Crowdfunding e innovazione sociale: un appuntamento con Mission Continuity

Crowdfunding e personal fundraising se ne parla nel nuovo appuntamento organizzato da Mission Continuity. Tra i discussant ci sarò anche io. Vi aspetto. Le iscrizioni si effettuano qui.

 

Crowdfunding: opportunità di sviluppo per innovatori e innovazioni sociali

Crowdfunding: opportunità di sviluppo per innovatori e innovazioni sociali

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L’invidia del fundraiser… ovvero dove vorrei essere dal 14 al 17 maggio

Home page festival fundraising Castrocaro

Home page festival fundraising Castrocaro

Lo confesso, sono invidioso. Ogni tanto bisogna ammettere i propri difetti. Vorrei sempre fare cose belle. Imparare. Scoprire cose nuove. Confrontarmi con quelli che ne sanno più di me. Qualche volta, se non posso partecipare a un evento che ritengo importante per la mia crescita professionale e divertente dal punto di vista umano… me la metto via e passo avanti. Ci sono occasioni che invece quando le perdo… beh, mi fanno rosicare, come si direbbe a Roma.

Una di queste occasioni è sicuramente il Festival del Fundraising. L’ho visto nascere. Ho contribuito a promuoverlo in rete sin dalla prima edizione e ci ho partecipato con passione ed entusiasmo per tutte le prime edizioni. Ricordo ancora oggi lo stupore del 2008: l’incontro con centinaia di colleghi da tutta Italia. Generazioni a confronto. Esperienze a confronto. La disponibilità di ognunoo di noi a insegnare quel poco che sapeva e l’apertura a imparare quel tanto che non sapevamo.

Poi il Festival è diventato sempre più un evento da non perdere. Sono aumentati gli ospiti internazionali. Hanno iniziato a partecipare le aziende. I temi si sono ampliati. Sono partite le tanto attese “Master Class” e sono sbarcati, nella meravigliosa cornice di Castrocaro, anche seminari sempre più specialistici. E io? Beh, anche quest’anno non ce la farò, perché mi sono imposto di mettere al primo posto la famiglia almeno nei primi anni di vita del mio pargolo… Però mi rosica, e non sapete quanto.

Ma cosa avrei visto? Come al solito l’imbarazzo della scelta è enorme, però ci sono dei titoli che mi stuzzicano e che avrei provato a seguire. Eccone alcuni:

– Le Master Class di Bill Toliver e Morton Wright Ben, sul Fundraising della Cooperazione allo Sviluppo e sul Fundraising per l’educazione;

la plenaria di Hill Dan sul Neuromarketing;

– Perché non vendiamo qualcosa di Carlo Mazzini;

– Cellulari e Smartphone di Allen Nick;

– Crescere nel corporate fundraising del 120% ogni anno di Rouse Douglas Campbell (però con un titolo così se mi deludi… un po’ me la prendo);

– Grandi Donatori e Lasciti Testamentari di Stefano Malfatti;

– Online e offline: sviluppare campagne integrate di Allen Nick;

– Emotionraising 2 di Franscesco Ambrogetti e Hill Dan;

– L’evoluzione del fundraising di Daniele Fusi;

– Le scuole La Nave: idee da copiare di Valerio Melandri;

– Sharing Economy: il futuro è già cominciato di Filippo Addarii;

– La filantropia davanti alla crisi:

– La plenaria finale: Leadership! con Valerio Neri, Niccolò Contucci e Pier Mario Vello…

Dovrei avere il dono dell’ubiquità solo per seguire questa piccola parte del programma… ma davvero complimenti a Valerio Melandri e all’organizzazione del Festival… Quest’anno vi siete superati organizzando forse il miglior evento di Fundraising a livello internazionale!

Per chi vuole iniziare a scegliere, questo è il programma: http://www.festivaldelfundraisingo,.it/45-Programma/Programma_2013/

Per chi non lo avesse ancora fatto… questo è il link per l’iscrizione (ma temo che il tempo stringa!): http://www.festivaldelfundraising.it/iscrizione_2013.php

E io? Rosico 😉

ps.: vabbe’… dai, mi consolerò giocando con mio figlio, però mi mancherete cari colleghi! Mi raccomando: twittate tanto e scrivetemi quello che avete imparato di bello, il blog è aperto al vostro diario.

