Fundraising, tra storia e cambiamento

Qualche giorno fa ho partecipato a un evento organizzato dall’Ordine dei Commercialisti di Milano dove ho parlato di fundraising davanti a una platea composta da professionisti e responsabili di organizzazioni non profit.

L’esperienza è stata davvero bella e per una serie di ragioni.

Intanto perché mi ha permesso di ripensare, anche in chiave prospettica, al mio lavoro e ad alcune delle sollecitazioni che in questi mesi sono emerse dalla lettura di vari blog (cito al volo quelli di Elena Zanella, Riccardo Friede e Raffaele Piccilli… vi leggo quando posso… anche se sembro assente 😉 ) e, soprattutto, dal meraviglioso lavoro di evengelizzazione che sta facendo Valerio Melandri)

In secondo luogo perché, insieme all’Ordine (e in particolare insieme a Barbara Farnè e a Matteo Zagaria), abbiamo costruito un percorso di avvicinamento all’evento che mi ha permesso uno scambio costante e proficuo di idee e punti di vista con due grandissimi professionisti, come Sandro Massi (sodale di Carlo Mazzini) e Luigi Maruzzi (di Fondazione Cariplo). Insomma, tanto, ma davvero tanto da imparare 🙂

Last but not least, perché la platea era diversa dal solito e testare un ragionamento inconsueto (e un po’ provocatorio) sul fundraising era rischioso. Pare sia andata bene, però: cosa che mi fa pensare che siamo un po’ meno marziani di quanto ogni tanto non sembri nei corridoi ristretti del nostro mondo.

Per chi avesse voglia, in alto c’è la mia presentazione.

Un caro saluto a tutti

ps.: aggiungo in corsa, sulle riflessioni, questo bellissimo articolo di Mattia Dell’Era sulla Social Enterprise  e lo scambio (facilitato dalla “convivialità”) avuto con Paolo Venturi e Sandra Savelli di Aiccon 

 

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Madre Teresa, Darwin e il fundraising

Emozioni

“Se guardo alla massa di persone non potrò mai agire, ma se guardo alla storia di una singola persona, lo farò”.

Era il 2000, 13 anni fa, e nonostante fossi un giovane fundraiser in erba non avevo ancora deciso che questa sarebbe stata la mia sorte. Queste parole di Madre Teresa però in qualche modo decisero del mio futuro. Spostarono l’asse da un impegno fortemente connotato di sete di giustizia, ma freddo, ancorato a numeri e raffinate analisi socio-politiche, alla comprensione che senza lasciar fluire le emozioni e l’empatia con il prossimo non sarei mai stato né un professionista decente (quale spero di essere diventato) né forse una persona migliore.

È stato bello, e non casuale, ritrovare  queste parole  durante la lettura appassionata di Emotionraising di Francesco Ambrogetti, un libro che mette finalmente ordine, con una scrittura efficace e solide argomentazioni, a quanto sappiamo fino ad oggi del rapporto fra le emozioni (l’eredità ancestrale del nostro sistema limbico, la parte più antica di quella meravigliosa macchina del tempo che è nostro cervello, quella che ci permette di prendere decisioni fondamentali, quali scappare, lottare per difendersi, piangere, ridere) e le attività di marketing e Fundraising.

Non si tratta, badate, di un libro sui persuasori occulti, o di qualche ricetta miracolosa sicura per carpire la buona fede dei malcapitati sostenitori. Come dimostrano le parole di Madre Teresa, si tratta semplicemente di conoscerci un po’ meglio, di provare con umiltà e spirito scientifico a comprendere i meccanismi che stanno alla base delle nostre scelte, dei nostri comportamenti e delle nostre reazioni fisiche e chimiche, per  conoscere meglio i nostri interlocutori e le loro ragioni così da imparare non solo a chiedere loro in maniera più efficace attenzione, tempo e soldi, ma anche per imparare a rispettarli.

