (il più longevo, o vecchio, dei blog italiani del non-profit italiano chiedo scusa a Valerio Melandri perché erroneamente ero convinto che avesse smesso di bloggare: Fundraising Now! è sì il primo blog a parlare di fundraising online e innovazione, ma di gran lunga il secondo sul fundraising in generale. Del resto i lettori attenti del mio “blogger per il fundraising lo sanno bene: https://fundraisingnow.wordpress.com/2011/01/23/2007-2011-fundraising-now-festeggia-i-4-anni/ ) con un video che è uno sguardo sul presente e sul futuro del termine innovazione (lo trovate in alto) e consigliandovi la lettura di un vecchio post sul personal fundraising (era il 31 gennaio 2007…) perché su questo tema ritornerò prestissimo. Eccovi qui il pezzo. Grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno seguito in questi primi 6 anni… spero davvero di riuscire ad accompagnarvi per almeno altrettanto 😉

Una rivoluzione per il fundraising? Aboliamo gli SMS Solidali!

Non ne posso più! E ne sono sicuro, ne avete le tasche rotte anche voi. Ma quante ce ne sono di campagne di raccolta fondi tramite SMS ogni settimana? Ogni mese? Ogni anno? E da quanti anni? Non mi avventuro in calcoli, quelli basta chiederli ai gestori telefonici, ma la sensazione, da addetto ai lavori è spossante. E fortunatamente non guardo la TV: altrimenti credo avrei un moto di rigetto a ogni velina, conduttore, presentatore, improvvisatore, presidente, operatore o chicchessia che mi propone l’ennesima organizzazione che mi chiede ancora una volta in 3/5/10 secondi di salvare qualcuno… (ma a proposito, quanto ci si mette a digitare un numero?).

 “Bravo, facile Paolo Ferrara”, mi direte voi: “gli SMS tu li usi, hai la Littizzetto che ogni anno fa un appello in TV per la tua organizzazione, ti becchi un po’ di spazi televisivi, qualche articolo sui giornali… e poi ci vieni a dire: basta SMS! E no, ora è il momento anche per noi di divertirci”.

Allora facciamo così, la smetto di pontificare e faccio una bella dichiarazione incoerente con l’incipit di questo post:

“finché ci saranno gli SMS io continuerò a usarli, ma vi prego, SALVATECI DAGLI SMS!”

Meglio posta così? Non basta? Volete che vi spieghi il perché di un attacco stile “avvelenata”? Ok. Analizzo e articolo. Ecco perché credo, da qualche tempo, che gli SMS Solidali così come li conosciamo qui in Italia siano diventati un male assoluto per il fundraising italiano.

1. I cannibali della raccolta fondi. Lo dicono i dati dell’Osservatorio Fundraising 2012 (citati qui): il 55% degli italiani che dicono di aver donato, hanno usato gli SMS solidali. 55 per cento!!!!! Ce ne rendiamo conto? La crescita galoppante degli SMS da 2 euro e one-shot sta progressivamente occupando gli spazi di qualsiasi altro strumento.  Certo, bonifico bancario e carta di credito crescono, ma a ritmi risibili rispetto agli altri Paesi europei, e intanto crollano i bollettini di c/c postale, i numeri verdi arrugginiscono (provare per credere: i sostenitori si stupiscono ormai che risponda qualcuno al telefono, sono convinti che basti comporre il numero per donare!), si impantana la nascita di nuovi servizi di pagamento. E quando scatta l’emergenza, ecco che gli SMS diventano l’unico appiglio su cui tutti si azzuffano, con il risultato che da Haiti al terremoto in Emilia festeggiamo con entusiasmo raccolte fondi che in qualsiasi altro Paese verrebbero considerate un flop! Gli SMS sono diventati la gramigna del fundraising italiano, una bellissima erba verde che non fa crescere nient’altro!

2. Una cappa sull’innovazione. Gli SMS solidali al loro esordio hanno rappresentato una grandissima novità. Una novità che ha sicuramente allargato la platea a cui era possibile indirizzare messaggi di solidarietà e ha permesso di includere anche una grande fetta di giovani. Ma… oggi rappresentano, almeno per come li conosciamo oggi, un vero e proprio freno all’innovazione. In occasione dello Tsunami l’Italia, come la maggior parte degli altri Paesi, si trovò di fronte a un’improvvisa impennata delle donazioni online. Sembrava l’inizio di una nuova era. Lo è stato… per gli altri! Da noi la raccolta fondi online è stata soffocata sul nascere proprio dall’uso incessante degli SMS e, proprio sotto emergenza, mentre il canale dell’online mostrava tutto il suo potere di espansione, in Italia a vincere era la modalità mordi e fuggi dell’SMS solidale con il risultato di abbassare drammaticamente le donazioni medie pro-capite e la stessa somma totale a disposizione per gli interventi umanitari. Personalmente credo che il martellamento televisivo costante sugli SMS abbia posto almeno altri 4 freni all’innovazione:

2.1 ha impedito, fino ad oggi, lo sviluppo di servizi a valore aggiunto come l’uso di numeri premium, le donazioni ricorrenti via sms (ricordate Ricaricairc?) e i pagamenti attraverso l’uso delle nuove tecnologie Near Field Communication (ci tornerò in un prossimo post… ma il mio primo articolo in merito risale al 2007 e lo trovate qui);

2.2 ha frenato l’innovazione televisiva e radiofonica legata alla solidarietà, omologando ogni produzione all’uso di messaggi stereotipati e costruiti intorno a un’unica azione che, tra l’altro, impedisce ogni interazione con il pubblico (e quindi anche con la rete, i social network o le stesse piazze). In un contesto del genere è inevitabile che, oggi, produrre trasmissioni che veicolano messaggi di raccolta fondi significhi produrre programmi (o momenti di programmi) poco coinvolgenti e, in ultima analisi, deboli dal punto di vista dell’audience;

2.3 la raccolta fondi online è rimasta al palo e ancorata a forme molto tradizionali, mentre altrove diventavano la norma forme più evolute di interazione (come il personal fundraising), o a più alto valore aggiunto  (come le donazioni regolari);

2.4 anche un altro mercato, quello della pubblicità attraverso cellulari e smartphone, ha potuto esplorare sentieri molto angusti e inevitabilmente scarsamente profittevoli: l’utente tipo oggi come oggi immagina una sola forma di interazione con il sociale attraverso il cellulare, la donazione via sms! Come direbbe un economista: la moneta cattiva ha scacciato quella buona.

3. La slot machine delle donazioni. L’imperversare degli SMS ha prodotto danni enormi sotto il profilo etico e consolidato vecchi ritardi del nonprofit italiano.

3.1 Ha trasformato la donazione in un gesto da supermercato. O nel gesto compulsivo del giocatore dipendente da slot machine. Questo ha tolto al gesto del donare ogni tipo di impegno. Ogni tipo di responsabilità o senso di partecipazione. Ha tolto alla donazione il suo fondamento etico e la sua dimensione comunitaria, se non quella strumentale, fragile e passiva dell’audience che si attiva solo perché lo ha “Visto in TV“. Ma quale rapporto si crea con la causa? Quale con l’organizzazione? Quale con i problemi che le nostre organizzazioni cercano di affrontare?

3.2 Ha deresponsabilizzato, alla lunga, gli operatori del sistema. Non basta introdurre dei budget preventivi e un sistema di rendicontazione, se non si è creata alcuna relazione reale con il donatore, se non si è instaurato un rapporto di fiducia che passa dalla richiesta, attraversa la donazione e continua con la dimostrazione di come quell’azione abbia fatto la differenza per qualcuno. Nell’affollarsi di campagne, per il donatore i brand delle Onlus diventano più o meno tutti equivalenti (a parte quelli funzionali all’auto-accreditamento dell’azienda televisiva). Le storie potrebbero essere state raccontate da chiunque. Nessuno è tenuto a dimostrare nulla. Non c’è spazio per i beneficiari. Non c’è spazio neanche per la creazione di un rapporto di fiducia, se non quello, esclusivo, con la trasmissione che ti ha concesso lo spazio e che non ha alcun interesse a interrompere la sua relazione materna con lo spettatore. Così l’utente non ha potere di controllo perché è passivo. Le trasmissioni non hanno nessun obbligo di fare scelte sulla base della serietà dei proponenti (al massimo della notorietà del brand che esse stesse hanno contribuito a costruire) né obbligo di rendicontazione (anche se La Fabbrica del Sorriso in questo almeno ci prova). Le aziende telefoniche, giustamente, si rifiutano di assolvere un ruolo che né compete loro né avrebbero le risorse per svolgere. Insomma, al tavolo da gioco dell’SMS si vince e si perde, ma senza bisogno di costruire alcuna relazione.

3.3 Le organizzazioni nonprofit si sono fermate all’attesa messianica del grande colpo (quella stesso che anima il giocatore al Casinò), alla ricerca della relazione privata e privilegiata con il politico o il funzionario di turno, all’idea (malsana) che fare raccolta fondi non richieda né investimenti, né la lenta costruzione di una relazione con il donatore (al massimo con qualche grande donatore danaroso… quella non fa mai male). Si sono anche abituate ad abdicare alla costruzione di un proprio messaggio e di un proprio posizionamento strategico, delegandolo di fatto al format televisivo.

3.4 Come sa la maggior parte di quelli che hanno lavorato sulle campagne SMS, negli ultimi anni, soprattutto in RAI, era saltata qualsiasi regola, in una sorta di lotta di potere fra dipartimenti, redazioni, testimonial, politici, amministratori. Lo spazio aperto, e di fatto deregolamentato del Servizio Pubblico, ha anche accesso una competizione stile Far West in cui chiunque ha cercato di forzare la mano, imponendo sé stesso o i propri contatti privilegiati e giocandosi i propri assi nella manica, dove possibile . Una competizione che, per chi l’ha vissuta, non ha fatto molto onore al nostro settore. Come ne usciamo? In questi giorni in RAI si sta approvando la riorganizzazione degli uffici. In discussione c’è anche il ruolo del Segretariato Sociale, dalla cui direzione da pochissimo è andato via Carlo Romeo, con cui ho spesso discusso del futuro del sistema. Credo possa essere un momento interessante per riflettere sul da farsi. E credo dovremmo iniziare a discuterne anche noi operatori del nonprofit, insieme agli operatori di telefonia, alle televisioni e all’Agenzia per le Comunicazioni.