Innovare il nonprofit e la raccolta fondi

In questi tempi si parla molto di innovazione nel nonprofit e all’innovazione si dedicano premi e convegni. Mancava però una giornata dedicata realmente all’innovazione del fundraising. A colmare questa lacuna ci ha pensato la Bocconi, complice un’idea di Francesco Quistelli e la partecipazione di IDMC. È nato così il Nonprofit Innovation Day, una giornata di confronto, studio e scoperta delle tante declinazioni che l’innovazione può avere.

Ci sarò anche io, insieme a Mirko Pallera di Ninja Marketing, a parlare di digitale e non convenzionale. Se credete che questo mondo abbia bisogno di idee innovative… Non mancate, questo è il programma della giornata, che si terrà in Bocconi il 23 ottobre. Qui per iscriversi: http://wapp.sdabocconi.it/forms/nid2310/

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Le novità non finiscono qui. Insieme a Volontari per lo Sviluppo stiamo preparando anche un webinar in 10 lezioni su come organizzare una campagna di raccolta fondi e comunicazione online. Insieme a me ci saranno Salvatore Barbera (ex Greenpeace ora fondatore dell’Agenzia Lattecreative e direttore di Change Italia), Francesco Santini (mio sodale in molte avventure sul digital marketing), Matilde Puglisi di Contactlab (che ci guiderà nell’email marketing per il nonprofit) e Luca Oliverio (esperto di social network e responsabile comunicazione Corporate di The Blog Tv).

L’iscrizione costa solo 200 euro e potete farla direttamente dal sito di Volontari per lo sviluppo

Iscrivetevi, cercheremo di guidarvi passo passo nella creazione e realizzazione di una campagna online.

Ps.: le sorprese continueranno anche nelle prossime settimane anche se la più bella l’avrete sicuramente notata… Questo blog non ha più una sola voce e si sta aprendo a nuovi professionisti per essere, sempre di più, un laboratorio sull’innovazione nel nonprofit e nel fundraising. Grazie a Giampaolo Pizzighella che ha accettato la sfida.

Profit e non-profit: ma quale innovazione?

Il 26 giugno sono stato invitato a partecipare all’incontro organizzato da ASSIF, Associazione Italiana Fundraiser, sul tema:  “Due Mondi, un futuro. Il mondo non profit incontra quello dell’impresa” (http://www.assif.it/index.php/component/k2/item/227-26-giugno-due-mondi-un-futuro-il-mondo-non-profit-incontra-quello-dellimpresa). Condivido le note che avevo preparato sul mio intervento… Ovviamente per questioni di tempo molte le ho omesse e ne ho dette altre stimolate dal dibattito in corso… Ma il succo era questo.  Fatemi sapere cosa ne pensate.

Dal 2007 ho aperto un blog per parlare di raccolta fondi e innovazione…

erano anni in cui:

– si parlava molto di fundraising online, ma in pochi lo praticavano

– si parlava moltissimo di direct mailig, ma solo alcuni grandi nomi e alcune onp religiose lo praticavano

– si parlava molto di cause related marketing, ma in pochi lo facevano

– si iniziava a parlare di impresa sociale, di partnership profit/non-profit, di professionalizzazione del non-profit…

– si parlava poco di innovazione…

– non si parlava quasi per nulla di cultura del dono… E ora dove siamo?