Uso non a caso l’espressione rispetto, perché mi sembra che a volte scarseggi nella nostra professione. Lo sento ogni volta che vedo trattare i nostri donatori come semplici bancomat, pensando che basti chiedere e pretendere senza creare prima delle relazioni. Lo sento ogni volta che un collega si rivolge ai donatori/clienti come a altro da lui/lei senza provare almeno per un attimo a capire che noi e i nostri donatori siamo simili, attivati dalle stesse reazioni chimiche, capaci di emozionarci sotto qualsiasi latitudine e indipendentemente da qualsiasi cultura. Lo sento ogni volta che, pontificando, sviliamo, provando a usarle, le ragioni della pancia, senza accorgerci che sono nient’altro che le ragioni della parte più antica del nostro cervello, quelle che ci spingono all’azione (come svela l’etimo della parola e-mozione)  immediata e che, solo in un secondo momento, imbellettiamo con il pensiero strutturato.

Il libro di Francesco credo sia, innanzitutto, un ottimo antidoto proprio contro una certa arroganza del nostro lavoro. E già per questo varrebbe il prezzo della copertina. Ma ovviamente non è solo questo.

Francesco passa in rassegna alcuni dei testi più famosi sul neuromarketing (le neuroscienze applicate al marketing), ne distilla i consigli più utili alla professione del fundraiser, ci guida tra  neuroni specchio (una scoperta tutta italiana!), ormoni della donazione (ossitocina e cortisolo) e “droghe” rilasciate dal nostro corpo (dopamina e adrenalina) arricchendo il tutto di aneddoti colti dalla sua pluridecennale esperienza (nonostante la faccia da ragazzino che si porta dietro) e restituendo una validissima checklist su cui valutare il potere emotivo di un mailing, di uno spot o di una storia narrata durante un incontro con un grande donatore o… Oppure durante un comizio politico (imperdibili, da questo punto di vista,  i passaggi sulla comunicazione di Obama).

Dopo aver letto Emotionraising scopriremo come agiscono le 6 emozioni chiave (felicità, sorpresa, rabbia, disgusto, tristezza e paura) e come possiamo usare le storie, il caso concreto di un nostro beneficiario o stimolare tutti i sensi del nostro donatore. Per tutti noi sarà finalmente chiaro cosa significhi davvero la frase di Donald Calne “The essential difference between emotion and reason is that emotion leads to action while reason leads to conclusions” e perché, anche nel nostro mestiere, dovremmo forse imparare a conoscere un po’ più da vicino l’opera gigantesca di Charles Darwin, per inciso, magari smettendola anche di confondere il darwinismo sociale con Darwin e mettendogli in bocca frasi sulla sopravvivenza del più forte… Che sono l’antitesi del suo pensiero e della nostra stessa evoluzione che è dominata dal caso e dall’adattamento, non dalla forza.

Prima di chiudere, permettetemi un’ultima citazione dottissima e una riflessione critica. Nei fumetti della Marvel (quelli dell’Uomo Ragno, per intenderci) c’è una frase che domina l’ethos dei personaggi: “da grandi poteri discendono grandi responsabilità“. Ecco,  credo che nel maneggiare le emozioni e la fiducia dei donatori dovremmo, una volta per tutte, renderci conto che abbiamo e dobbiamo assumerci grandi responsabilità. Fino ad oggi, invece, mi sembra che la nostra professione, in cerca di uno statuto e di una legittimazione, si stia preoccupando moltissimo della sua libertà (penso al bellissimo testo di Valerio Melandri sulla Libertà di Fundraising e all’intervento dirompente di Dan Pallotta), senza però ricordarsi che le condizioni entro le quali esercitare questa libertà dovrebbero  essere più stringenti di quanto non lo siano oggi. Mi riferisco in particolare a:

– la necessità di sottoporre la comunicazione sociale a un codice di autoregolamentazione dotato di sanzioni, sul modello di quello a cui, in tutto il mondo, si sottopongono le aziende;
– la necessità che vi sia corrispondenza tra i messaggi e quello che effettivamente l’organizzazione fa;
– la necessità che quei messaggi non mistifichino il bisogno e il contesto nel quale questo si produce;
– la necessità che vi sia piena trasparenza nell’utilizzo delle risorse.

È una questione di deontologia professionale, di rispetto nei confronti del donatore ma è, su questo vorrei essere chiaro, anche una questione di opportunità:
– credo infatti che una comunicazione solo “emozionale”non sia economicamente sostenibile sul lungo periodo se non a costo di qualche forzatura di troppo che spesso sconfina nell’inganno (almeno è quello che vedo da diversi mailing e spot);
– credo che se, anche se sostenibile per la singola organizzazione, questo produca alla lunga assuefazione e/o un forte spirito di rivolta diffuso, come sta avvenendo in questo momento in UK o, in parte, anche in Italia .