Io provo a formulare una mia proposta per cambiare le cose. Ma visto che non credo molto nella capacità del terzo settore di auto regolamentarsi, il mio sarà più un invito ad altri a salvarci e a salvare il nonprofit.

1 Riduciamo le raccolte fondi in TV La situazione a cui siamo arrivati in Italia non ha paragoni nei principali Paesi europei, né tanto meno negli Stati Uniti. Con gli SMS il fundraising è sbarcato ovunque, normalmente liquidato in stereotipati appelli affidati a veline e letterine o a cartelli sempre più fitti di loghi. Credo sia fondamentale ripristinare un rapporto più corretto con gli spettatori/donatori, a vantaggio sia dello spettacolo televisivo, sia delle stesse cause delle onlus. E allora? Propongo alle TV di ridurre a non più di 4 i momenti di raccolta fondi per anno (sono molto di più di quanto non avvenga altrove!!), accorpando fra loro le cause per omogeneità e individuando, sulla base di un bando e della capacità di avere un impatto reale sui beneficiari, più organizzazioni beneficiarie. In altri termini, sì alla formula Telethon, 30 ore per la vita (vecchia versione), Amore, Fabbrica del Sorriso o via discorrendo e, per il resto, stop a qualsiasi campagna salvo che a quelle pagate acquistando spazi televisivi, alle emergenze umanitarie e a format televisivi ad hoc.

2. Aboliamo gli SMS Solidali Basta con gli SMS Solidali salvo che per le grandi raccolte fondi televisive. In queste occasioni, d’accordo con l’Agenzia per le Comunicazioni, sì alla possibilità di aumentare la donazione media così come obbligo di rendicontazione diretta (a carico delle televisioni) ai donatori. Questo ovviamente implica la possibilità, ai soli fini della rendicontazione, di poter disporre delle anagrafiche dei donatori. In questo caso la formula televisiva dovrebbe permettere di promuovere anche gli altri strumenti di donazione (in particolare la donazione online e i numeri verdi), oltre che la donazione diretta alle onlus beneficiarie.

3. Obbligo di coordinamento in occasione di Emergenze Umanitarie In caso di emergenze umanitarie, le organizzazioni devono, nel caso vogliano accedere alle raccolte fondi televisive, necessariamente coordinarsi, come avviene in Svizzera e in Gran Bretagna e come sono fortemente incentivate a fare anche in Olanda e in Germania. I coordinamenti dovranno, ovviamente, sottostare a regolamenti rigorosi sull’utilizzo dei fondi e sulla rendicontazione dei progetti. No, invece, a qualsiasi raccolta fondi privata a favore di Istituzioni Pubbliche: questa vergognosa sovrapposizione tra pubblico e privato, nata con Missione Arcobaleno, è l’ennesima eccezione tutta italiana che invece di farci gridare allo scandalo ci siamo assuefatti a considerare come normale. E invece non lo è, così come non lo è il fatto che tra gli enti beneficiari ci siano anche enti appartenenti all’amministrazione dello Stato e il cui bilancio è sotto amministrazione controllata! Personalmente credo siano necessarie ricette radicali, non solo per recuperare un rapporto più equilibrato con i nostri donatori, ma anche per lasciare uno spazio alla costruzione di narrazioni più distese ed efficaci e all’implementazione di strumenti di raccolta fondi innovativi e comunque basati sulla relazione con il donatore…

Come dovrebbe sempre avvenire nel fundraising! E voi come la pensate?

Innovare il nonprofit e la raccolta fondi

In questi tempi si parla molto di innovazione nel nonprofit e all’innovazione si dedicano premi e convegni. Mancava però una giornata dedicata realmente all’innovazione del fundraising. A colmare questa lacuna ci ha pensato la Bocconi, complice un’idea di Francesco Quistelli e la partecipazione di IDMC. È nato così il Nonprofit Innovation Day, una giornata di confronto, studio e scoperta delle tante declinazioni che l’innovazione può avere.

Ci sarò anche io, insieme a Mirko Pallera di Ninja Marketing, a parlare di digitale e non convenzionale. Se credete che questo mondo abbia bisogno di idee innovative… Non mancate, questo è il programma della giornata, che si terrà in Bocconi il 23 ottobre. Qui per iscriversi: http://wapp.sdabocconi.it/forms/nid2310/

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Le novità non finiscono qui. Insieme a Volontari per lo Sviluppo stiamo preparando anche un webinar in 10 lezioni su come organizzare una campagna di raccolta fondi e comunicazione online. Insieme a me ci saranno Salvatore Barbera (ex Greenpeace ora fondatore dell’Agenzia Lattecreative e direttore di Change Italia), Francesco Santini (mio sodale in molte avventure sul digital marketing), Matilde Puglisi di Contactlab (che ci guiderà nell’email marketing per il nonprofit) e Luca Oliverio (esperto di social network e responsabile comunicazione Corporate di The Blog Tv).

