Fundraising, tra storia e cambiamento

Qualche giorno fa ho partecipato a un evento organizzato dall’Ordine dei Commercialisti di Milano dove ho parlato di fundraising davanti a una platea composta da professionisti e responsabili di organizzazioni non profit.

L’esperienza è stata davvero bella e per una serie di ragioni.

Intanto perché mi ha permesso di ripensare, anche in chiave prospettica, al mio lavoro e ad alcune delle sollecitazioni che in questi mesi sono emerse dalla lettura di vari blog (cito al volo quelli di Elena Zanella, Riccardo Friede e Raffaele Piccilli… vi leggo quando posso… anche se sembro assente 😉 ) e, soprattutto, dal meraviglioso lavoro di evengelizzazione che sta facendo Valerio Melandri)

In secondo luogo perché, insieme all’Ordine (e in particolare insieme a Barbara Farnè e a Matteo Zagaria), abbiamo costruito un percorso di avvicinamento all’evento che mi ha permesso uno scambio costante e proficuo di idee e punti di vista con due grandissimi professionisti, come Sandro Massi (sodale di Carlo Mazzini) e Luigi Maruzzi (di Fondazione Cariplo). Insomma, tanto, ma davvero tanto da imparare 🙂

Last but not least, perché la platea era diversa dal solito e testare un ragionamento inconsueto (e un po’ provocatorio) sul fundraising era rischioso. Pare sia andata bene, però: cosa che mi fa pensare che siamo un po’ meno marziani di quanto ogni tanto non sembri nei corridoi ristretti del nostro mondo.

Per chi avesse voglia, in alto c’è la mia presentazione.

Un caro saluto a tutti

ps.: aggiungo in corsa, sulle riflessioni, questo bellissimo articolo di Mattia Dell’Era sulla Social Enterprise  e lo scambio (facilitato dalla “convivialità”) avuto con Paolo Venturi e Sandra Savelli di Aiccon 

 

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Responsive e-mail, il nonprofit è pronto al cambiamento?

responsive-email-nonprofit

Dopo un periodo di latitanza…torno a parlare di nonprofit e e-mail marketing!

I numeri parlano chiaro. Secondo una recente indagine tra il 15% eil 65% delle e-mail vengono aperte da dispositivi mobile (emailmonday.com). Viene da sè che gli utenti desiderino sempre più un’esperienza adeguata alle nuove tecnologie (spesso touch) e alle dimensioni degli schermi inferiori rispetto ai pc. Pensate che l’80% degli utenti eliminano le email che non leggono correttamente dal loro dispositivo.

Fino a qualche anno fa era impensabile progettare creatività completamente adattabili ai nuovi dispositivi, anche se i client di posta elettronica da tempo adattano i layout alla dimensione dello schermo. Risultato: immagini spesso sballate, testi difficili da leggere, pulsanti e link difficili da cliccare.

La risposta a questo problema sono le responsive e-mail. Si tratta di una serie di tecniche applicate al codice delle e-mail che includono layout grafici automaticamente adattabili ai singoli dispositivi, testi che cambiano e si adattano a smartphone, tablet e pc, addirittura omettendo parti di “codice” per migliorare la navigabilità e la risposta alle call to action (soprattutto per dispositivi touch screen).

In questa immagine (presa in prestito da litmus.com) potete vedere come cambia l’approccio grazie alle responsive e-mail.

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Se per esempio accedendo da pc la nostra e-mail prevede 3 paragrafi di testo, su mobile è possibile nasconderli e fare in modo che venga visualizzato un messaggio più breve e un’intuitiva call to action così che l’utente sia più facilitato nel compiere un’azione in movimento (compilare un form, accedere alla vostra landing page o DONARE!).

Ma la tecnica non basta, la vecchia regola del “buon senso” sicuramente aiuta a migliorare i risultati, alcuni consigli:

  • create pulsanti grandi e facilmente accessibili (non uno attaccato all’altro!)
  • utilizzate layout che permettano di leggere il contenuto anche senza scaricare le immagini (bloccate dalla maggior parte dei client di posta)
  • eliminate tutti i contenuti che non aiutano a raggiungere l’obiettivo della vostra comunicazione (la regola del “già che ci siamo gli ricordo anche…” con una serie infinita di informazioni, non funziona!)
  • non utilizzate testi eccessivamente lunghi (e tediosi)
  • …fate tesoro delle esperienze passate!