Francesco cita, come faccio spesso anche io a lezione, i rapporti di coppia: be’, se è vero che un rapporto di coppia va continuamente riscaldato e curato perché duri, è anche vero che i rapporti troppo passionali spesso sono quelli che si rompono in maniera più fragorosa e lasciando cocci ovunque. Come direbbe Paul Watzlawick, un altro che di emozioni se ne intendeva, l’unico modo per abbassare la conflittualità in questi casi è riportate il confronto sui contenuti e non di spingere tutto sulla relazione. È una mediazione complessa, simile a quella del fabbro che riscalda e raffredda il metallo da temprare, ma credo sia decisiva per la nostra professione.

Se volete, e io ve lo consiglio caldamente, potete acquistare Emotionraising qui.

ps.: chiudo con una citazione che non trovate sul libro, ma è un altro grande omaggio al potere della relazione e delle emozioni, formulata dal più grande degli scienziati moderni: “imparare è un’esperienza. Tutto il resto è informazione”. Albert Einstein

ps2.: consiglio anche un po’ di cautela quando si parla di neuroscienze. Come dice un recente articolo pubblicato su Le Scienze (http://www.lescienze.it/news/2013/04/12/news/ricerca_in_neuroscienze_tutto_e_il_contrario_di_tutto-1610643/)

Le ricerche nel campo delle neuroscienze sono, in media, poco affidabili, raramente riproducibili e viziate da campioni troppo limitati. A lanciare l’allarme un team di ricercatori che ha esaminato 48 meta analisi pubblicate nel 2011, rilevando tra l’altro che l’uso delle tecniche di neuroimaging in particolare fa crollare l’affidabilità

Il lavoro a percentuale nuoce gravemente al fundraising… e non solo!

Il banner della campagna di Assif contro la percentuale nel fundraising

Il banner della campagna di Assif contro la percentuale nel fundraising

Quanti di voi, colleghi fundraiser, si sono sentiti rivolgere l’oscena proposta?: “Ti pago a percentuale”. Come? Sì, proprio così, o meno secca, in una delle tante varianti:

– “be’, voi fundraiser non siete dei commerciali? E allora se porti a casa i soldi, io ti pago”;

– “sai, soldi non ce ne sono molti, ma ovviamente se riesci a raccogliere dei fondi poi ci mettiamo d’accordo e una percentuale va a te”;

– “noi siamo una onlus, lo sai, non possiamo rischiare. Non è etico che spendiamo troppi soldi, di certo non possiamo spenderli nel marketing e nel fundraising. Non sarebbe etico… Però se tu riesci a raccogliere soldi, poi possiamo concordare una percentuale”.

Comunque vi abbiano posto la questione, sono sicuro che a ognuno di noi, nel corso della carriera, di proposte indecenti come queste ne siano arrivate decine. Oggi, con la crisi, quello che un tempo sembrava solo un cattivo vezzo delle organizzazioni meno strutturate, sta diventando una moda straripante, una marea che travolge tutti, dalle ragazze e i ragazzi appena usciti dai master (dopo 1 laurea, 1 specializzazione, due o tre stage e qualche esperienza all’estero!) fino alle professioniste e ai professionisti con più anzianità di servizio.

Quale dev’essere la nostra reazione? Semplice, chiara, univoca:

ora basta! Io non lavoro a percentuale

Perché? Assif, l’Associazione Italiana Fundraiser, ha appena lanciato la campagna ZEROXCENTO contro il lavoro a percentuale (che, lo ricordo, è vietato dalla maggior parte dei codici internazionali). Ecco le ragioni dell’associazione:

  • un fundraiser sa che l’efficacia dell’attività non dipende unicamente dal proprio operato, bensì da una pluralità di fattori;
  • un fundraiser sa che questa forma di retribuzione può indurre a scelte e comportamenti più mirati al guadagno personale che all’interesse dell’ente per cui opera e alla volontà del donatore;
  • un fundraiser sa che il suo operato è frutto di relazioni, reciproca fiducia, consenso e adesione con il donatore. Tale valori devono essere mantenuti e rispettati;
  • un fundraiser sa che il reale valore della prestazione fornita tiene conto anche dei risultati intangibili che la sua attività genera con passione, etica e competenze.