L’iscrizione costa solo 200 euro e potete farla direttamente dal sito di Volontari per lo sviluppo

Iscrivetevi, cercheremo di guidarvi passo passo nella creazione e realizzazione di una campagna online.

Ps.: le sorprese continueranno anche nelle prossime settimane anche se la più bella l’avrete sicuramente notata… Questo blog non ha più una sola voce e si sta aprendo a nuovi professionisti per essere, sempre di più, un laboratorio sull’innovazione nel nonprofit e nel fundraising. Grazie a Giampaolo Pizzighella che ha accettato la sfida.

Profit e non-profit: ma quale innovazione?

Il 26 giugno sono stato invitato a partecipare all’incontro organizzato da ASSIF, Associazione Italiana Fundraiser, sul tema:  “Due Mondi, un futuro. Il mondo non profit incontra quello dell’impresa” (http://www.assif.it/index.php/component/k2/item/227-26-giugno-due-mondi-un-futuro-il-mondo-non-profit-incontra-quello-dellimpresa). Condivido le note che avevo preparato sul mio intervento… Ovviamente per questioni di tempo molte le ho omesse e ne ho dette altre stimolate dal dibattito in corso… Ma il succo era questo.  Fatemi sapere cosa ne pensate.

Dal 2007 ho aperto un blog per parlare di raccolta fondi e innovazione…

erano anni in cui:

– si parlava molto di fundraising online, ma in pochi lo praticavano

– si parlava moltissimo di direct mailig, ma solo alcuni grandi nomi e alcune onp religiose lo praticavano

– si parlava molto di cause related marketing, ma in pochi lo facevano

– si iniziava a parlare di impresa sociale, di partnership profit/non-profit, di professionalizzazione del non-profit…

– si parlava poco di innovazione…

– non si parlava quasi per nulla di cultura del dono… E ora dove siamo?

Ora l’innovazione sembra essere ovunque…

– non c’è piccola onp locale che non provi a ragionare di impresa sociale o vi sia indotta… E grandi fondazioni hanno preso decise questa strada… Attività meritoria, ma sarebbe utile che qualcuno  riesca a spiegarci come si fa a far stare in piedi un modello di micro-imprese sociali, parcellizzate come il modello di piccole e micro imprese italiane. Imprese incapaci di fare ricerca, di fare innovazione di prodotto o di processo, di investire nelle risorse umane attraverso la formazione e attraverso stipendi adeguati;

– non c’è onp che non parli del suo modello di servizio come di un modello innovativo: però tutte si buttano più o meno sulle stesse cose e ci sono interi settori strategici ancora mal presidiati. E le aziende purtroppo seguono a  ruota, incapaci a loro volta di selezionare i bisogni e di intervenire all’interno di un quadro strategico definito, di prospettive di medio o lungo periodo, della ricerca di modelli o aree innovative o anche solo (come è venuto fuori da una recente ricerca della Bocconi) incapaci di non confondere un solido posizionamento strategico da tattiche di mera pubblicità;

– non c’è onp che non parli di aziendalismo, salvo pagare solo a percentuale, chiedere tutto gratis, continuare a sperare nel miracolo della raccolta fondi, non avere alcun tipo di pianificazione in quasi nessun dipartimento… E questa purtroppo è una realtà che sempre più spesso mi trovo davanti incontrando decine di studenti nei corsi che tengo durante l’anno. E le aziende? Spesso continuano a premiare modelli di fatto volontaristici e con scarsa competenza manageriale… Salvo poi lamentarsi del nonprofit, delle sue scarse competenze professionali e pensare che possono fare tranquillamente da sole (lo dicono tra l’altro anche quelle inglesi);

– non c’è onp che non parli della sua raccolta fondi come innovativa: da chi vende pubblicità, a chi apre negozi (shop, scusate) a chi collabora con le aziende secondo un modello Win Win… Dove però stranamente alla onp se va bene tornano a casa 5000 euro e l’azienda si svuota magazzini e coscienza e fa un po’ di pr disintermendiando agenzie e dipendenti. Come dire: spesso partecipiamo come organizzazioni non-profit a un enorme dumping che impoverisce l’intero sistema italiano, oltre che le nostre stesse cause sociali;

– non c’è fondazione che non dica “noi vogliamo essere partner, non sponsor”, salvo poi in molti casi decidere lei il cosa e il come…
Dimenticavo… di cultura del dono… Non solo se ne parla poco… Ma quando se ne parla se ne parla per denigrarla… Il dono è vecchio, è superato, è inefficiente, inefficace…

Ora, tutto questo preferirei non chiamarlo innovazione. Spesso, al di là della patina di nuovismo, profuma di vecchia carità, di retroguardia, di  incapacità di rinnovarsi della classe dirigente del non-profit (e del profit), di improvvisazione o di scarsa conoscenza del settore e dei temi di cui il nostro settore (che non mi piace chiamare terzo) si occupa.

