Fundraising, tra storia e cambiamento

Qualche giorno fa ho partecipato a un evento organizzato dall’Ordine dei Commercialisti di Milano dove ho parlato di fundraising davanti a una platea composta da professionisti e responsabili di organizzazioni non profit.

L’esperienza è stata davvero bella e per una serie di ragioni.

Intanto perché mi ha permesso di ripensare, anche in chiave prospettica, al mio lavoro e ad alcune delle sollecitazioni che in questi mesi sono emerse dalla lettura di vari blog (cito al volo quelli di Elena Zanella, Riccardo Friede e Raffaele Piccilli… vi leggo quando posso… anche se sembro assente 😉 ) e, soprattutto, dal meraviglioso lavoro di evengelizzazione che sta facendo Valerio Melandri)

In secondo luogo perché, insieme all’Ordine (e in particolare insieme a Barbara Farnè e a Matteo Zagaria), abbiamo costruito un percorso di avvicinamento all’evento che mi ha permesso uno scambio costante e proficuo di idee e punti di vista con due grandissimi professionisti, come Sandro Massi (sodale di Carlo Mazzini) e Luigi Maruzzi (di Fondazione Cariplo). Insomma, tanto, ma davvero tanto da imparare 🙂

Last but not least, perché la platea era diversa dal solito e testare un ragionamento inconsueto (e un po’ provocatorio) sul fundraising era rischioso. Pare sia andata bene, però: cosa che mi fa pensare che siamo un po’ meno marziani di quanto ogni tanto non sembri nei corridoi ristretti del nostro mondo.

Per chi avesse voglia, in alto c’è la mia presentazione.

Un caro saluto a tutti

ps.: aggiungo in corsa, sulle riflessioni, questo bellissimo articolo di Mattia Dell’Era sulla Social Enterprise  e lo scambio (facilitato dalla “convivialità”) avuto con Paolo Venturi e Sandra Savelli di Aiccon 

 

Sharing economy e crowdfunding: un workshop per parlare di innovazione

Lo scorso 18 marzo si è svolto l’incontro “Sharing Economy and Crowdfunding” all’interno del ciclo dei Workshop dell’ Economia Sociale. I Workshop sono promossi dal Corso di Laurea magistrale in Economia Sociale della Scuola di Economia, Management e Statistica di Forlì – Università di Bologna , in collaborazione con AICCON e l’associazione studentesca Nonprofitlab.

All’incontro, coordinato da Paolo Venturi (Direttore di AICCON), oltre a me è intervenuta la fantastica Ivana Pais (Docente di sociologia economica, Università Cattolica del Sacro Cuore).

Per iniziativa della scuola abbiamo deciso di mettere online i video e rendere accessibili le presentazioni.

Le trovate qui.

Buona visione (soprattutto per la grande Ivana) e buona lettura.

 

 

Formazione, formazione e ancora formazione: cresce la voglia di fundraising

In questi giorni, il vostro fundraiser invidioso compulsa tweet su tweet rosicando per tutto quello che si sta perdendo al Festival del Fundraising (http://www.festivaldelfundraising.it/) anche quest’anno sold out!

Il successo del festival, che si ripete di anno in anno, è’ un bel segnale di quanta voglia ci sia di incontrarsi, imparare e crescere nel non-profit italiano. E, soprattutto, di quanto sia vivace il mondo della raccolta fondi in Italia.

Personalmente ne ho avuta l’ennesima dimostrazione anche nel seminario che abbiamo organizzato in Bocconi sulle piattaforme di fundraising online: ci aspettavamo non più di 60 persone, e ci siamo ritrovati in oltre 200 persone, assiepati in due aule cercando di fare, per la prima volta, anche del sano benchmarking. E’ stato bellissimo e spero che riusciremo a trasformare quest’appuntamento in un’occasione di analisi annuale dello stato dell’arte del personal fundraising e del crowdfunding (per chi volesse guardarla, qui c’è la presentazione che ho fatto in Bocconi) e anche in un’occasione di confronto annuale: perché formazione significa anche confronto.