Ora l’innovazione sembra essere ovunque…

– non c’è piccola onp locale che non provi a ragionare di impresa sociale o vi sia indotta… E grandi fondazioni hanno preso decise questa strada… Attività meritoria, ma sarebbe utile che qualcuno  riesca a spiegarci come si fa a far stare in piedi un modello di micro-imprese sociali, parcellizzate come il modello di piccole e micro imprese italiane. Imprese incapaci di fare ricerca, di fare innovazione di prodotto o di processo, di investire nelle risorse umane attraverso la formazione e attraverso stipendi adeguati;

– non c’è onp che non parli del suo modello di servizio come di un modello innovativo: però tutte si buttano più o meno sulle stesse cose e ci sono interi settori strategici ancora mal presidiati. E le aziende purtroppo seguono a  ruota, incapaci a loro volta di selezionare i bisogni e di intervenire all’interno di un quadro strategico definito, di prospettive di medio o lungo periodo, della ricerca di modelli o aree innovative o anche solo (come è venuto fuori da una recente ricerca della Bocconi) incapaci di non confondere un solido posizionamento strategico da tattiche di mera pubblicità;

– non c’è onp che non parli di aziendalismo, salvo pagare solo a percentuale, chiedere tutto gratis, continuare a sperare nel miracolo della raccolta fondi, non avere alcun tipo di pianificazione in quasi nessun dipartimento… E questa purtroppo è una realtà che sempre più spesso mi trovo davanti incontrando decine di studenti nei corsi che tengo durante l’anno. E le aziende? Spesso continuano a premiare modelli di fatto volontaristici e con scarsa competenza manageriale… Salvo poi lamentarsi del nonprofit, delle sue scarse competenze professionali e pensare che possono fare tranquillamente da sole (lo dicono tra l’altro anche quelle inglesi);

– non c’è onp che non parli della sua raccolta fondi come innovativa: da chi vende pubblicità, a chi apre negozi (shop, scusate) a chi collabora con le aziende secondo un modello Win Win… Dove però stranamente alla onp se va bene tornano a casa 5000 euro e l’azienda si svuota magazzini e coscienza e fa un po’ di pr disintermendiando agenzie e dipendenti. Come dire: spesso partecipiamo come organizzazioni non-profit a un enorme dumping che impoverisce l’intero sistema italiano, oltre che le nostre stesse cause sociali;

– non c’è fondazione che non dica “noi vogliamo essere partner, non sponsor”, salvo poi in molti casi decidere lei il cosa e il come…
Dimenticavo… di cultura del dono… Non solo se ne parla poco… Ma quando se ne parla se ne parla per denigrarla… Il dono è vecchio, è superato, è inefficiente, inefficace…

Ora, tutto questo preferirei non chiamarlo innovazione. Spesso, al di là della patina di nuovismo, profuma di vecchia carità, di retroguardia, di  incapacità di rinnovarsi della classe dirigente del non-profit (e del profit), di improvvisazione o di scarsa conoscenza del settore e dei temi di cui il nostro settore (che non mi piace chiamare terzo) si occupa.

Ora, visto che mi si chiede di parlare di partnership tra profit e non-profit e di innovazione vorrei individuare alcuni punti positivi su cui credo dovremmo e potremmo incontrarci.

LA CULTURA DEL DONO

Non amo le citazioni e non le raccolgo, di solito, ma da comunicatore e da indefesso cultore dell’innovazione, a monito perenne della finitezza e al tempo stesso della grandezza dell’essere umano, tengo sempre presente il motto di un genio come Antoni Gaudì: l’originalità è tornare alle origini. Guardiamoci attorno, come Gaudì faceva con le infinite forme della natura, guardiamo ai rapporti tra le persone, ai loro bisogni, alle relazioni e rendiamoci conto che non ci può essere innovazione sociale se non ripartiamo dalla cultura del dono: tempo, competenze, denaro, non c’è cultura o religione che non abbia ragionato, filosofeggiato o addirittura leggiferato sul dono. Se non ripartiamo da qui perdiamo di vista le ragioni profonde e antropologiche che stanno dietro il non-profit, ma anche dietro il bisogno di innovazione dell’uomo che è, sempre e comunque, un tentativo di imitazione del bello, del perfetto, del misterioso… o del divino, per chi ci crede.

Oggi comunque manca in Italia una vera attenzione alla cultura del dono, che poi è anche cultura della “responsabilità” nel senso più pieno del termine: responsabilità verso la propria comunità e verso quella comunità allargata che è il mondo globalizzato; responsabilità individuale, ma anche responsabilità collettiva.