Due precisazioni importanti:

  • Non tutti i client di posta supportano le responsive e-mail, quindi se avete intenzione di utilizzare queste tecnologie testate su tutti i principali client (Gmail, Yahoo, Libero, Hotmail, ecc…).
  • Le applicazioni native degli smartphone sono già tutte in grado di leggere correttamente la tecnologia responsive, mentre non lo sono alcune App di terze parti (su iPhone le App: Gmail, Mailbox, Yahoo!; su Android le App: Gmail e Yahoo!)

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Non finisce tutto con una buona e-mail, ricordatevi di creare siti e landing page adeguate alla visualizzazione da mobile, la percentuale degli accessi da mobile sulle vostre pagine è in costante crescita.

Tenetevi pronti al cambiamento!

Giampaolo

Vi aspetto al mio nuovo corso: SOCIAL MEDIA e CROWDFUNDING per il Non-Profit

THE FUND RAISING SCHOOL

La Scuola dedicata alla formazione sulla Raccolta Fondi vi invita il 18-19 Settembre a partecipare alle 2 giornate di formazione su:

“SOCIAL MEDIA e CROWDFUNDING per il Non Profit
Le nuove frontiere della Raccolta Fondi: Personal Fundraising e Crowdfunding”

Con Paolo Ferrara e Alberto Giusti
e la partecipazione in qualità di testimoni di: Rete del Dono e EPPELA

Il corso si prefigge di offrire ai partecipanti le competenze per gestire i principali social media definendo i propri obiettivi, la propria strategia e gli strumenti di pianificazione e monitoraggio maggiormente efficaci per accompagnare le attività di comunicazione e fundraising di una organizzazione non profit. In particolare si accompagneranno gli studenti attraverso la conoscenza delle nuove frontiere della raccolta fondi: il personal fundraising e il crowdfunding.

l 26 giugno 2013 la Consob ha deliberato il Regolamento sulla raccolta di capitali di rischio da parte di start-up innovative tramite portali on-line.
Il regolamento sull’equity crowdfunding dell’Italia è la prima normativa ad hoc creata al mondo.

SCARICA il REGOLAMENTO della CONSOB 

ISCRIVITI al CORSO
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SCONTI e CONVENZIONI

I corsi sono aperti ad un numero limitato di partecipanti, pertanto ti invitiamo a contattare quanto prima Sandra Savelli sandra.savelli@unibo.it – Tel 0543/62327
www.fundraisingschool.it

Madre Teresa, Darwin e il fundraising

Emozioni

“Se guardo alla massa di persone non potrò mai agire, ma se guardo alla storia di una singola persona, lo farò”.

Era il 2000, 13 anni fa, e nonostante fossi un giovane fundraiser in erba non avevo ancora deciso che questa sarebbe stata la mia sorte. Queste parole di Madre Teresa però in qualche modo decisero del mio futuro. Spostarono l’asse da un impegno fortemente connotato di sete di giustizia, ma freddo, ancorato a numeri e raffinate analisi socio-politiche, alla comprensione che senza lasciar fluire le emozioni e l’empatia con il prossimo non sarei mai stato né un professionista decente (quale spero di essere diventato) né forse una persona migliore.

È stato bello, e non casuale, ritrovare  queste parole  durante la lettura appassionata di Emotionraising di Francesco Ambrogetti, un libro che mette finalmente ordine, con una scrittura efficace e solide argomentazioni, a quanto sappiamo fino ad oggi del rapporto fra le emozioni (l’eredità ancestrale del nostro sistema limbico, la parte più antica di quella meravigliosa macchina del tempo che è nostro cervello, quella che ci permette di prendere decisioni fondamentali, quali scappare, lottare per difendersi, piangere, ridere) e le attività di marketing e Fundraising.

Non si tratta, badate, di un libro sui persuasori occulti, o di qualche ricetta miracolosa sicura per carpire la buona fede dei malcapitati sostenitori. Come dimostrano le parole di Madre Teresa, si tratta semplicemente di conoscerci un po’ meglio, di provare con umiltà e spirito scientifico a comprendere i meccanismi che stanno alla base delle nostre scelte, dei nostri comportamenti e delle nostre reazioni fisiche e chimiche, per  conoscere meglio i nostri interlocutori e le loro ragioni così da imparare non solo a chiedere loro in maniera più efficace attenzione, tempo e soldi, ma anche per imparare a rispettarli.