Formazione significa anche scambio, dono reciproco. Non lo dico per piaggeria. Come docente mi metto in gioco, cerco di dare sempre il massimo, come fanno i tanti colleghi che al lavoro quotidiano al fianco delle loro cause aggiungono lo studio matto e disperatissimo e la didattica. Ma so anche che dalla formazione anche io porto a casa moltissimo: la necessità di aggiornarmi, innanzitutto, che mi aiuta a non sedermi; ma anche lo stimolo degli studenti, il racconto delle loro esperienze, il loro sguardo critico, la loro generosità nel donare esempi e confronti. Un regalo enorme di cui sarò per sempre debitore alle centinaia di persone che ho incontrato in questi anni (con un collega che stimo moltissimo stiamo cercando di far diventare lo scambio qualcosa di ancora più concreto, ma magari di questo vi parlerò con lui in un prossimo post).
Formazione significa anche incontro di stili, punti di vista, approcci diversi: in questi anni ho cercato , quando è stato possibile, di fare formazione insieme a colleghi, amici e professionisti del web marketing e dei social media profit. Mi piace allargare la mappa, offrire sguardi laterali e anche, se capita, posizioni diverse dalle mie. Spero che questo sia anche di gradimento per gli studenti. Un incrocio interessante, e nuovo per me, lo faremo al prossimo corso su Social Media e Crowdfunding per il non-profit insieme ad Alberto Giusti. Curiosi? Allora guardatevi il programma (in evoluzione) e prenotatevi. Ci ritorneremo presto: http://www.fundraisingschool.it/offerta-formativa/calendario-2013/fundraising-e-crowdfunding/

Profit e non-profit: ma quale innovazione?

Il 26 giugno sono stato invitato a partecipare all’incontro organizzato da ASSIF, Associazione Italiana Fundraiser, sul tema:  “Due Mondi, un futuro. Il mondo non profit incontra quello dell’impresa” (http://www.assif.it/index.php/component/k2/item/227-26-giugno-due-mondi-un-futuro-il-mondo-non-profit-incontra-quello-dellimpresa). Condivido le note che avevo preparato sul mio intervento… Ovviamente per questioni di tempo molte le ho omesse e ne ho dette altre stimolate dal dibattito in corso… Ma il succo era questo.  Fatemi sapere cosa ne pensate.

Dal 2007 ho aperto un blog per parlare di raccolta fondi e innovazione…

erano anni in cui:

– si parlava molto di fundraising online, ma in pochi lo praticavano

– si parlava moltissimo di direct mailig, ma solo alcuni grandi nomi e alcune onp religiose lo praticavano

– si parlava molto di cause related marketing, ma in pochi lo facevano

– si iniziava a parlare di impresa sociale, di partnership profit/non-profit, di professionalizzazione del non-profit…

– si parlava poco di innovazione…

– non si parlava quasi per nulla di cultura del dono… E ora dove siamo?

Ora l’innovazione sembra essere ovunque…

– non c’è piccola onp locale che non provi a ragionare di impresa sociale o vi sia indotta… E grandi fondazioni hanno preso decise questa strada… Attività meritoria, ma sarebbe utile che qualcuno  riesca a spiegarci come si fa a far stare in piedi un modello di micro-imprese sociali, parcellizzate come il modello di piccole e micro imprese italiane. Imprese incapaci di fare ricerca, di fare innovazione di prodotto o di processo, di investire nelle risorse umane attraverso la formazione e attraverso stipendi adeguati;

– non c’è onp che non parli del suo modello di servizio come di un modello innovativo: però tutte si buttano più o meno sulle stesse cose e ci sono interi settori strategici ancora mal presidiati. E le aziende purtroppo seguono a  ruota, incapaci a loro volta di selezionare i bisogni e di intervenire all’interno di un quadro strategico definito, di prospettive di medio o lungo periodo, della ricerca di modelli o aree innovative o anche solo (come è venuto fuori da una recente ricerca della Bocconi) incapaci di non confondere un solido posizionamento strategico da tattiche di mera pubblicità;

– non c’è onp che non parli di aziendalismo, salvo pagare solo a percentuale, chiedere tutto gratis, continuare a sperare nel miracolo della raccolta fondi, non avere alcun tipo di pianificazione in quasi nessun dipartimento… E questa purtroppo è una realtà che sempre più spesso mi trovo davanti incontrando decine di studenti nei corsi che tengo durante l’anno. E le aziende? Spesso continuano a premiare modelli di fatto volontaristici e con scarsa competenza manageriale… Salvo poi lamentarsi del nonprofit, delle sue scarse competenze professionali e pensare che possono fare tranquillamente da sole (lo dicono tra l’altro anche quelle inglesi);