Ogni citazione di altri modelli, senza partire da qui, rimarrà sterile e ogni innovazione senza fondamento o semplicemente strumentale.

IL RITORNO SULL’INVESTIMENTO SOCIALE

Vengo considerato un esperto di fundraising online e vengo spesso chiamato a commentare il successo di un’organizzazione americana, Charity Water, che in questi anni ha raccolto milioni di dollari online. In genere mi smarco e la cito il meno possibile, non tanto perché non ne sia anche io entusiasta, ma perché credo che il successo di questa organizzazione stia soprattutto al di fuori dei singoli strumenti o canali. Sta in quello che loro definiscono modello 100%. Ogni singolo centesimo raccolto dal grande pubblico finisce ai progetti, questo perché un gruppo di grandi donatori e di aziende sostiene la struttura:

– i migliori professionisti

– una sede funzionale e moderna

– investimenti in comunicazione e raccolta fondi

– ricerca e sviluppo

Tutto questo riposa su un patto: investi nella mia organizzazione e io mi impegno a raggiungere risultati sempre più ambiziosi in termini di:

– numero di beneficiari

– qualità del servizio erogato

– innovazione nell’erogazione del servizio

– sostenibilità

– efficienza della struttura di governance

– visibilità

Se raggiungo i risultati previsti dal business plan tu investitore sociale torni a donare… Se sbaglio, se perdo la mia credibilità sul mercato delle grandi donazioni (dei capitali!) il gioco finisce. Semplice no? È quello che succede sul mercato dei capitali: la differenza sta nel fatto che qui viene preservata la cultura del dono come fondamento di un modello di impatto ed efficiente il cui ROI diventa un ROSI (Return on Social Investment) e non si misura in dividendi, ma in impatto sulla comunità.

Questo significa lavorare secondo logiche aziendali e di impresa (senza metterci  ad aprire per forza  negozietti o cooperative di produzione), significa stare sul mercato, significa uscire dalla logica che sta uccidendo la creatività e l’efficienza del terzo settore italiano del finanziamento sul progetto, sull’hardware e mai su quel grande patrimonio che sono le persone, le loro competenze e il loro entusiasmo, il software vitale dell’innovazione sociale, in Italia e nel mondo.

IL PATTO TRA IMPRESE

Questo mi porta a definire un terzo punto, quello del patto tra imprese, profit e non-profit.

Se siamo partner, se siamo imprese, pur con tutte le nostre specificità, facciamo un patto di sistema volto a modernizzare questo paese e a:

– creare valore condiviso per tutti i soggetti coinvolti e per la comunità;

– uscire dalla logica del progetto fine a se stesso per ragionare secondo una logica di impatto e di programmazione;

– premiare le eccellenze, favorendo la crescita delle professionalità, la condivisione delle conoscenze, la sperimentazione, la ricerca e l’innovazione reale di processo, di servizio e di prodotto;

– incentivare la specializzazione da un lato e la crescita dimensionale dall’altra: usciamo dal piccolo e micro per entrare nella dimensione del medio, quanto meno;

– fare lobby sulle istituzioni per leggi che incentivino davvero la partecipazione delle imprese e dei loro dipendenti alle cause sociali: oggi il welfare italiano riposa sulla nostra capacità di rispondere ai bisogni ed è ora che questo peso (che ha una sua evidenza anche sul Pil) ci venga riconosciuto e venga di conseguenza riconosciuto alle partnership tra aziende profit e nonprofit;

– incentivare e pagare un sistema di trasparenza dei bilanci (charity navigator) veramente indipentente.

E IL NONPROFIT?

Mi si dirà, ma qui sembra quasi che le responsabilità siano quasi tutte del mondo delle imprese… No, non lo sono, però è anche troppo facile continuare ad addossarle tutte sul non-profit senza vedere quanto il settore è cambiato, quante nuove professionalità ha acquisito e quanto poco il mondo dell’impresa ci abbia messo per capirlo e studiarlo (risorse umane comprese).