Aggiungo a queste alcune delle motivazioni che mi hanno spinto a fare pressione su questi temi  e che mi spingono ad aderire con entusiasmo:

  • la percentuale nuoce gravemente alla crescita del nonprofit: disabitua all’investimento, alla capacità di rischio, al confronto con il donatore e con il mercato. Lascia proliferare iniziative temerarie, senza alcun business plan o senza alcuna seria analisi dello scenario circostante (ci sono già altre onlus che svolgono questo compito? come lo svolgono? quanto hanno investito in professionalità? qual è il livello di servizio raggiunto? ecc. ecc.). La percentuale è foriera di un’inevitabile crollo della qualità, esattamente come in altri settori della comunicazione e del marketing lo è stato il disdicevole abuso delle gare;
  • la percentuale distrugge l’immagine del nonprofit: riempie il mercato di avventurieri con mazzette di progetti in mano e senza alcuna preparazione specifica rispetto alla causa (o alle cause) di cui si fanno portavoce; porta alla ribalta presidenti e direttori che non hanno alcuna fiducia nella causa o nelle persone, ma che riducono la loro stessa causa esclusivamente a un gioco di entrate e uscite la cui unica certezza è il loro stipendio, non certo il benessere dei beneficiari o dei professionisti coinvolti;
  • la percentuale trasforma il terzo settore in un’impresa commerciale basata sul rapporto sinallagmatico (ti do se mi dai (do ut des), fino a contaminare anche il rapporto fra domanda e offerta di lavoro;
  • la percentuale scarica il rischio d’impresa esclusivamente sul soggetto più debole, il prestatore d’opera, lasciandolo spesso e volentieri in balia di pescecani vestiti da santi o dame della carità. Provate poi, ammesso che vi vada bene, a esigere il dovuto: avrete bisogno di un buon avvocato e di un ottimo commercialista. Probabilmente non vedrete mai i soldi o li vedrete solo dopo qualche anno, sperando  che i vostri familiari siano riusciti a sostenervi fino a quel giorno;
  • il fundraiser non è un commerciale! Se c’è qualche collega che lo pensa, prego si accomodi fuori. Se c’è qualche presidente o dirigente che lo pensa (molti, moltissimi): please, lasciatevi dire che non avete capito nulla.  A percentuale lavorateci voi! La percentuale è l’antitesi della professionalità e dell’imprenditorialità;
  • ultimo, ma non l’ultimo: il lavoro a percentuale non è etico! Non rispetta i valori della persona, oltre a non rispettare i valori che dovrebbero stare alla base del nonprofit e della nostra comunità.

Se non vi ho convinto, vi consiglio vivamente di leggere i post dei tanti colleghi che in queste ore si stanno mobilitando:

Stefano Malfattihttp://www.fundraisinglink.it/la-percentuale-dei-no/

Raffaele Piccilihttp://www.beafundraiser.it/io-non-lavoro-a-percentuale-2.html

Massimo Coen Caglihttp://www.blogfundraising.it/sul-fund-raising/lavoro-a-percentuale-avvelena-fundraising-digli-di-smettere-e-spiegagli-il-perche/

Elena Zanellahttp://elenazanella.wordpress.com/2013/04/25/assif-dice-stop-al-fundraising-a-percentuale/

Riccardo Friedehttp://www.fundraisingkmzero.it/fundraising-a-percentuale-solo-allo-0/

Andrea Rombolihttp://www.romboliassociati.com/io-non-lavoro-a-percentuale-campagna-assif-0/

Fabio Ceseri: http://welfareweb.wordpress.com/2013/05/16/manifesto-zeroxcento-png/

Sul sito di Assif trovate manifesto, banner, comunicato stampa e cover per facebook. Cosa aspettate?  Aderite e non dite che non vi avevamo avvertito: il lavoro a percentuale nuoce gravemente ai fundraiser, al nonprofit e all’intera comunità.

Email marketing: con il benchmark non profit report arriva un bel regalo di Natale

ContactLab realizza l’Email Marketing Metrics Benchmark Report 2012 – Non Profit, la prima ricerca in Italia che analizza le performance ottenute attraverso le campagne di email marketing di oltre 24 ONP che comunicano grazie alla sua piattaforma. Uno strumento innovativo, unico e vitale per le associazioni che potranno confrontare i propri risultati con le medie del settore.