Uso non a caso l’espressione rispetto, perché mi sembra che a volte scarseggi nella nostra professione. Lo sento ogni volta che vedo trattare i nostri donatori come semplici bancomat, pensando che basti chiedere e pretendere senza creare prima delle relazioni. Lo sento ogni volta che un collega si rivolge ai donatori/clienti come a altro da lui/lei senza provare almeno per un attimo a capire che noi e i nostri donatori siamo simili, attivati dalle stesse reazioni chimiche, capaci di emozionarci sotto qualsiasi latitudine e indipendentemente da qualsiasi cultura. Lo sento ogni volta che, pontificando, sviliamo, provando a usarle, le ragioni della pancia, senza accorgerci che sono nient’altro che le ragioni della parte più antica del nostro cervello, quelle che ci spingono all’azione (come svela l’etimo della parola e-mozione)  immediata e che, solo in un secondo momento, imbellettiamo con il pensiero strutturato.

Il libro di Francesco credo sia, innanzitutto, un ottimo antidoto proprio contro una certa arroganza del nostro lavoro. E già per questo varrebbe il prezzo della copertina. Ma ovviamente non è solo questo.

Francesco passa in rassegna alcuni dei testi più famosi sul neuromarketing (le neuroscienze applicate al marketing), ne distilla i consigli più utili alla professione del fundraiser, ci guida tra  neuroni specchio (una scoperta tutta italiana!), ormoni della donazione (ossitocina e cortisolo) e “droghe” rilasciate dal nostro corpo (dopamina e adrenalina) arricchendo il tutto di aneddoti colti dalla sua pluridecennale esperienza (nonostante la faccia da ragazzino che si porta dietro) e restituendo una validissima checklist su cui valutare il potere emotivo di un mailing, di uno spot o di una storia narrata durante un incontro con un grande donatore o… Oppure durante un comizio politico (imperdibili, da questo punto di vista,  i passaggi sulla comunicazione di Obama).

Dopo aver letto Emotionraising scopriremo come agiscono le 6 emozioni chiave (felicità, sorpresa, rabbia, disgusto, tristezza e paura) e come possiamo usare le storie, il caso concreto di un nostro beneficiario o stimolare tutti i sensi del nostro donatore. Per tutti noi sarà finalmente chiaro cosa significhi davvero la frase di Donald Calne “The essential difference between emotion and reason is that emotion leads to action while reason leads to conclusions” e perché, anche nel nostro mestiere, dovremmo forse imparare a conoscere un po’ più da vicino l’opera gigantesca di Charles Darwin, per inciso, magari smettendola anche di confondere il darwinismo sociale con Darwin e mettendogli in bocca frasi sulla sopravvivenza del più forte… Che sono l’antitesi del suo pensiero e della nostra stessa evoluzione che è dominata dal caso e dall’adattamento, non dalla forza.

Prima di chiudere, permettetemi un’ultima citazione dottissima e una riflessione critica. Nei fumetti della Marvel (quelli dell’Uomo Ragno, per intenderci) c’è una frase che domina l’ethos dei personaggi: “da grandi poteri discendono grandi responsabilità“. Ecco,  credo che nel maneggiare le emozioni e la fiducia dei donatori dovremmo, una volta per tutte, renderci conto che abbiamo e dobbiamo assumerci grandi responsabilità. Fino ad oggi, invece, mi sembra che la nostra professione, in cerca di uno statuto e di una legittimazione, si stia preoccupando moltissimo della sua libertà (penso al bellissimo testo di Valerio Melandri sulla Libertà di Fundraising e all’intervento dirompente di Dan Pallotta), senza però ricordarsi che le condizioni entro le quali esercitare questa libertà dovrebbero  essere più stringenti di quanto non lo siano oggi. Mi riferisco in particolare a:

– la necessità di sottoporre la comunicazione sociale a un codice di autoregolamentazione dotato di sanzioni, sul modello di quello a cui, in tutto il mondo, si sottopongono le aziende;
– la necessità che vi sia corrispondenza tra i messaggi e quello che effettivamente l’organizzazione fa;
– la necessità che quei messaggi non mistifichino il bisogno e il contesto nel quale questo si produce;
– la necessità che vi sia piena trasparenza nell’utilizzo delle risorse.

È una questione di deontologia professionale, di rispetto nei confronti del donatore ma è, su questo vorrei essere chiaro, anche una questione di opportunità:
– credo infatti che una comunicazione solo “emozionale”non sia economicamente sostenibile sul lungo periodo se non a costo di qualche forzatura di troppo che spesso sconfina nell’inganno (almeno è quello che vedo da diversi mailing e spot);
– credo che se, anche se sostenibile per la singola organizzazione, questo produca alla lunga assuefazione e/o un forte spirito di rivolta diffuso, come sta avvenendo in questo momento in UK o, in parte, anche in Italia .