Ma il non-profit cosa dovrebbe fare? Provo a fare un piccolo, e non esaustivo elenco

– uscire dalla frammentazione e fare rete;

– chiedere leggi che semplifichino il settore, riducano il numero dei beneficiari degli incentivi fiscali e permettano la crescita dimensionale e professionale, permettendo anche al nostro settore di investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere leggi che disciplinino il mercato, impedendo l’abuso di posizioni dominanti, specie nel rapporto con le istituzioni;

– dotarsi di governance all’altezza delle nuove sfide, professionali, preparate, formate

– chiedere regole di trasparenza più nette, che lasciando da parte le percentuali stabiliscano, per esempio, l’obbligo di rendere pubblici gli stipendi, le parentele nella governance, gli organigrammi, i bilanci secondo modelli semplificiati e chiaramente comprensibili al grande pubblico e agli investitori sociali;

– autodisciplinare la propria comunicazione commerciale secondo quelle stesse regole che il mondo delle aziende si è dato;

– investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere un reale supporto allo sviluppo del settore anche facendo lobby, in maniera trasparente e professionale.

E qui chiudo, contento che Assif abbia accolto la mia richiesta di organizzare un incontro sulla lobby e che Pablo Turrini (che ringrazio per la cortesia con cui mi ha risposto) abbia deciso di venire a raccontarci cosa è e come si fa lobby nel terzo settore.  Ne avevamo davvero bisogno!

Un caro saluto a tutti.

Nuovi strumenti per il web e il non profit

Ciao a tutti, breve incursione sul blog con un nuovo corso (o meglio un webinar) organizzato dagli amici di Volontari per lo sviluppo. Ci sono anche io, ma in mezzo a mostri sacri come Robin Good, Luca Conti e giornaliste di grande spessore come Silvia Pochettino e Donata Columbro. Anche in questo caso, da non perdere… Io spero di imparare molto!

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10-28 novembre. I nuovi strumenti del web per il no profit

Un corso di formazione per confrontarsi con le nuove regole di comunicazione su web, e utilizzare al meglio gli strumenti on line per lanciare campagne sociali, realizzare progetti, ottimizzare il lavoro e i costi.

Lo sviluppo rapidissimo delle nuove tecnologie di comunicazione ha cambiato il nostro modo di pensare, comunicare, relazionarci e lavorare. Basti dire che in Italia il 75% delle persone usa quotidianamente i Social Media, l’87% di questi li usa per rafforzare rapporti di lavoro e il 14% è un lavoratore digitale a tempo pieno. Il “cyberattivismo” e la militanza on line hanno scardinato le forme tradizionali di impegno sociale e volontariato, l’81% dei membri delle comunità on line partecipa a una causa sociale.
Le ong e più in generale il non profit italiano stanno cogliendo le straordinarie opportunità del cambiamento? Sanno comunicare, muoversi, coinvolgere in rete? Sempre di più nei prossimi anni “pensare 2.0”, padroneggiare gli strumenti più avanzati del web, muoversi in modo disinvolto e creativo in rete e nei social network sarà un prerequisito per esercitare qualunque forma di cittadinanza attiva.

Obiettivi
Scopo del corso è fornire conoscenze di base sulle modalità di comunicazione del web 2.0 con particolare attenzione ai nuovi strumenti per lanciare campagne sociali, realizzare progetti e ottimizzare lavoro e i costi in ambito no-profit. Con testimonianze d’eccellenza ed esercitazioni pratiche

Risultati attesi
I corsisti acquisiranno le conoscenze sufficienti per padroneggiare i principali strumenti e definire un piano di comunicazione 2.0

Target
Il corso è rivolto a studenti, operatori delle associazioni, volontari o semplici cittadini che desiderano operare nel mondo della cooperazione internazionale e del non profit.