Ora, visto che mi si chiede di parlare di partnership tra profit e non-profit e di innovazione vorrei individuare alcuni punti positivi su cui credo dovremmo e potremmo incontrarci.

LA CULTURA DEL DONO

Non amo le citazioni e non le raccolgo, di solito, ma da comunicatore e da indefesso cultore dell’innovazione, a monito perenne della finitezza e al tempo stesso della grandezza dell’essere umano, tengo sempre presente il motto di un genio come Antoni Gaudì: l’originalità è tornare alle origini. Guardiamoci attorno, come Gaudì faceva con le infinite forme della natura, guardiamo ai rapporti tra le persone, ai loro bisogni, alle relazioni e rendiamoci conto che non ci può essere innovazione sociale se non ripartiamo dalla cultura del dono: tempo, competenze, denaro, non c’è cultura o religione che non abbia ragionato, filosofeggiato o addirittura leggiferato sul dono. Se non ripartiamo da qui perdiamo di vista le ragioni profonde e antropologiche che stanno dietro il non-profit, ma anche dietro il bisogno di innovazione dell’uomo che è, sempre e comunque, un tentativo di imitazione del bello, del perfetto, del misterioso… o del divino, per chi ci crede.

Oggi comunque manca in Italia una vera attenzione alla cultura del dono, che poi è anche cultura della “responsabilità” nel senso più pieno del termine: responsabilità verso la propria comunità e verso quella comunità allargata che è il mondo globalizzato; responsabilità individuale, ma anche responsabilità collettiva.

Ogni citazione di altri modelli, senza partire da qui, rimarrà sterile e ogni innovazione senza fondamento o semplicemente strumentale.

IL RITORNO SULL’INVESTIMENTO SOCIALE

Vengo considerato un esperto di fundraising online e vengo spesso chiamato a commentare il successo di un’organizzazione americana, Charity Water, che in questi anni ha raccolto milioni di dollari online. In genere mi smarco e la cito il meno possibile, non tanto perché non ne sia anche io entusiasta, ma perché credo che il successo di questa organizzazione stia soprattutto al di fuori dei singoli strumenti o canali. Sta in quello che loro definiscono modello 100%. Ogni singolo centesimo raccolto dal grande pubblico finisce ai progetti, questo perché un gruppo di grandi donatori e di aziende sostiene la struttura:

– i migliori professionisti

– una sede funzionale e moderna

– investimenti in comunicazione e raccolta fondi

– ricerca e sviluppo

Tutto questo riposa su un patto: investi nella mia organizzazione e io mi impegno a raggiungere risultati sempre più ambiziosi in termini di:

– numero di beneficiari

– qualità del servizio erogato

– innovazione nell’erogazione del servizio

– sostenibilità

– efficienza della struttura di governance

– visibilità

Se raggiungo i risultati previsti dal business plan tu investitore sociale torni a donare… Se sbaglio, se perdo la mia credibilità sul mercato delle grandi donazioni (dei capitali!) il gioco finisce. Semplice no? È quello che succede sul mercato dei capitali: la differenza sta nel fatto che qui viene preservata la cultura del dono come fondamento di un modello di impatto ed efficiente il cui ROI diventa un ROSI (Return on Social Investment) e non si misura in dividendi, ma in impatto sulla comunità.

Questo significa lavorare secondo logiche aziendali e di impresa (senza metterci  ad aprire per forza  negozietti o cooperative di produzione), significa stare sul mercato, significa uscire dalla logica che sta uccidendo la creatività e l’efficienza del terzo settore italiano del finanziamento sul progetto, sull’hardware e mai su quel grande patrimonio che sono le persone, le loro competenze e il loro entusiasmo, il software vitale dell’innovazione sociale, in Italia e nel mondo.

IL PATTO TRA IMPRESE

Questo mi porta a definire un terzo punto, quello del patto tra imprese, profit e non-profit.

Se siamo partner, se siamo imprese, pur con tutte le nostre specificità, facciamo un patto di sistema volto a modernizzare questo paese e a:

– creare valore condiviso per tutti i soggetti coinvolti e per la comunità;

– uscire dalla logica del progetto fine a se stesso per ragionare secondo una logica di impatto e di programmazione;

– premiare le eccellenze, favorendo la crescita delle professionalità, la condivisione delle conoscenze, la sperimentazione, la ricerca e l’innovazione reale di processo, di servizio e di prodotto;

– incentivare la specializzazione da un lato e la crescita dimensionale dall’altra: usciamo dal piccolo e micro per entrare nella dimensione del medio, quanto meno;

– fare lobby sulle istituzioni per leggi che incentivino davvero la partecipazione delle imprese e dei loro dipendenti alle cause sociali: oggi il welfare italiano riposa sulla nostra capacità di rispondere ai bisogni ed è ora che questo peso (che ha una sua evidenza anche sul Pil) ci venga riconosciuto e venga di conseguenza riconosciuto alle partnership tra aziende profit e nonprofit;

– incentivare e pagare un sistema di trasparenza dei bilanci (charity navigator) veramente indipentente.