Francesco cita, come faccio spesso anche io a lezione, i rapporti di coppia: be’, se è vero che un rapporto di coppia va continuamente riscaldato e curato perché duri, è anche vero che i rapporti troppo passionali spesso sono quelli che si rompono in maniera più fragorosa e lasciando cocci ovunque. Come direbbe Paul Watzlawick, un altro che di emozioni se ne intendeva, l’unico modo per abbassare la conflittualità in questi casi è riportate il confronto sui contenuti e non di spingere tutto sulla relazione. È una mediazione complessa, simile a quella del fabbro che riscalda e raffredda il metallo da temprare, ma credo sia decisiva per la nostra professione.

Se volete, e io ve lo consiglio caldamente, potete acquistare Emotionraising qui.

ps.: chiudo con una citazione che non trovate sul libro, ma è un altro grande omaggio al potere della relazione e delle emozioni, formulata dal più grande degli scienziati moderni: “imparare è un’esperienza. Tutto il resto è informazione”. Albert Einstein

ps2.: consiglio anche un po’ di cautela quando si parla di neuroscienze. Come dice un recente articolo pubblicato su Le Scienze (http://www.lescienze.it/news/2013/04/12/news/ricerca_in_neuroscienze_tutto_e_il_contrario_di_tutto-1610643/)

Le ricerche nel campo delle neuroscienze sono, in media, poco affidabili, raramente riproducibili e viziate da campioni troppo limitati. A lanciare l’allarme un team di ricercatori che ha esaminato 48 meta analisi pubblicate nel 2011, rilevando tra l’altro che l’uso delle tecniche di neuroimaging in particolare fa crollare l’affidabilità

Google Grants per il Nonprofit…Facciamo luce

Google Grants

Negli ultimi mesi ci sono delle novità per quanto riguarda il programma Grants che Google ha dedicato alle organizzazioni nonprofit.

Per chi ancora non conoscesse il servizio, si tratta della versione gratuita del servizio Google Adwords, la piattaforma pubblicitaria di Google che permette la pubblicazione di annunci (testo, immagini e video) sulle pagine dei risultati di ricerca e sui siti della rete di contenuti Google.

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Chi può usufruirne

Tutte le organizzazioni che dispongono di uno stato di ente di beneficenza valido e attuale (sarà richiesto al momento della registrazione un documento che attesti l’iscrizione presso l’apposita anagrafe unica delle Onlus previa approvazione del Ministero delle Finanze).

Sono escluse dal programma le seguenti tipologie:

  • Enti e organizzazioni governativi
  • Ospedali e gruppi medici
  • Scuole, centri per l’infanzia, istituti accademici e università (i rami filantropici delle organizzazioni di formazione sono idonei)
  • Partiti politici, organizzazioni politiche e lobby

Limitazioni di Grants

Il programma dedicato alle organizzazioni nonprofit presenta alcune limitazioni rispetto alla versione a pagamento.

  • Innanzitutto l’offerta massima consentita per ogni parola chiave è pari a 2$ (fino a qualche mese fa il limite era 1$, quindi niente male!)
  • Il budget giornaliero massimo a disposizione è di 330$, ovvero 10.000$ al mese, il che consente di poter programmare campagne di tutto rispetto.
  • Si può usufruire solo della rete di ricerca Google, non della rete di contenuti. Quindi solo annunci testuali, non immagini e video.
  • L’account rimane attivo finché viene tenuto aggiornato, se non viene effettuato l’accesso per tre mesi consecutivi viene disabilitato (Google consiglia di accedere e apportare modifiche almeno una volta al mese).
  • Gli annunci e le keyword utilizzate devono rispecchiare la mission dell’organizzazione.

Come accreditarsi

1)      Il primo passaggio prevede la richiesta diretta a Google attraverso l’apposito modulo che trovate a questo link. Preparate i seguenti documenti

  • Nome dell’organizzazione registrata
  • Indirizzo postale
  • Città, Codice Postale, Numero di telefono
  • Url del sito web (Attenzione! Gli annunci potranno essere indirizzati soltanto all’URL incluso in questa domanda)
  • Tipo di non profit (troverete un elenco sulla pagina di registrazione)
  • Contatto del  referente presso l’organizzazione
  • Indirizzo mail del referente
  • Qualifica/funzione del referente
  • Numero di telefono del referente
  • Invio della documentazione originale relativa all’iscrizione presso l’apposita anagrafe unica delle Onlus (tramite apposito modulo online – dimensioni del file inferiori a 500 KB in PDF, TIF, JPG o GIF)
  • Codice fiscale

A questo punto dovrete attendere il responso di Google, di solito rispondono nel giro di una settimana, ma potrebbe volerci anche di più a seconda del numero di richieste gestite in quel periodo.

