Facebook Custom Audiences e Twitter Tailored Audiences

Custom Audiences e Tailored Audiences

In questi ultimi mesi stiamo assistendo ad interessanti cambiamenti in ambito advertising social.

Il più importante riguarda l’integrazione dei database, tramite email e numero di cellulare, con i principali social network Facebook e Twitter. In particolare stiamo parlando delle Facebook Custom Audiences e delle Twitter Tailored Audiences.

Partiamo da Facebook, senza dubbio il più interessante se non altro per il numero di utenti registrati e per la facilità di accesso alle nuove impostazioni pubblicitarie.

Le Custom Audiences offrono la possibilità di fare un matching tra il proprio database di indirizzi email o cellulari e gli utenti Facebook, in questo modo potremo costruire delle campagne pubblicitarie ad hoc per i nostri donatori. Pensate alle potenzialità di poter comunicare su Facebook solo con i nostri contatti caldi, o con i major donors, o altre profilazioni di nostro interesse.

Le Custom Audience inoltre offrono la possibilità di essere utilizzate per esclusione, con l’obiettivo di comunicare esclusivamente con gli utenti che non sono nei nostri database (acquisition).

Si pianifica attraverso Power Editor di Facebook o dai tool di terze parti (PMD – Preferred Marketing Developer). Il match tra e-mail/cellulari e utenti Facebook dipende da diversi fattori, il più importante è il target di riferimento, se il database è composto per lo più da email aziendali molto difficilemente troveremo una percentuale alta di corrispondenza con gli utenti Facebook; se al contrario il nostro db è composto principalmente da utenti privati i primi dati stimano addirittura un match del 70%.

Custom Audiences Facebook

Un’altra interessante opzione offerta dalle Facebook Custom Audiences sono le Lookalike Audiences. Si creano direttamente dal pannello Power Editor (o dai tool di terze parti), una volta caricato il nostro database tra le opzioni troviamo Crea un pubblico simile -> si sceglie il paese -> si ottimizza secondo ulteriori due opzioni: per “Somiglianza” (utenti più simili al pubblico esistente), per “Portata più ampia” (utenti con corrispondenza meno precisa e pubblico più esteso).

I primi risultati indicano risultati di performance molto incoraggianti:

  • +43% di conversione
  • -30% di cost per lead
  • -15% cost per like
  • -87% impressions per like
  • ROI 5 volte maggiore

Alcune tra le finalità di pianificazione:

1-      Si possono cercare i profili influencer delle proprie pagine Facebook (o pagine dei concorrenti) attraverso appositi tool e pianificare su questi.

2-      Si possono creare liste di persone (ad es Blogger) attraverso la ricerca dei loro profili Facebook (ci sono aziende specializzate in questo); una volta ottenuta la lista di Url possiamo convertirli in Facebook Id (www.findmyfacebookid.com) e pianificare una campagna su di questi.

3-      Possiamo creare una campagna ad hoc partendo da una lista di utenti che hanno per esempio abbandonato la donazione in un determinato passaggio (se abbiamo questo dato). Una sorta di retargeting sugli iscritti email.

4-      Trasformare una mailing list in Facebook fan.

5-      Escludere da una campagna gli iscritti al proprio db.

6-      Creare una campagna a partire dai prospect che non hanno mai aperto le email.

7-      Creare una campagna ad hoc per utenti con caratteristiche simili, ad esempio tutti quelli che si chiamano Davide (-> creatività “Ciao Davide hai visto cosa abbiamo per te?”)

8-      Creare una campagna verso i contatti Linkedin (è possibile scaricare una lista di contatti dalla propria pagina/profilo con dettaglio delle email) http://help.linkedin.com/app/answers/detail/a_id/3

9-      Creare una campagna per i donatori più attivi/top donors ecc.. a partire dalla loro email o telefono.

La lista potrebbe andare avanti ancora, vi invito ad indicarmi altre idee se ne avete! 🙂

Come anticipavo all’inizio anche Twitter ha un sistema del tutto simile, le Tailored Audiences. Il problema principale è che ad oggi in Italia non ci sono sistemi “self service”, gli accordi vanno presi direttamente con Twitter e l’investimento minimo per un account pubblicitario è di circa 15.000€ in tre mesi. Speriamo che nei prossimi mesi questi limiti vengano un po’ ridimensionati e che l’accesso a questa nuova tipologia di advertising sia più alla portata di tutti.

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Vi siete accorti che Facebook sta cambiando e che stanno cambiando i parametri di visualizzazione dei post? Siete disposti a volare sulle piccole ali di un colibrì, accettando le nuove sfide di Google? Avete notato che la maggior parte delle petizioni sono firmate sempre da Mario, Francesca, Giovanni, Renato, Giovanna e quasi mai da organizzazioni nonprofit? Non spedite più la vostra newsletter con Outlook, ma non avete ancora capito come sfruttare al meglio una piattaforma di email marketing? Vi hanno detto che il digital fundraising non funziona… e ci avete messo una pietra sopra per sempre?