Qual è in media la percentuale di apertura delle email inviate dalle Organizzazioni Non Profit? Quante di queste vengono poi cliccate? Quali sono il giorno, il mese e l’ora migliori per inviare un’email? Questi criteri cambiano a seconda della tipologia di comunicazione inviata (raccolta fondi, comunicazione di servizio, email informative ecc.)?

Fino a qualche giorno fa in Italia non disponevamo di metriche affidabili per poter valutare le nostre campagne o per potere effettuare comparazioni con le migliori performance di altre organizzazioni. Come spesso capita al nostro settore, vivevamo di ipotesi, di sentito dire, di episodici confronti con colleghi, di miti su cui provare a costruire immaginifici budget con strabilianti aspettative.

Oggi invece posso rigirarmi tra le mani il primo benchmark sulle metriche dell’email marketing dedicato al nostro settore e, al di là dell’orgoglio di averlo stimolato e richiesto fino allo sfinimento agli amici di Contactlab (a cui ho anche chiesto un’espansione, ovviamente…), devo dire che ho finalmente in mano uno strumento fondamentale per chiunque abbia a che fare con il digital marketing e il fundraising online.

L’analisi, partendo dallo studio di 24 organizzazioni non-profit, ben bilanciate in termini di notorietà, dimensioni del database e consuetudine d’uso dello strumento, da un quadro dettagliato e significativo delle prestazioni dei primi 6 mesi del 2012: tassi di apertura, click rate, confronto tra newsletter, mail di raccolta fondi e mail di relazione o servizio, orari e giorni di spedizione e di apertura oltre a un’interessante comparazione fra settori diversi.

Ecco alcuni degli highlights emersi dalla ricerca

Tenendo in considerazione l’andamento per mese delle performance degli invii delle 24 ONP indagate nel loro insieme (grafico 1), il mese che registra il best click rate (percentuale di click sulle email aperte) dei primi 6 mesi del 2012 è marzo.

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Grafico 1 – Fonte: Email Marketing Metrics Benchmark Report – Non Profit, ContactLab

Durante la settimana, l’analisi mostra che le ONP preferiscono spedire di giovedì; devono però fare i conti con i volumi totali che possono provocare tassi globali di apertura più bassi. In altri termini: dalla ricerca emerge infatti come al crescere dei volumi delle email inviate dalle ONP, diminuiscano open e click rate (grafico 2).

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Grafico 2 – Fonte: Email Marketing Metrics Benchmark Report – Non Profit, ContactLab

Spostando l’occhio sugli utenti l’orario migliore per leggere le email ricevute dalle proprie Organizzazioni Non Profit preferite risulta essere durante il pranzo oppure nel tardo pomeriggio (Grafico 3).

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Grafico 3 – Fonte: Email Marketing Metrics Benchmark Report – Non Profit, ContactLab

Un estratto dell’Email Marketing Metrics Benchmark Report 2012 – Non Profit, lo trovate qui

Il resto della ricerca, ricchissima, è disponibile ai soli clienti di Contactlab e rappresenta, dal punto di vista professionale, davvero il miglior regalo di Natale che potessero farci: finalmente dati reali statistici su cui confrontarci e da cui ripartire, nel 2013, per fare sempre meglio il nostro lavoro di fundraiser e comunicatori.

Una carta per il rispetto delle bambine e delle bambine in comunicazione: interessa i fundraiser?

Firma la Carta di Milano

Qualche mese fa, quando ero ancora consigliere dell’Associazione Italiana Fundraiser, sono stato coinvolto in un processo che ritenevo fondamentale:  l’allargamento della parte dedicata dal Codice di Autodisciplina Pubblicitaria alla Comunicazione Sociale  (il codice, per chi fosse interessato,  lo trovate qui).

Non so come sia finita, ma sono sicuro che i colleghi di Assif ci stiano lavorando ancora con passione e dedizione. Io sono sempre più convinto, da parte mia, che oggi il terzo settore debba sempre di più equipararsi agli standard del settore commerciale:  imponendo regole antitrust, per esempio; ma anche sanzionando in maniera chiara le pubblicità ingannevoli e quelle che non rispettino determinati criteri, perlomeno quelli a cui le stesse aziende si sottopongono volontariamente.