– non c’è onp che non parli della sua raccolta fondi come innovativa: da chi vende pubblicità, a chi apre negozi (shop, scusate) a chi collabora con le aziende secondo un modello Win Win… Dove però stranamente alla onp se va bene tornano a casa 5000 euro e l’azienda si svuota magazzini e coscienza e fa un po’ di pr disintermendiando agenzie e dipendenti. Come dire: spesso partecipiamo come organizzazioni non-profit a un enorme dumping che impoverisce l’intero sistema italiano, oltre che le nostre stesse cause sociali;

– non c’è fondazione che non dica “noi vogliamo essere partner, non sponsor”, salvo poi in molti casi decidere lei il cosa e il come…
Dimenticavo… di cultura del dono… Non solo se ne parla poco… Ma quando se ne parla se ne parla per denigrarla… Il dono è vecchio, è superato, è inefficiente, inefficace…

Ora, tutto questo preferirei non chiamarlo innovazione. Spesso, al di là della patina di nuovismo, profuma di vecchia carità, di retroguardia, di  incapacità di rinnovarsi della classe dirigente del non-profit (e del profit), di improvvisazione o di scarsa conoscenza del settore e dei temi di cui il nostro settore (che non mi piace chiamare terzo) si occupa.

Ora, visto che mi si chiede di parlare di partnership tra profit e non-profit e di innovazione vorrei individuare alcuni punti positivi su cui credo dovremmo e potremmo incontrarci.

LA CULTURA DEL DONO

Non amo le citazioni e non le raccolgo, di solito, ma da comunicatore e da indefesso cultore dell’innovazione, a monito perenne della finitezza e al tempo stesso della grandezza dell’essere umano, tengo sempre presente il motto di un genio come Antoni Gaudì: l’originalità è tornare alle origini. Guardiamoci attorno, come Gaudì faceva con le infinite forme della natura, guardiamo ai rapporti tra le persone, ai loro bisogni, alle relazioni e rendiamoci conto che non ci può essere innovazione sociale se non ripartiamo dalla cultura del dono: tempo, competenze, denaro, non c’è cultura o religione che non abbia ragionato, filosofeggiato o addirittura leggiferato sul dono. Se non ripartiamo da qui perdiamo di vista le ragioni profonde e antropologiche che stanno dietro il non-profit, ma anche dietro il bisogno di innovazione dell’uomo che è, sempre e comunque, un tentativo di imitazione del bello, del perfetto, del misterioso… o del divino, per chi ci crede.

Oggi comunque manca in Italia una vera attenzione alla cultura del dono, che poi è anche cultura della “responsabilità” nel senso più pieno del termine: responsabilità verso la propria comunità e verso quella comunità allargata che è il mondo globalizzato; responsabilità individuale, ma anche responsabilità collettiva.

Ogni citazione di altri modelli, senza partire da qui, rimarrà sterile e ogni innovazione senza fondamento o semplicemente strumentale.

IL RITORNO SULL’INVESTIMENTO SOCIALE

Vengo considerato un esperto di fundraising online e vengo spesso chiamato a commentare il successo di un’organizzazione americana, Charity Water, che in questi anni ha raccolto milioni di dollari online. In genere mi smarco e la cito il meno possibile, non tanto perché non ne sia anche io entusiasta, ma perché credo che il successo di questa organizzazione stia soprattutto al di fuori dei singoli strumenti o canali. Sta in quello che loro definiscono modello 100%. Ogni singolo centesimo raccolto dal grande pubblico finisce ai progetti, questo perché un gruppo di grandi donatori e di aziende sostiene la struttura:

– i migliori professionisti

– una sede funzionale e moderna

– investimenti in comunicazione e raccolta fondi

– ricerca e sviluppo

Tutto questo riposa su un patto: investi nella mia organizzazione e io mi impegno a raggiungere risultati sempre più ambiziosi in termini di:

– numero di beneficiari

– qualità del servizio erogato

– innovazione nell’erogazione del servizio

– sostenibilità

– efficienza della struttura di governance

– visibilità

Se raggiungo i risultati previsti dal business plan tu investitore sociale torni a donare… Se sbaglio, se perdo la mia credibilità sul mercato delle grandi donazioni (dei capitali!) il gioco finisce. Semplice no? È quello che succede sul mercato dei capitali: la differenza sta nel fatto che qui viene preservata la cultura del dono come fondamento di un modello di impatto ed efficiente il cui ROI diventa un ROSI (Return on Social Investment) e non si misura in dividendi, ma in impatto sulla comunità.