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ps.: lo so, continuo a essere latitante sul blog, ma le giornate di formazione non si fermano e neanche gli appuntamenti in cui parlo di Social Media, Crowdfunding e Comunicazione online. A breve vi darò i prossimi appuntamenti, intanto segnatevi già l’appuntamento con i corsi della Fundraising School di Bertinoro che trovate qui.  A febbraio, per chi vorrà, ci vedremo anche alla Social Media Week a Milano. A presto

Responsive e-mail, il nonprofit è pronto al cambiamento?

responsive-email-nonprofit

Dopo un periodo di latitanza…torno a parlare di nonprofit e e-mail marketing!

I numeri parlano chiaro. Secondo una recente indagine tra il 15% eil 65% delle e-mail vengono aperte da dispositivi mobile (emailmonday.com). Viene da sè che gli utenti desiderino sempre più un’esperienza adeguata alle nuove tecnologie (spesso touch) e alle dimensioni degli schermi inferiori rispetto ai pc. Pensate che l’80% degli utenti eliminano le email che non leggono correttamente dal loro dispositivo.

Fino a qualche anno fa era impensabile progettare creatività completamente adattabili ai nuovi dispositivi, anche se i client di posta elettronica da tempo adattano i layout alla dimensione dello schermo. Risultato: immagini spesso sballate, testi difficili da leggere, pulsanti e link difficili da cliccare.

La risposta a questo problema sono le responsive e-mail. Si tratta di una serie di tecniche applicate al codice delle e-mail che includono layout grafici automaticamente adattabili ai singoli dispositivi, testi che cambiano e si adattano a smartphone, tablet e pc, addirittura omettendo parti di “codice” per migliorare la navigabilità e la risposta alle call to action (soprattutto per dispositivi touch screen).

In questa immagine (presa in prestito da litmus.com) potete vedere come cambia l’approccio grazie alle responsive e-mail.

responsive_e-mail_cosa_cambia

Se per esempio accedendo da pc la nostra e-mail prevede 3 paragrafi di testo, su mobile è possibile nasconderli e fare in modo che venga visualizzato un messaggio più breve e un’intuitiva call to action così che l’utente sia più facilitato nel compiere un’azione in movimento (compilare un form, accedere alla vostra landing page o DONARE!).

Ma la tecnica non basta, la vecchia regola del “buon senso” sicuramente aiuta a migliorare i risultati, alcuni consigli:

  • create pulsanti grandi e facilmente accessibili (non uno attaccato all’altro!)
  • utilizzate layout che permettano di leggere il contenuto anche senza scaricare le immagini (bloccate dalla maggior parte dei client di posta)
  • eliminate tutti i contenuti che non aiutano a raggiungere l’obiettivo della vostra comunicazione (la regola del “già che ci siamo gli ricordo anche…” con una serie infinita di informazioni, non funziona!)
  • non utilizzate testi eccessivamente lunghi (e tediosi)
  • …fate tesoro delle esperienze passate!

Due precisazioni importanti:

  • Non tutti i client di posta supportano le responsive e-mail, quindi se avete intenzione di utilizzare queste tecnologie testate su tutti i principali client (Gmail, Yahoo, Libero, Hotmail, ecc…).
  • Le applicazioni native degli smartphone sono già tutte in grado di leggere correttamente la tecnologia responsive, mentre non lo sono alcune App di terze parti (su iPhone le App: Gmail, Mailbox, Yahoo!; su Android le App: Gmail e Yahoo!)

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Non finisce tutto con una buona e-mail, ricordatevi di creare siti e landing page adeguate alla visualizzazione da mobile, la percentuale degli accessi da mobile sulle vostre pagine è in costante crescita.

Tenetevi pronti al cambiamento!

Giampaolo

Vi aspetto al mio nuovo corso: SOCIAL MEDIA e CROWDFUNDING per il Non-Profit

THE FUND RAISING SCHOOL

La Scuola dedicata alla formazione sulla Raccolta Fondi vi invita il 18-19 Settembre a partecipare alle 2 giornate di formazione su:

“SOCIAL MEDIA e CROWDFUNDING per il Non Profit
Le nuove frontiere della Raccolta Fondi: Personal Fundraising e Crowdfunding”

Con Paolo Ferrara e Alberto Giusti
e la partecipazione in qualità di testimoni di: Rete del Dono e EPPELA

Il corso si prefigge di offrire ai partecipanti le competenze per gestire i principali social media definendo i propri obiettivi, la propria strategia e gli strumenti di pianificazione e monitoraggio maggiormente efficaci per accompagnare le attività di comunicazione e fundraising di una organizzazione non profit. In particolare si accompagneranno gli studenti attraverso la conoscenza delle nuove frontiere della raccolta fondi: il personal fundraising e il crowdfunding.

l 26 giugno 2013 la Consob ha deliberato il Regolamento sulla raccolta di capitali di rischio da parte di start-up innovative tramite portali on-line.
Il regolamento sull’equity crowdfunding dell’Italia è la prima normativa ad hoc creata al mondo.