Da parte mia in questi mesi non ho smesso di occuparmi di un tema, quello del rispetto dell’immagine delle bambine e dei bambini nella comunicazione, che credo debba interessare anche noi fundraiser, troppo spesso disposti all’indulgenza verso noi stessi e i nostri colleghi dietro l’alibi che il fine giustifichi sempre i mezzi.  Non sono mai stato d’accordo con questo assioma e il tempo non ha fatto che confermarmi che il rapporto tra fini e mezzi e sempre molto delicato e che vada maneggiato con cura.

Per questo ho lavorato (coinvolgendo tutta Terre des Hommes e oltre 70 esperti di comunicazione, genere, diritti dei bambini, insegnanti, psicologi e rappresentanti delle istituzioni) nella creazione di una vera e propria Carta per il rispetto dell’immagine delle bambine e dei bambini in comunicazione.

L’abbiamo chiamata Carta di Milano perché Milano è da sempre la capitale della comunicazione. Perché a Milano l’abbiamo iniziata a costruire e a Milano, nell’ambito del Child Guardian Award, l’abbiamo varata. Ma non vuole e non sarà una carta solo milanese. Come abbiamo scritto nel preambolo alla carta “la consegniamo oggi alla società civile e agli addetti ai lavori affinché la facciano propria, la sottoscrivano e la adottino nel loro concreto agire quotidiano facendola diventare un punto di riferimento per tutti coloro che operano nel mondo della comunicazione e per tutti i cittadini che intendano far valere, in ogni istante, l’interesse prioritario dell’infanzia”.

Dentro ci sone cose che riguardano le aziende profit. Ma ci sono cose che riguardano anche il nostro ruolo di comunicatori sociali. La Giornata Mondiale per i diritti dei Bambini credo sia una buona occasione per parlarne. Dateci un’occhiata. Commentatela. Firmatela se volete. Diffondetela se vi è piaciuta.

C’è un sito per farlo ed è:  www.cartadimilano.org.

L’hashtag è #cartadimilano.

Un grazie speciale, da parta mia, va a: Dipartimento Pari Opportunità, Comune di Milano, IAP, Pubblicità Progresso, ADCI, Assocomunicazione, Assorel, Ferpi, Anima, Ordine degli Psicologi della Lombardia, Segretariato Sociale RAI, OSSCom Università Cattolica del Sacro Cuore, Sodalitas, agli amici docenti universitari, alle aziende e alle agenzie di comunicazione che hanno voluto dare il loro contributo, a Giovanna Cosenza, Lorella Zanardo e Giorgia Vezzoli che hanno portato il loro contributo di esperte sulle tematiche di genere e di esperte di comunicazione, e ai tanti tanti altri che hanno reso possibile la scrittura di un documento condiviso e ricco di stimoli. E’ stato un grande piacere e onore lavorare con voi.

Vi aspetto su: www.cartadimilano.org 

Un mentore per la raccolta fondi?

Mentoring Usa

Un amico della rete, Luca Oliverio, mi ha chiesto di scrivere un post per MentoringItalia sull’importanza di un mentore nella vita di ognuno di noi. Ci ho  pensato un po’, pescando nella mia vita e in quegli strani incroci del destino che in qualche modo mi sono rimasti appiccicati addosso come momenti formativi.

Avrei voluto dare al post un senso coerente con questo blog, con la regione stessa del suo esistere, con l’ostinata ricerca di uno statuto professionale ed etico del fare fundraising… Ma tra le tante storie che sono tornate a galla, tra i tanti maestri che hanno aperto una strada nella mia vita, non sono riuscito a trovare un solo professionista della raccolta fondi (uomo o donna che fosse) che abbia realmente lasciato un segno, che abbia realmente dimostrato di credere nella crescita professionale, mia o dei miei colleghi fundraiser. Così ho dovuto ripiegare su una storia altrettanto importante, ma diversa da quella che avrei voluto condividere con voi.