E IL NONPROFIT?

Mi si dirà, ma qui sembra quasi che le responsabilità siano quasi tutte del mondo delle imprese… No, non lo sono, però è anche troppo facile continuare ad addossarle tutte sul non-profit senza vedere quanto il settore è cambiato, quante nuove professionalità ha acquisito e quanto poco il mondo dell’impresa ci abbia messo per capirlo e studiarlo (risorse umane comprese).

Ma il non-profit cosa dovrebbe fare? Provo a fare un piccolo, e non esaustivo elenco

– uscire dalla frammentazione e fare rete;

– chiedere leggi che semplifichino il settore, riducano il numero dei beneficiari degli incentivi fiscali e permettano la crescita dimensionale e professionale, permettendo anche al nostro settore di investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere leggi che disciplinino il mercato, impedendo l’abuso di posizioni dominanti, specie nel rapporto con le istituzioni;

– dotarsi di governance all’altezza delle nuove sfide, professionali, preparate, formate

– chiedere regole di trasparenza più nette, che lasciando da parte le percentuali stabiliscano, per esempio, l’obbligo di rendere pubblici gli stipendi, le parentele nella governance, gli organigrammi, i bilanci secondo modelli semplificiati e chiaramente comprensibili al grande pubblico e agli investitori sociali;

– autodisciplinare la propria comunicazione commerciale secondo quelle stesse regole che il mondo delle aziende si è dato;

– investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere un reale supporto allo sviluppo del settore anche facendo lobby, in maniera trasparente e professionale.

E qui chiudo, contento che Assif abbia accolto la mia richiesta di organizzare un incontro sulla lobby e che Pablo Turrini (che ringrazio per la cortesia con cui mi ha risposto) abbia deciso di venire a raccontarci cosa è e come si fa lobby nel terzo settore.  Ne avevamo davvero bisogno!

Un caro saluto a tutti.

ONG 2.0: il futuro della cooperazione allo sviluppo

Per la prima volta su Fundraising Now! riporto integralmente un articolo tratto da un altro sito (ovviamente dietro permesso). I motivi sono molteplici e non da ultimo c’è sicuramente il fatto che l’articolo riporta anche un’intervista al sottoscritto. Ma il motivo principale è che questo pezzo parla di innovazione, di cambiamento, di futuro nel mondo della cooperazione allo sviluppo e lo fa con competenza, capacità d’analisi e visione, tutte doti che, come ho imparato negli ultimi mesi, appartengono alla sua autrice: Silvia Pochettino.

A voi la lettura e il consiglio di non perdere il prossimo numero di VPS sulla “Cooperazione al futuro”. Qui l’articolo originale e il sito.

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Creazione di reti intercontinentali, personale reclutato in loco, coinvolgimento delle aziende profit nella governance delle associazioni, iniziative on line e utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione: ben lungi dall’essere arrivata al canto del cigno, la cooperazione internazionale non governativa vede oggi aprirsi davanti a sé uno scenario nuovo, tutto da esplorare. Pubblichiamo in anteprima l’articolo di apertura del numero speciale di VpS su la “Cooperazione al futuro” di prossima uscita

di Silvia Pochettino

Che si sia conclusa un’epoca storica della cooperazione internazionale dell’Italia è un dato di fatto. Il taglio drastico dei finanziamenti del Ministero affari esteri per gli aiuti allo sviluppo, decurtati dell’88% tra il 2008 e il 2012, ne è un segnale chiaro. Ma non solo. L’acuirsi di crisi nuove, la nascita di nuovi soggetti attivi della società civile nei Sud, lo sviluppo rapidissimo delle tecnologie della comunicazione, anche nei paesi in via di sviluppo, sono elementi che decretano la fine di un certo modo di fare cooperazione. Questo però non significa la morte delle ong. Anzi.
In un mondo in crisi formule nuove di alleanza e solidarietà transnazionale potranno diventare sempre più significative. Quello che ci sta davanti è uno scenario nuovo tutto da esplorare e solo chi sarà rapido, flessibile e disponibile al cambiamento potrà scoprire nuove dimensioni della cooperazione, magari anche più interessanti e appaganti di quelle passate.
Questo in sintesi sembra emergere raccogliendo le opinioni degli operatori del settore, dalle grandi ong internazionali ai piccoli partner locali sul terreno.

L’internazionalizzazione
«Il primo cambiamento imprescindibile per la cooperazione non governativa del futuro è l’internazionalizzazione delle ong» sostiene Daniel Verger, direttore di Coordination Sud, coordinamento delle ong francesi di cooperazione. Ong puramente nazionali in un contesto fortemente interconnesso, in cui le nuove tecnologie della comunicazione rendono sempre più facili i contatti continui, non sembrano avere più senso. «Le ong estendono la loro attività partecipando a reti internazionali o aprendo uffici nei paesi partner, il che è coerente anche con la distribuzione dei fondi sempre più decentrati nei paesi del Sud». Ma attenzione, non si tratta di diventare colossi della solidarietà, si può restare strutture agili e snelle, piccole realtà ma capaci di connettersi con il resto del pianeta e fare rete.