2)      Se siete stati scelti per far parte del programma dovrete attivare un nuovo account Google Adwords attenendovi scrupolosamente ad una serie di specifiche.

  • Impostare l’account con la valuta in USD (dollaro statunitense)
  • Non inserire i dati della carta di credito
  • Non creare nessuna campagna

A questo punto vi verrà inviato un link che dovrete seguire per poter sottoporre l’account all’esame di Google che automaticamente lo trasformerà in account Grants.

Il vantaggio per le Nonprofit

Stiamo parlando di circa 120.000$ di budget pubblicitario all’anno concesso in modo del tutto gratuito. Facendo due conti, se si calcola un cpc medio spesso inferiore ad 1$ per click, vi assicurerete almeno 10.000 visualizzazioni al mese di utenti potenzialmente molto interessati alla vostra organizzazione 😉

In questo modo potrete garantirvi  la copertura totale (o parziale, dipende dall’entità dell’organizzazione) di un’attività di advertising cpc e dedicare le vostre risorse in altre tipologie di attività di fundraising.

E’ importante sottolineare che la gestione ottimale di questo strumento non può essere improvvisata. Sono necessarie una serie di competenze che vi assicurino l’ottimizzazione delle campagne e quindi il raggiungimento del tetto di spesa a vostra disposizione, altrimenti finirete per sfruttare solo una parte dei 10.000$!

E il programma Google Grants PRO?

Fino a qualche mese fa era possibile, dopo un’attenta gestione dell’account e il raggiungimento per 3 mesi consecutivi del budget a disposizione (10.000$) nonché un piccolo test online, il passaggio al programma Google Grants Pro, ovvero fino a 40.000$ al mese di budget pubblicitario Google. Una cifra davvero importante! Peccato che attualmente non sia più possibile accedere a questo programma, la risposta ufficiale di Google è la seguente:

“Grazie per il tuo interesse per il programma Grantspro. Al momento non accettiamo nuove domande.”
😦

A questo link la pagina ufficiale del servizio Grants. Approfittatene… finché potete!

Il lavoro a percentuale nuoce gravemente al fundraising… e non solo!

Il banner della campagna di Assif contro la percentuale nel fundraising

Il banner della campagna di Assif contro la percentuale nel fundraising

Quanti di voi, colleghi fundraiser, si sono sentiti rivolgere l’oscena proposta?: “Ti pago a percentuale”. Come? Sì, proprio così, o meno secca, in una delle tante varianti:

– “be’, voi fundraiser non siete dei commerciali? E allora se porti a casa i soldi, io ti pago”;

– “sai, soldi non ce ne sono molti, ma ovviamente se riesci a raccogliere dei fondi poi ci mettiamo d’accordo e una percentuale va a te”;

– “noi siamo una onlus, lo sai, non possiamo rischiare. Non è etico che spendiamo troppi soldi, di certo non possiamo spenderli nel marketing e nel fundraising. Non sarebbe etico… Però se tu riesci a raccogliere soldi, poi possiamo concordare una percentuale”.

Comunque vi abbiano posto la questione, sono sicuro che a ognuno di noi, nel corso della carriera, di proposte indecenti come queste ne siano arrivate decine. Oggi, con la crisi, quello che un tempo sembrava solo un cattivo vezzo delle organizzazioni meno strutturate, sta diventando una moda straripante, una marea che travolge tutti, dalle ragazze e i ragazzi appena usciti dai master (dopo 1 laurea, 1 specializzazione, due o tre stage e qualche esperienza all’estero!) fino alle professioniste e ai professionisti con più anzianità di servizio.