Probabilmente sono stato sfortunato, probabilmente non sono capitato in realtà sufficientemente strutturate quando era il momento giusto…. Ma confesso che sento davvero la mancanza di una figura guida e che, dalla mia vita professionale, forse una delle poche cose che mi auguro davvero è quella di riuscire davvero a trasmettere alla mia squadra un po’ di passione, etica e coraggio in questo mestiere e mi piacerebbe che ognuno dei fundraiser junior potesse contare su una figura di “mentore” nel suo percorso professionale. E voi? Avete qualche storia di “mentoring” app da raccontare? Scrivetemela, se vi va…

Ecco comunque la storia del mio mentore…

29 anni. Qui in Italia sei un bimbo, almeno professionalmente parlando. Avresti voluto accumulare esperienze professionali, ma te le hanno precluse. Fai un lavoro fantastico, ti dici, hai iniziato a raccogliere fondi per i bambini che vivono in posti lontanissimi e sei contento…però quei bambini non li hai ancora visti. Almeno non quelli inseriti nei progetti per cui fai fundraising  e tutto sommato non sei ancora convinto che questo sarà il tuo futuro.

Poi un giorno arriva una telefonata. Abbiamo il Pavarotti & Friends. Bisogna organizzare il viaggio, portare in Italia i bambini della scuola d’arte di Siem Reap che balleranno durante il concerto e per cui costruiremo scuole, un centro d’arte, un centro nutrizionale…

Parte Marco, è ovvio, il progetto c’è perché lo ha voluto lui, ci ha creduto lui, lo ha portato in tv lui. Ma chi lo accompagna? “Uno dei progetti”, scatta la responsabile progetti… Beh ci sta penso io… Però come mi piacerebbe essere io il prescelto, parlo anche francese. Che faccio, mi propongo? No, dai, non sei ancora nessuno, penso, cosa ci vai a fare? Rischi solo di essere di intralcio.

“Parte uno del consiglio direttivo”, dice il direttore… Beh, ci sta, penso io, qui c’è bisogno di qualcuno che poi possa relazionarsi ai più alti livelli, che possa raccontare il progetto a Pavarotti a prescindere anche da Marco… Però, come mi piacerebbe poterci andare, non ho fatto di tutto pur di iniziare a fare questo lavoro che da universitario pensavo impossibile? E non l’ho fatto perché mi portavo dentro una grande voglia di attivarmi per i più poveri del mondo, soprattutto i bambini?

Poi sento che arriva una telefonata di Marco. “Ma sentite, ma quei due ragazzi che abbiamo preso, i due fundraiser: ma se vogliamo che raccolgano soldi per i progetti non sarà il caso che ci venga uno di loro con me? C’è la ragazza che mi sembra abbia esperienza, potrebbe venire lei…”. Risponde il direttore: “potrebbe essere una buona idea… Però lei deve sposarsi, non credo abbia tempo e voglia di partire in questo periodo”.  E Marco: “be’ allora il ragazzo, Paolo: se la faccia lui questa esperienza. Poi serve anche qualcuno che stia dietro ai bambini in quei giorni… Non serve a molto che ci venga uno del Consiglio Direttivo”…

È iniziato tutto così, quel viaggio l’ho fatto proprio io. E non l’ho fatto come premio. O come una vacanza. L’ho fatto proprio perché ero un fundraiser. L’ho fatto proprio perché il mio lavoro non era un lavoro come un altro, perché il mio lavoro era al servizio di quei bambini e di quel paese. Perché ero un professionista (per quanto in erba) del marketing e della comunicazione, ma applicati a una buona causa e senza questa causa il mio lavoro non aveva un senso… O comunque ne aveva un altro.

È iniziato tutto così: quel viaggio è stato un’esperienza umana meravigliosa. Quei bambini me li porto ancora nel cuore, come mi porto nel cuore tutti i bambini e i ragazzi che ho incontrato in questi 15 anni di lavoro. E da quel giorno, una volta per tutte, ho deciso che avrei fatto il fundraiser e avrei continuato ad occuparmi di diritti dei bambini. Grazie a Marco Scarpati (#ilmiomentore inconsapevole) a quel viaggio straordinario.

Se pensi di dover dire grazie a qualcuno che ti ha ascoltato, spronato e insegnato a diventare la persona che sei, manda un Sms al 45507 per dare la possibilità a tanti ragazzi di avere una guida al proprio fianco che sia anche per loro un modello positivo. Fino al 30 settembre.