Dello stesso avviso Marco Rotelli, segretario generale di Intersosche pone l’accento soprattutto sulla nascita di soggetti sempre più preparati e competenti nel Sud del mondo: «L’elemento di novità negli ultimi anni è l’innalzamento di competenza delle organizzazioni di società civile dei paesi emergenti. Ne è stata conferma il dibattito all’interno di “Development effectivess”, il processo che da due anni ha messo insieme piattaforme nazionali di ong per ridefinire le priorità e la qualità dell’aiuto. Gli stimoli più interessanti sono arrivati proprio dai paesi del Sud, a riprova di una consolidata capacità di promuovere attività di sviluppo sul proprio territorio e a livello regionale». In generale, secondo Rotelli, «è necessario cominciare a dotarsi di personale dei paesi del Sud dentro la struttura stessa delle ong, non solo a livello esecutivo ma di leadership». E chiarisce: «Non intendo assumere il tecnico che ha sempre vissuto nel villaggio dove vogliamo intervenire, ma personale “internazionale” del Sud, esperti di cooperazione che dal Sud vadano a lavorare in altri paesi del Sud apportando competenze, esperienze e visioni diverse dello sviluppo». Insomma le ong del futuro dovranno essere internazionali non tanto come sedi e forma giuridica, ma come mentalità e governance interna. Il fatto di utilizzare soprattutto fondi del ministero italiano era in passato una limitazione forte, perché il volontario o il cooperante dovevano essere italiani.

Una nuova governance
Riguardo la governance è più radicale Paolo Ferrara, responsabile comunicazione e raccolta fondi di Terre des Hommes Italia, con un passato a Survival international e Cbm: «C’è una grande lentezza delle organizzazioni italiane nel cambiare. Laddove le ong sono state fondate in modo più “aziendalistico” ingenere le evoluzioni sono più rapide. Ma la complessità culturale delle associazioni italiane pone spesso un freno ai cambiamenti, soprattutto organizzativi e manageriali». Secondo Ferrara è proprio la governance delle ong che deve cambiare, non solo gli strumenti utilizzati: «Pochi in Italia, ad es., hanno lavorato seriamente sulle partnership pubblico e privato. Non si tratta solo di cercare le aziende per chiedere soldi, ma di coinvolgerle nella formulazione dei progetti valorizzando le competenze specifiche di ciascuno». Esempi? Mercy corps ad Haiti in partenariato con società di telecomunicazioni e banche ha creato un sistema di mobile banking, fondamentale di fronte all’estrema pericolosità delle transazioni in moneta, oppure Medecins sens Frontières ha fatto alleanze con case farmaceutiche per la produzione di farmaci generici. «Se vogliamo fare sviluppo dobbiamo ricordare che tra gli attori dello sviluppo ci sono proprio le aziende. Piaccia o no, sono un attore decisivo nel definire la filiera di sostenibilità, il livello dei salari, il rispetto ambientale» continua Ferrara, «ma il vero cambiamento dovrebbe andare al di là delle alleanze, per trasporsi nella struttura stessa delle ong, “partecipate” al loro interno da aziende e istituzioni». Esempio famoso in tal senso è la statunitense Charity water, giovane ong nata da un gruppo misto profit e no profit, con particolari competenze nella comunicazione, che ha raggiunto in pochi anni risultati sorprendenti. «Dobbiamo superare il manicheismo buoni-cattivi» dice Ferrara, «non siamo gli unici a poter dare risposte ai bisogni dei pvs».

Recuperare le relazioni

In questa linea una realtà molto innovativa è Kiva.org, che sostiene con il microcredito on line piccoli imprenditori nel Sud («e i fondatori sono manager di ebay e pay pall» fa notare Ferrara). Fondata nel 2005, ha raccolto 264 milioni di $ di prestiti da oltre 650 mila donatori e ha una rete di 147 partner con 450 volontari in 61 paesi del mondo. La formula è semplice ma rivoluzionaria: la persona in difficoltà spiega la sua storia e il suo progetto imprenditoriale on line ed entra in contatto “diretto“ con il donatore che gli fa un piccolo prestito di 25 $. Sul sito vengono messi costanti aggiornamenti prima sull’andamento del prestito raccolto e poi sull’attività realizzata, finché il beneficiario restituisce il prestito. Anche se Kiva lavora con 147 partner sul terreno tra cui istituti di microcredito e banche, l’elemento vincente è la trasparenza. Il rapporto tra persone. Attraverso il racconto della singola esperienza di vita e di un progetto concreto in cui è il beneficiario stesso a decidere come migliorare la propria condizione, la mediazione è ridotta all’osso, mentre si alimenta il protagonismo del donatore. Tutto questo semplicemente grazie a un uso sapiente del web e del fare rete.
«La capacità di comunicazione con le persone e una maggiore trasparenza è l’altro grande elemento di rinnovamento necessario alle ong del futuro» sostiene Daniel Verger di Coordination Sud, «non perché i fondi delle ong non siano controllati, anzi, è forse il settore più controllato al mondo. Un’ong di media grandezza in Francia riceve anche 30 audit all’anno. Quel che va migliorato è la capacità di render conto alla gente del proprio operato».