Questo significa lavorare secondo logiche aziendali e di impresa (senza metterci  ad aprire per forza  negozietti o cooperative di produzione), significa stare sul mercato, significa uscire dalla logica che sta uccidendo la creatività e l’efficienza del terzo settore italiano del finanziamento sul progetto, sull’hardware e mai su quel grande patrimonio che sono le persone, le loro competenze e il loro entusiasmo, il software vitale dell’innovazione sociale, in Italia e nel mondo.

IL PATTO TRA IMPRESE

Questo mi porta a definire un terzo punto, quello del patto tra imprese, profit e non-profit.

Se siamo partner, se siamo imprese, pur con tutte le nostre specificità, facciamo un patto di sistema volto a modernizzare questo paese e a:

– creare valore condiviso per tutti i soggetti coinvolti e per la comunità;

– uscire dalla logica del progetto fine a se stesso per ragionare secondo una logica di impatto e di programmazione;

– premiare le eccellenze, favorendo la crescita delle professionalità, la condivisione delle conoscenze, la sperimentazione, la ricerca e l’innovazione reale di processo, di servizio e di prodotto;

– incentivare la specializzazione da un lato e la crescita dimensionale dall’altra: usciamo dal piccolo e micro per entrare nella dimensione del medio, quanto meno;

– fare lobby sulle istituzioni per leggi che incentivino davvero la partecipazione delle imprese e dei loro dipendenti alle cause sociali: oggi il welfare italiano riposa sulla nostra capacità di rispondere ai bisogni ed è ora che questo peso (che ha una sua evidenza anche sul Pil) ci venga riconosciuto e venga di conseguenza riconosciuto alle partnership tra aziende profit e nonprofit;

– incentivare e pagare un sistema di trasparenza dei bilanci (charity navigator) veramente indipentente.

E IL NONPROFIT?

Mi si dirà, ma qui sembra quasi che le responsabilità siano quasi tutte del mondo delle imprese… No, non lo sono, però è anche troppo facile continuare ad addossarle tutte sul non-profit senza vedere quanto il settore è cambiato, quante nuove professionalità ha acquisito e quanto poco il mondo dell’impresa ci abbia messo per capirlo e studiarlo (risorse umane comprese).

Ma il non-profit cosa dovrebbe fare? Provo a fare un piccolo, e non esaustivo elenco

– uscire dalla frammentazione e fare rete;

– chiedere leggi che semplifichino il settore, riducano il numero dei beneficiari degli incentivi fiscali e permettano la crescita dimensionale e professionale, permettendo anche al nostro settore di investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere leggi che disciplinino il mercato, impedendo l’abuso di posizioni dominanti, specie nel rapporto con le istituzioni;

– dotarsi di governance all’altezza delle nuove sfide, professionali, preparate, formate

– chiedere regole di trasparenza più nette, che lasciando da parte le percentuali stabiliscano, per esempio, l’obbligo di rendere pubblici gli stipendi, le parentele nella governance, gli organigrammi, i bilanci secondo modelli semplificiati e chiaramente comprensibili al grande pubblico e agli investitori sociali;

– autodisciplinare la propria comunicazione commerciale secondo quelle stesse regole che il mondo delle aziende si è dato;

– investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere un reale supporto allo sviluppo del settore anche facendo lobby, in maniera trasparente e professionale.

E qui chiudo, contento che Assif abbia accolto la mia richiesta di organizzare un incontro sulla lobby e che Pablo Turrini (che ringrazio per la cortesia con cui mi ha risposto) abbia deciso di venire a raccontarci cosa è e come si fa lobby nel terzo settore.  Ne avevamo davvero bisogno!

Un caro saluto a tutti.

Peer to peer fundraising: ripartiamo dalle persone per dare forza alla nostra raccolta fondi online

Qualche settimana fa sono stato invitato da Volontari per lo Sviluppo a tenere un webinar sul fundraising 2.0. E’ stata l’occasione per tornare su alcune riflessioni che hanno accompagnato la nascita di questo blog nel 2007, a partire dal peer to peer fundraising o personal fundraising o community fundraising. Quella che segue è la presentazione che, a differenza delle mie ultime lezioni, ho deciso di pubblicare nuovamente sul blog e su slideshare.