SCARICA il REGOLAMENTO della CONSOB 

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SCONTI e CONVENZIONI

I corsi sono aperti ad un numero limitato di partecipanti, pertanto ti invitiamo a contattare quanto prima Sandra Savelli sandra.savelli@unibo.it – Tel 0543/62327
www.fundraisingschool.it

Crowdfunding e innovazione sociale: un appuntamento con Mission Continuity

Crowdfunding e personal fundraising se ne parla nel nuovo appuntamento organizzato da Mission Continuity. Tra i discussant ci sarò anche io. Vi aspetto. Le iscrizioni si effettuano qui.

 

Crowdfunding: opportunità di sviluppo per innovatori e innovazioni sociali

Crowdfunding: opportunità di sviluppo per innovatori e innovazioni sociali

Madre Teresa, Darwin e il fundraising

Emozioni

“Se guardo alla massa di persone non potrò mai agire, ma se guardo alla storia di una singola persona, lo farò”.

Era il 2000, 13 anni fa, e nonostante fossi un giovane fundraiser in erba non avevo ancora deciso che questa sarebbe stata la mia sorte. Queste parole di Madre Teresa però in qualche modo decisero del mio futuro. Spostarono l’asse da un impegno fortemente connotato di sete di giustizia, ma freddo, ancorato a numeri e raffinate analisi socio-politiche, alla comprensione che senza lasciar fluire le emozioni e l’empatia con il prossimo non sarei mai stato né un professionista decente (quale spero di essere diventato) né forse una persona migliore.

È stato bello, e non casuale, ritrovare  queste parole  durante la lettura appassionata di Emotionraising di Francesco Ambrogetti, un libro che mette finalmente ordine, con una scrittura efficace e solide argomentazioni, a quanto sappiamo fino ad oggi del rapporto fra le emozioni (l’eredità ancestrale del nostro sistema limbico, la parte più antica di quella meravigliosa macchina del tempo che è nostro cervello, quella che ci permette di prendere decisioni fondamentali, quali scappare, lottare per difendersi, piangere, ridere) e le attività di marketing e Fundraising.

Non si tratta, badate, di un libro sui persuasori occulti, o di qualche ricetta miracolosa sicura per carpire la buona fede dei malcapitati sostenitori. Come dimostrano le parole di Madre Teresa, si tratta semplicemente di conoscerci un po’ meglio, di provare con umiltà e spirito scientifico a comprendere i meccanismi che stanno alla base delle nostre scelte, dei nostri comportamenti e delle nostre reazioni fisiche e chimiche, per  conoscere meglio i nostri interlocutori e le loro ragioni così da imparare non solo a chiedere loro in maniera più efficace attenzione, tempo e soldi, ma anche per imparare a rispettarli.

Uso non a caso l’espressione rispetto, perché mi sembra che a volte scarseggi nella nostra professione. Lo sento ogni volta che vedo trattare i nostri donatori come semplici bancomat, pensando che basti chiedere e pretendere senza creare prima delle relazioni. Lo sento ogni volta che un collega si rivolge ai donatori/clienti come a altro da lui/lei senza provare almeno per un attimo a capire che noi e i nostri donatori siamo simili, attivati dalle stesse reazioni chimiche, capaci di emozionarci sotto qualsiasi latitudine e indipendentemente da qualsiasi cultura. Lo sento ogni volta che, pontificando, sviliamo, provando a usarle, le ragioni della pancia, senza accorgerci che sono nient’altro che le ragioni della parte più antica del nostro cervello, quelle che ci spingono all’azione (come svela l’etimo della parola e-mozione)  immediata e che, solo in un secondo momento, imbellettiamo con il pensiero strutturato.

Il libro di Francesco credo sia, innanzitutto, un ottimo antidoto proprio contro una certa arroganza del nostro lavoro. E già per questo varrebbe il prezzo della copertina. Ma ovviamente non è solo questo.

Francesco passa in rassegna alcuni dei testi più famosi sul neuromarketing (le neuroscienze applicate al marketing), ne distilla i consigli più utili alla professione del fundraiser, ci guida tra  neuroni specchio (una scoperta tutta italiana!), ormoni della donazione (ossitocina e cortisolo) e “droghe” rilasciate dal nostro corpo (dopamina e adrenalina) arricchendo il tutto di aneddoti colti dalla sua pluridecennale esperienza (nonostante la faccia da ragazzino che si porta dietro) e restituendo una validissima checklist su cui valutare il potere emotivo di un mailing, di uno spot o di una storia narrata durante un incontro con un grande donatore o… Oppure durante un comizio politico (imperdibili, da questo punto di vista,  i passaggi sulla comunicazione di Obama).