Quale dev’essere la nostra reazione? Semplice, chiara, univoca:

ora basta! Io non lavoro a percentuale

Perché? Assif, l’Associazione Italiana Fundraiser, ha appena lanciato la campagna ZEROXCENTO contro il lavoro a percentuale (che, lo ricordo, è vietato dalla maggior parte dei codici internazionali). Ecco le ragioni dell’associazione:

  • un fundraiser sa che l’efficacia dell’attività non dipende unicamente dal proprio operato, bensì da una pluralità di fattori;
  • un fundraiser sa che questa forma di retribuzione può indurre a scelte e comportamenti più mirati al guadagno personale che all’interesse dell’ente per cui opera e alla volontà del donatore;
  • un fundraiser sa che il suo operato è frutto di relazioni, reciproca fiducia, consenso e adesione con il donatore. Tale valori devono essere mantenuti e rispettati;
  • un fundraiser sa che il reale valore della prestazione fornita tiene conto anche dei risultati intangibili che la sua attività genera con passione, etica e competenze.

Aggiungo a queste alcune delle motivazioni che mi hanno spinto a fare pressione su questi temi  e che mi spingono ad aderire con entusiasmo:

  • la percentuale nuoce gravemente alla crescita del nonprofit: disabitua all’investimento, alla capacità di rischio, al confronto con il donatore e con il mercato. Lascia proliferare iniziative temerarie, senza alcun business plan o senza alcuna seria analisi dello scenario circostante (ci sono già altre onlus che svolgono questo compito? come lo svolgono? quanto hanno investito in professionalità? qual è il livello di servizio raggiunto? ecc. ecc.). La percentuale è foriera di un’inevitabile crollo della qualità, esattamente come in altri settori della comunicazione e del marketing lo è stato il disdicevole abuso delle gare;
  • la percentuale distrugge l’immagine del nonprofit: riempie il mercato di avventurieri con mazzette di progetti in mano e senza alcuna preparazione specifica rispetto alla causa (o alle cause) di cui si fanno portavoce; porta alla ribalta presidenti e direttori che non hanno alcuna fiducia nella causa o nelle persone, ma che riducono la loro stessa causa esclusivamente a un gioco di entrate e uscite la cui unica certezza è il loro stipendio, non certo il benessere dei beneficiari o dei professionisti coinvolti;
  • la percentuale trasforma il terzo settore in un’impresa commerciale basata sul rapporto sinallagmatico (ti do se mi dai (do ut des), fino a contaminare anche il rapporto fra domanda e offerta di lavoro;
  • la percentuale scarica il rischio d’impresa esclusivamente sul soggetto più debole, il prestatore d’opera, lasciandolo spesso e volentieri in balia di pescecani vestiti da santi o dame della carità. Provate poi, ammesso che vi vada bene, a esigere il dovuto: avrete bisogno di un buon avvocato e di un ottimo commercialista. Probabilmente non vedrete mai i soldi o li vedrete solo dopo qualche anno, sperando  che i vostri familiari siano riusciti a sostenervi fino a quel giorno;
  • il fundraiser non è un commerciale! Se c’è qualche collega che lo pensa, prego si accomodi fuori. Se c’è qualche presidente o dirigente che lo pensa (molti, moltissimi): please, lasciatevi dire che non avete capito nulla.  A percentuale lavorateci voi! La percentuale è l’antitesi della professionalità e dell’imprenditorialità;
  • ultimo, ma non l’ultimo: il lavoro a percentuale non è etico! Non rispetta i valori della persona, oltre a non rispettare i valori che dovrebbero stare alla base del nonprofit e della nostra comunità.

Se non vi ho convinto, vi consiglio vivamente di leggere i post dei tanti colleghi che in queste ore si stanno mobilitando:

Stefano Malfattihttp://www.fundraisinglink.it/la-percentuale-dei-no/

Raffaele Piccilihttp://www.beafundraiser.it/io-non-lavoro-a-percentuale-2.html

Massimo Coen Caglihttp://www.blogfundraising.it/sul-fund-raising/lavoro-a-percentuale-avvelena-fundraising-digli-di-smettere-e-spiegagli-il-perche/

Elena Zanellahttp://elenazanella.wordpress.com/2013/04/25/assif-dice-stop-al-fundraising-a-percentuale/

Riccardo Friedehttp://www.fundraisingkmzero.it/fundraising-a-percentuale-solo-allo-0/

Andrea Rombolihttp://www.romboliassociati.com/io-non-lavoro-a-percentuale-campagna-assif-0/

Fabio Ceseri: http://welfareweb.wordpress.com/2013/05/16/manifesto-zeroxcento-png/

Sul sito di Assif trovate manifesto, banner, comunicato stampa e cover per facebook. Cosa aspettate?  Aderite e non dite che non vi avevamo avvertito: il lavoro a percentuale nuoce gravemente ai fundraiser, al nonprofit e all’intera comunità.