Piccola precisazione: come vedete evito il termine “crowdfunding” ormai di uso comune in Italia anche per parlare di raccolta fondi. Non ne voglio fare una questione semantica a tutti i costi, ma credo che sia sempre un errore per un fundraiser considerare i propri sostenitori come una folla o massa. Come insegna la massima aurea del fundraising, “le persone donano ad altre persone”. Persone che hanno un nome, un cognome, una storia: non dimentichiamolo mai!

Una ricerca sul fundraising online in Italia: finalmente!

Rompo il digiuno su Fundraising Now! per commentare la ricerca che Slash ha appena presentato a  Milano all’interno del suo Osservatorio sull Fundraising Online iniziando con un commento: finalmente!

Finalmente perché, pur in assenza di indagini quali-quantitativi sui donatori online dirette (ossia sulla base dati delle organizzazioni), pur nella mancanza di altri osservatorii e quindi nell’impossibilità di confrontare i dati e pur nell’impossibilità di indagare, ad oggi, il reale peso quantitativo delle donazioni online la ricerca di Slash ha il merito di mettere una serie di primi dati sul piatto, permettendo soprattutto a partire da quest’anno (perché lo scorso anno Slash qualche dato pure ce lo aveva servito) qualche riflessione più articolata.

Vediamone qualcuno…

La propensione al dono mi sembra il primo dato interessante. Il 58% degli utenti Internet dichiara di aver fatto almeno una donazione negli ultimi 12 mesi. Come dire: il popolo degli utenti Internet  (più alfabetizzato e meno vecchio) ha una propensione al dono alta, più alta della media italiana. Un  buon punto di partenza per chi investe online. A maggior ragione se si pensa che il 75% di questi donatori ha tra i 25 e i 54 anni, ossia ha, se ben coltivato, una lunga storia di donazioni davanti e probabilmente una capacità di contribuzione crescente nel tempo.

Ma, tanto per confermare un dato ormai consolidato a livello internazionale, la quota che cresce di più è quella dei Silver Surfer, la quota degli utenti over 55, che arriva al 18% con un’impennata del 40% rispetto alla precedente rilevazione… Insomma, come ormai ripeto da tempo ai miei corsi, non continuatemi a dire che Internet è una cosa da ragazzini!

Per cosa donano questi filantropi che sono anche utenti online? Bella sorpresa, per la prima volta la quota dei donatori che donano per cause umanitarie ha superato la ricerca scientifica e non c’era ancora Haiti di mezzo: che significa? Forse che il tema inizia a interessare di più, o forse, come credo, semplicemente che questo è il mondo che oggi ha l’offerta più convincente e che si sta muovendo (come all’estero) meglio. Soprattutto se al 38% specifico per Cause Umanitarie e Aiuto ai Paesi Poveri sommate il 27% dell’Aiuto all’Infanzia e il 18% delle Adozioni a distanza.

Tralascio il quanto donano perché i dati su questo mi sembrano non particolarmente significativi (e comunque quello che sembra emergere è una donazione media molto bassa), ma vi segnalo che sia sull’Aiuto all’Infanzia che sull’Adozione a distanza e sulle Cause Ambientali le percentuali dei donatori regolari (tutti i mesi o una volta ogni 2/3 mesi) sfiora o supera il 50%. Qui siamo di fronte a una tendenza che chiunque frequenti i siti inglesi o americani  ormai ha sotto gli occhi: il pulsante “Dona Ora” sta sparendo lasciando sempre di più il posto alla donazione regolare. Ma la stessa cosa la potete vedere semplicemente facendo un giro per strada: il face to face si fa su Donazioni Regolari.

Per il fundraising questo significa spesso ROI positivi e minori costi di gestione sulla fidelizzazione: se non avete un prodotto di donazioni regolari, forse è il caso di iniziare a pensarci!

Ma come donano questi utenti Internet? Prima indicazione, che toglie spazio a molte illusioni: il 59% sceglie ancora i contanti e il bollettino di conto corrente postale. Ma  siamo in  calo, così come in calo è la donazione via sms e telefono fisso. Stabile la donazione con carta di credito (si parla di circa un 20%, ma mi sembra alta) e con bonifico bancario (un altro 20%). C’è poi un “Altro”, che sale dal 2 all’8%. Immagino ci sia dentro il RID, ma non ho certezze su questo e non esprimo commenti.