Dopo aver letto Emotionraising scopriremo come agiscono le 6 emozioni chiave (felicità, sorpresa, rabbia, disgusto, tristezza e paura) e come possiamo usare le storie, il caso concreto di un nostro beneficiario o stimolare tutti i sensi del nostro donatore. Per tutti noi sarà finalmente chiaro cosa significhi davvero la frase di Donald Calne “The essential difference between emotion and reason is that emotion leads to action while reason leads to conclusions” e perché, anche nel nostro mestiere, dovremmo forse imparare a conoscere un po’ più da vicino l’opera gigantesca di Charles Darwin, per inciso, magari smettendola anche di confondere il darwinismo sociale con Darwin e mettendogli in bocca frasi sulla sopravvivenza del più forte… Che sono l’antitesi del suo pensiero e della nostra stessa evoluzione che è dominata dal caso e dall’adattamento, non dalla forza.

Prima di chiudere, permettetemi un’ultima citazione dottissima e una riflessione critica. Nei fumetti della Marvel (quelli dell’Uomo Ragno, per intenderci) c’è una frase che domina l’ethos dei personaggi: “da grandi poteri discendono grandi responsabilità“. Ecco,  credo che nel maneggiare le emozioni e la fiducia dei donatori dovremmo, una volta per tutte, renderci conto che abbiamo e dobbiamo assumerci grandi responsabilità. Fino ad oggi, invece, mi sembra che la nostra professione, in cerca di uno statuto e di una legittimazione, si stia preoccupando moltissimo della sua libertà (penso al bellissimo testo di Valerio Melandri sulla Libertà di Fundraising e all’intervento dirompente di Dan Pallotta), senza però ricordarsi che le condizioni entro le quali esercitare questa libertà dovrebbero  essere più stringenti di quanto non lo siano oggi. Mi riferisco in particolare a:

– la necessità di sottoporre la comunicazione sociale a un codice di autoregolamentazione dotato di sanzioni, sul modello di quello a cui, in tutto il mondo, si sottopongono le aziende;
– la necessità che vi sia corrispondenza tra i messaggi e quello che effettivamente l’organizzazione fa;
– la necessità che quei messaggi non mistifichino il bisogno e il contesto nel quale questo si produce;
– la necessità che vi sia piena trasparenza nell’utilizzo delle risorse.

È una questione di deontologia professionale, di rispetto nei confronti del donatore ma è, su questo vorrei essere chiaro, anche una questione di opportunità:
– credo infatti che una comunicazione solo “emozionale”non sia economicamente sostenibile sul lungo periodo se non a costo di qualche forzatura di troppo che spesso sconfina nell’inganno (almeno è quello che vedo da diversi mailing e spot);
– credo che se, anche se sostenibile per la singola organizzazione, questo produca alla lunga assuefazione e/o un forte spirito di rivolta diffuso, come sta avvenendo in questo momento in UK o, in parte, anche in Italia .

Francesco cita, come faccio spesso anche io a lezione, i rapporti di coppia: be’, se è vero che un rapporto di coppia va continuamente riscaldato e curato perché duri, è anche vero che i rapporti troppo passionali spesso sono quelli che si rompono in maniera più fragorosa e lasciando cocci ovunque. Come direbbe Paul Watzlawick, un altro che di emozioni se ne intendeva, l’unico modo per abbassare la conflittualità in questi casi è riportate il confronto sui contenuti e non di spingere tutto sulla relazione. È una mediazione complessa, simile a quella del fabbro che riscalda e raffredda il metallo da temprare, ma credo sia decisiva per la nostra professione.

Se volete, e io ve lo consiglio caldamente, potete acquistare Emotionraising qui.

ps.: chiudo con una citazione che non trovate sul libro, ma è un altro grande omaggio al potere della relazione e delle emozioni, formulata dal più grande degli scienziati moderni: “imparare è un’esperienza. Tutto il resto è informazione”. Albert Einstein

ps2.: consiglio anche un po’ di cautela quando si parla di neuroscienze. Come dice un recente articolo pubblicato su Le Scienze (http://www.lescienze.it/news/2013/04/12/news/ricerca_in_neuroscienze_tutto_e_il_contrario_di_tutto-1610643/)

Le ricerche nel campo delle neuroscienze sono, in media, poco affidabili, raramente riproducibili e viziate da campioni troppo limitati. A lanciare l’allarme un team di ricercatori che ha esaminato 48 meta analisi pubblicate nel 2011, rilevando tra l’altro che l’uso delle tecniche di neuroimaging in particolare fa crollare l’affidabilità