Articolazione del corso e metodologia adottata
Il corso si articola in 5 sessioni in aula virtuale interattiva, in diretta on line audio-video, alla presenza di esperti con i quali è possibile interagire direttamente con domande e interventi. Ogni sessione prevede una parte teorico-didattica e la presentazione di esperienze delle più importanti realtà del no profit attive su web. Al termine di ogni sessione sono proposte esercitazioni e lasciati materiali di documentazione, slides, foto, video, bibliografia e sitografia. Le singole lezioni sono registrate ed è possibile usufruirne in differita in caso di impossibilità a partecipare nell’ora stabilita. La partecipazione in differita non permette ovviamente l’interazione diretta con il docente, che resta comunque disponibile a eventuali contatti successivi via mail. Un tutor sarà disponibile per tutta la durata del corso. Al termine è rilasciato un attestato di frequenza.

Le sessioni si terranno dalle ore 18 alle 20

Il programma
10 novembre
Il web tra presente e futuro. Le regole base per le ong 2.0. Dal sito internet all’ecosistema digitale. Come riorganizzare le priorità
Silvia Pochettino – VpS
14 novembre
Dai media tradizionali ai media personali. Come usare Facebook, Twitter, YouTube e Foursquare per potenziare la propria identità digitale e partecipare alle conversazioni in rete
Luca Conti – Pandemia
21 novembre
Da cittadini a cyber attivisti. Come creare e mantenere una comunità on line e attivare forme di cambiamento sociale… offline. I ‘ferri’ del mestiere e le best practices internazionali: Meetup, Facebook ‘Causes’, Change.org, Avaaz.org, Act.ly..
Donata Columbro – VpS
24 novembre
Fundraising 2.0: quando la raccolta fondi mette al centro le persone
Paolo Ferrara – Terre des Hommes
28 novembre
Dal wiki al crowdsourcing: la progettazione partecipata sfruttando l’intelligenza collettiva. Domande e confronto tra i partecipanti.. Conclusioni e piste di lavoro, Valutazione del corso.
Silvia Pochettino, Donata Columbro – VpS

I DOCENTI

Luca Conti (@pandemia)
Luca Conti, classe 1975, scopre il mondo dei blog nel 2001 e subito se ne appassiona. Apre il suo primo blog nel 2002 e da allora studia e analizza il mondo dei social media e dei social network, partecipando alla vita della rete. Attivista del WWF Italia per molti anni, Luca segue l’evoluzione della comunicazione del non profit online e ha recentemente attivato una collaborazione con Vita dove ha trattato l’argomento. Ha insegnato in Master e corsi universitari a Urbino e Macerata. Ha scritto due libri su Facebook e Twitter in chiave professionale (Fare business con Facebook e Comunicare con Twitter) con uno spazio dedicato al mondo non profit

Paolo Ferrara (@fundraisingnow)
Responsabile comunicazione e raccolta fondi di Terre des Hommes Italia, da sempre appassionato di fundraising online, dal 2007, consapevole delle sue lacune si è messo a studiare seriamente il modo in cui i social media stavano cambiando il modo di comunicare e raccogliere fondi in rete. Nel 2011, ha scritto il primo libro italiano sul fundraising online che raccoglie alcune delle cose che ha imparato dai suoi studenti durante 5 anni di lezioni tenute per le più prestigiose scuole italiane

Donata Columbro (@dontyna)
Donata Columbro è una “giovane smanettona”. Ha imparato molte cose da sé vivendo nel web e molte altre le sta imparando. Giornalista freelance, blogger, community manager per Volontari per lo Sviluppo, è stata formatrice e relatrice in corsi e seminari sul citizen journalism, sulle forme di attivismo online e sulle potenzialità del web 2.0 per il no profit.