Trasparenza e lobbying
Ecco allora che la capacità di padroneggiare le nuove tecnologie di comunicazione può diventare vincente. Perché non si tratta solo di strumenti tecnici ma di espressioni di una mentalità nuova. Il web 2.0 è uno spazio di dialogo sociale, per le ong in particolare è un’occasione per riacquistare un rapporto con il territorio inteso in senso nuovo. Sia nel loro paese di origine, sia nei paesi dove realizzano progetti. Social network, blog, wiki, a patto di essere usati bene, permettono di mantenere un contatto in tempo reale con i propri soci e sostenitori, aggiornare quotidianamente sull’andamento delle attività, promuovere campagne virali per diffondere messaggi, trasformare i proprio lettori in attivisti.

Secondo il Center of the digital future della University of Southern California, l’81% dei membri delle comunità on line partecipano a una causa sociale. E non si tratta solo di “click attivismo” come talora è definita la propensione a cliccare dappertutto e non impegnarsi in niente. E’ ormai dimostrato che c’è una relazione diretta tra l’attivismo on line e quello off line. Dai casi della primavera araba, che ha riempito le piazze fino a far cadere i dittatori al potere grazie alla possibilità delle persone di scambiarsi informazioni in tempo reale su twitter e facebook scavalcando la censura dei media, fino alle esperienze piccole ma significative delle ong in Italia, come Terres des Hommes che ha lanciato un’asta fotografica su facebook, coinvolgendo i 10 blogger più famosi d’Italia, ed è finita in un locale di Milano con migliaia di persone che hanno donato fondi all’associazione. O il Cefa di Bologna che, raccontando giorno dopo giorno su Fb l’andamento del suo progetto Africa Milk projet, ha raccolto 9830 fan molti dei quali hanno partecipato alla maratona di solidarietà che l’ong ha organizzato il 9 maggio 2010.
La capacità di mobilitare le persone diventa sempre più fondamentale anche in relazione all’importanza dell’attività di lobbying presso i decisori politici da parte delle ong, «elemento fondamentale per dare risposta alla complessità delle questioni dello sviluppo» sostiene Verger. «Non ha senso oggi compiere azioni isolate nei pvs se non accompagnate da un lavoro per cambiare i meccanismi internazionali all’origine dei problemi. Ce lo chiedono da tempo i partner del Sud».

Dal profiling al crowdsourcing
I nuovi strumenti della comunicazione possono cambiare il modo stesso di fare progetti.

«Una cosa fondamentale che oggi le nuove tecnologie permettono è avere i dati iniziali su cui calcolare l’impatto dell’azione umanitaria o di cooperazione» spiega Marco Rotelli. Molte ong stanno lavorando per far sì che l’accuratezza del dato di partenza permetta di ottimizzare le risorse e fare una valutazione significativa dell’impatto». E’ il cosiddetto “profiling” (fotografia iniziale di realtà dove si va a operare) che ad es. Intersos ha realizzato in Darfur e Pakistan usando una mappatura web Gis (Geographic information system) per monitorare il flusso dei profughi, analizzando in tempo reale il rapporto tra servizi disponibili e numero di persone che si spostavano. Informazioni che hanno interessato tutta la comunità internazionale presente in quei paesi, permettendo di affinare la qualità dell’aiuto, capire dove fare interventi e quali. «Quanto più le risorse sono scarse, tanto più è fondamentale il coordinamento tra gli operatori, per evitare duplicazioni e sprechi» dice Rotelli.
Più complesso, ma non impossibile, il lavoro per i programmi di sviluppo di lunga durata, interessante ad esempio il sistema attuato in Benin per monitorare le violenze sui bambini integrando FrontlineSms e Ushahidi, sistemi open source (ideati da programmatori kenyoti) che permettono di “trasformare” i cellulari anche di prima generazione in terminali del computer raccogliendo segnalazioni in crowdfunding ( raccolta di informazioni da tutta una comunità grazie ad appelli pubblici) elaborate in tempo reale e connesse poi con le forze dell’ordine o i servizi di protezione dell’infanzia. Oppure l’esperienza di Haiti Aid Map, mappatura di tutti i progetti di ricostruzione e sviluppo ad Haiti nel post emergenza. Proprio l’esperienza di Haiti è stata fondamentale durante il sisma per l’utilizzo da parte della popolazione locale delle tecnologie più creative per comunicare, integrando in modo spontaneo sms, programmi radio e Ushahidi stesso (vedi articolo pag 48) tanto da portare Imogen Wall, ricercatore di Infosaid, a dichiarare: «Spesso le popolazioni locali usano le nuove tecnologie in modo più spontaneo degli operatori internazionali: questi ultimi devono trattare i partner locali e la loro capacità tecnica alla pari, e connettersi ai sistemi già esistenti prima di pensare di crearne di nuovi»