Ma quanti di questi donano online? Se stiamo ai dati di Slash il 21%, ossia 3,5 milioni di connazionali. Sono soprattutto uomini, prendono un po’ tutte le fasce d’età allo stesso modo ma è significativa la fetta tra i 18 e i 24 anni (il 27% della fascia in questione… anche se solo il 3% in assoluto), che con i normali mezzi ci scordiamo, ed è interessante sapere che donano spesso visto che il 29% dichiara di donare almeno una volta al mese, mostrando anche in questo caso un grande spazio per le donazioni regolari e le domiciliazioni, bancarie, postali o su carta di credito.

Attenzione: solo il 61% di questi donatori ha scelto la carta di credito. Un bel 31% ha continuato a usare il bonifico bancario (considerate che nell’e-commerce è il 71% la percentuale di chi usa la carta di credito e di circa il 9% di chi usa una prepagata).

Nel complesso solo il 4,5% dei donatori in campione (1,3 milioni di italiani) ha pagato direttamente con Carta di credito sul sito di una Onlus che non è proprio una percentuale esaltanta in termini di credibilità e fidelizzazione, ma che comunque è un inizio.

Dalla ricerca mi sembra venga poco fuori invece l’aspetto delle motivazioni: il 50% che sceglie  la carta di credito perché più veloce e il 33% che non la sceglie per “Altro” mi sembrano dati che nascondono qualche approsimazione nella formulazione di questa domanda e nella classificazione delle risposte… perciò sorvolo sul commento.

Qualche contraddizione anche sul tema della propensione a donare: il 67% degli intervistati dice che la presenza online delle onlus ha sicuramente influenzato la propensione alla donazione, ma non la propria a quanto pare (solo il 27% risponde affermativamente). Soprattutto, ben il 51% dice di non aver mai cercato su Internet il sito della onlus a cui ha donato… Qui i commenti che mi vengono sono tanti: 1. hai fatto male, ti saresti accorto probabilmente che la tua onlus non ha un bilancio pubblicato (ancora questa settimana all’Iper ne ho viste tre e tutte e tre non avevano alcuna informazione rilevante sul proprio sito, pur prendendo anche finanziamenti pubblici!!!!); 2. non ci credo; 3. ma quelli della tua onlus hanno mai fatto qualcosa per mandarti sul proprio sito Internet?… (se avete commenti da aggiungere ben vengano…).

Sorvolo su un altro pezzo importante della ricerca su cui vi invito a leggervi l’intero tomo scaricabile sul sito di Slash (www.slash.it) per chiudere sulla sempre maggiore importanza data alla voglia di essere informati sul come sono stati spesi i soldi dall’organizzazione (il 44% chiede informazioni! sui progetti), sulla propensione a lasciare dati alla onlus (il 35%, in crescita, ma ancora basso), e sulla voglia di essere informati soprattutto via email (il 69% che poi non le apre queste mail,  mi viene da aggiungere) e su Facebook (il 29%, più del 22%  della newsletter cartacea che però si porta dietro i bollettini e i moduli RID, non dimenticatelo) che sta diventando il principale canale di comunicazione attiva tra la onlus e i suoi sostenitori.

In forte crescita, infine, il  numero di iscritti alla newsletter elettronica: un po’ perché non se ne può fare a meno, un po’ per questa voglia di essere informati… Cosa accada dopo in termini di donazioni, aperture, click e risposta alla newsletter non lo sappiamo, ma questo è oggetto di un’altra ricerca che Slash obiettivamente non poteva condurre.

Io mi fermo qui, anche se nella ricerca trovate ancora un bel po’ di cose, compresi degli A/B test creativi e maggiori dettagli su Facebook e i Social Network. Quelli potete leggerveli direttamente qui (Osservatorio Fundraising Online di Slash) oppure guardarvi la presentazione su Slideshare (qui).

La mia impressione è che la carne al fuoco sia tanta, anche se ancora un po’  disordinata, e che su una serie di cose sarebbe sicuramente opportuno un altro livello di approfondimento. Ma finalmente abbiamo qualcosa di più concreto su cui discutere e su cui lavorare come fundraiser.

Ora non ci resta che sperare che sia l’Osservatorio sul Fundraising Online di Slash sia altri soggetti continuino a indagare sulla raccolta fondi online che, forse ve ne sarete accorti anche voi, complice l’aumento della concorrenza e delle tariffe postali ormai sta esplodendo!

Fundraising Now! continuerà a seguirne l’evoluzione per il quinto anno consecutivo nel 2011!