Silvia Pochettino (@pochetsi)
Silvia Pochettino è un dinosauro del mondo della cooperazione internazionale convertito al web. Giornalista, specializzata in temi sociali, dirige la rivista e il sito VpS dal 1995. Ha vagabondato per l’Africa e l’America latina scrivendo reportage che gli hanno valso nel 2001 il premio nazionale “Giornalisti per il sociale”. Ha scritto vari libri, di quelli ancora di carta. Negli ultimi anni ha scoperto le meraviglie del web 2.0 e del giornalismo partecipativo e se ne è appassionata. Ha tenuto seminari e corsi di formazione sulla comunicazione web per ong, operatori dei servizi pubblici e aziende

ISCRIZIONI

Il costo di iscrizione è di 130 euro. Chiusura iscrizioni: 7 novembre
L’iscrizione si può effettuare on line compilando l’apposito modulo, oppure con C/C postale n° 37515889 intestato a Volontari per lo Sviluppo corso Chieri 121/6, 10132 Torino inserendo nella causale il titolo del corso e inviando la ricevuta via fax allo 011/8994700

5 parole per un vocabolario: Solidarietà

A me piace accomunare il termine Solidarietà con Simpatia, una parola di origine greca che letteralmente significa “provare emozioni con…” o “patire insieme”.

La simpatia nasce quando i sentimenti o le emozioni di una persona provocano sentimenti simili anche in un’altra, creando uno stato di "sentimento condiviso". Vicino a questa parola ce ne è un’altra, molto bella: l’empatia, ovvero la capacità di percepire i sentimenti di altre persone. Grazie alla simpatia e all’empatia noi possiamo sentirci vicino ad altri esseri umani, sentire il loro disagio e le loro sofferenze e avere voglia di aiutarli. E qui scatta la solidarietà, uno di quei meravigliosi meccanismi che fa andare avanti il mondo.

In Costa d’Avorio, mi è venuta incontro la storia di Yaoulo. 35 anni. Forte. Intelligente. Grande lavoratore. Un incidente gli aveva irrimediabilmente tolto l’uso della mano destra. La sua vita e quella della sua famiglia stavano precipitando verso il baratro. Un giorno Yaoulo, insieme a sua moglie, tentano l’ultima carta. Hanno saputo che grazie all’intervento di Terre des hommes è nata un’associazione di mamme che gestisce un piccolo capitale, frutto di autotassazione, con cui finanziare attività generatrici di reddito.

Yaoulo e sua moglie si rivolgono all’associazione chiedendo un piccolo prestito per aprire un commercio di uova. Le volontarie dell’associazione lo aiutano a compilare un semplice piano finanziario e alla fine, in riunione plenaria, decidono di approvare il prestito. L’attività di Yaoulo oggi va a gonfie vele e il prestito poco alla volta si sta riducendo grazie alla solidarietà di un quartiere che ha imparato a prendere il proprio destino per mano.

La solidarietà accomuna davvero tutti gli uomini e le religioni. Conosciamo l’importanza della carità per il Cristianesimo. Il buddhismo parla d’interdipendenza di tutti gli esseri: fare del bene agli altri è come farlo a se stessi. Per l’Islam il devoto ha l’obbligo della Zakah, una donazione di alimenti per i più poveri pari al 2,5% del suo reddito. Gli ebrei hanno ugualmente l’obbligo della Zedakà, termine che viene dalla parola zedek, che vuol dire giustizia.

Interessante concetto: donare una parte di quanto abbiamo è fare la cosa giusta.

Edmond Kaiser, fondatore di Terre des Hommes, la Terra degli uomini la pensava proprio così quando 50 anni fa, alla nascita del nostro movimento per i diritti dei bambini, scriveva: “Senza pregiudizi politici, religiosi o razziali, Terre des hommes è costituita solamente di esseri umani che lavorano per altri esseri umani e nasce da un atto di giustizia non di condiscendenza

E quando cammini per le bidonville di Abidjan o le strade di Addis Abeba o Managua vi assale proprio un sentimento di profonda ingiustizia per tutti quei bambini costretti a vivere di stenti e senza protezione. Ma so che finché saremo capaci di provare “solidarietà” verso gli altri ciascuno di noi potrà fare sempre qualcosa per i più poveri, i più indifesi. E scopriremo che questo dono può fare anche qualcosa di importante anche per noi stessi, arricchendoci e facendoci ritrovare la nostra stessa umanità.

La parola di domani è Soldi.

Un saluto da Paolo Ferrara, Terre des hommes Italia

Per chi vuole saperne di più:
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm

ps.: grazie a Rossella per il prezioso sostegno.