Internet per il fundraising: un corso per sfatare alcuni miti sul marketing online…

Ragassssi… non stiamo mica qui a pettinare le bambole… (o qualcuno degli equivalenti del Crozza/Bersani a vostra scelta…): si sfornano corsi e momenti formativi quest’anno e si sperimenta molto nelle modalità e nei contenuti.  Nei prossimi fine settimana sarò a Varese ancora una volta a parlare di Internet e innovazione e poi la nuova bella sfida con la Fundraising School, l’11 e il 12 luglio, con Luca Conti che ha gentilmente accettato di accompagnarmi in questo nuovo viaggio nel mondo dei rapporti fra web/social media e nonprofit. Se volete partecipare c’è ancora qualche posto disponibile e manca pochissimo… Vi aspetto!

Eccovi intanto il comunicato ufficiale della scuola:

THE FUND RAISING SCHOOL  LANCIA IL CORSO “INTERNET PER IL FUNDRAISING” UNA SFIDA 2.0 PER LA RACCOLTA FONDI DELLE ONP

The Fund Raising School, la prima scuola italiana di raccolta fondi promossa dall’area Alta Formazione di AICCON (Associazione Italiana per la promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit) con sede presso l’Università di Bologna – Facoltà di Economia di Forlì  – sotto la direzione scientifica di Pier Luigi Sacco e con il contributo dei maggiori fundraiser italiani – promuove dal 1999 corsi che forniscono gli strumenti e le competenze per garantire la sostenibilità dei progetti sociali non solo degli enti non profit ma anche di enti pubblici.

Il fundraising è indubbiamente un’attività strategica per il non profit, in particolare in un contesto di significativo e costante calo dei fondi provenienti dalla Pubblica Amministrazione e dunque di conseguente necessità delle organizzazioni non profit di diversificare la composizione delle entrate. Nonostante ciò, l’attenzione del Terzo Settore verso l’attività di raccolta fondi è ancora scarsa.

Il rapporto della Fondazione THINK! “Terzo Settore: oltre il divario digitale” evidenzia in particolare il ritardo considerevole delle organizzazioni non profit nell’utilizzo del web 2.0 come strumento di comunicazione, di consolidamento di una community e di fundraising, a fronte dell’evoluzione della tecnologia web. Se il 62% delle organizzazioni in rete fa uso di Social Networks, ed in particolare di Facebook, la gran parte delle organizzazioni dichiara di farne uso da poco tempo e di non aver mai utilizzato i social network ai fini della raccolta fondi. Il 53% delle organizzazioni ritiene infatti che l’utilizzo del social networking nell’attività di fundraising sia poco utile, mentre più del 70% ritiene che foto, video e microblogging non siano strumenti adeguati per agevolare l’attività di raccolta fondi.

A fronte di questo scenario di “offerta” online, invece, l’indagine “Non profit Report 2012” realizzata da ContactLab in collaborazione con VITA Consulting ha evidenziato come l’89% degli utenti fedeli al terzo settore utilizzi spesso Internet. Quasi la metà dei rispondenti (46%) dichiara di donare o avere già donato online: un utente su sei lo fa abitualmente. Il 31% degli intervistati dichiara di condividere sui social network le comunicazioni email ricevute dalle organizzazioni non profit e tra questi la maggioranza presenta un’età compresa tra i 18 ai 44 anni.

Realizzare una campagna di marketing online per stimolare il passaparola spontaneo dei navigatori può sembrare facile, ma non lo è affatto. Attrarre l’attenzione dell’utente, bene limitato per eccellenza, è il punto chiave: per emergere nella massa serve una idea originale. Coinvolgere, giocando, è l’elemento oggi tra i più efficaci. Facilitare il passaparola abbattendo ogni barriera, sfruttando al meglio le funzioni dei social network, può innescare un passaparola inarrestabile” afferma Luca Conti, blogger, giornalista ed esperto di social media, docente del corso “Internet per il fundraising” presso The Fund Raising School e autore dei volumi “Fare business con Facebook” e “Comunicare con Twitter”.

Per il 2012 The Fund Raising School prevede l’attivazione del corso specialistico “Internet per il fundraising”, coordinato da Paolo Ferrara, responsabile raccolta fondi della Fondazione Terre des Hommes Italia Onlus, con l’obiettivo di “sfatare” alcuni miti sul marketing online, guidando i partecipanti nell’impostazione e valutazione di una campagna di email marketing, passando per l’analisi delle migliori tecniche di progettazione di un sito, di costruzione di un piano di fidelizzazione online e affrontando le nuove sfide del 2.0 (Facebook, Youtube, Twitter, Flickr, etc.). Il corso si terrà l’11 e 12 luglio 2012 presso il campus di Forlì dell’Università di Bologna.

Per informazioni ed iscrizioni è possibile contattare la segreteria della scuola al numero 0543/62327

www.fundraisingschool.it



 

 

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Una raccolta fondi per Haiti… provando a usare FundRazr di Facebook

le piccole scuole comunitarie di Belle Fontaines ad Haiti

le piccole scuole comunitarie di Belle Fontaines ad Haiti

Nei prossimi giorni festeggerò i miei primi 40 anni e mi piaceva celebrarli in maniera solidale e innovativa con gli amici e con la rete. Per questo ho scelto di avviare una piccola campagna di personal fundraising usando FundRazr, una piattaforma di raccolta fondi Social, perfettamente integrata con Facebook e Twitter.

L’obiettivo è quello di raccogliere almeno 500 Euro da destinare, al posto dei regali, ai bambini di Belle Fontaines, una delle comunità dimenticate ai bordi di Port au Prince (Haiti) dove solo Terre des Hommes è intervenuta in questi due anni.

L’obiettivo è volutamente piccolo e concreto e sarà utilizzato per permettere alle piccole scuole comunitarie di avviare la realizzazione di un orto o l’acquisto di alberi da frutto: strumenti indispensabili per combattere la malnutrizione nella zona.

Per chi volesse partecipare tramite Facebook, ecco il link: http://goo.gl/04wzb.
Anche pochi euro possono fare la differenza e sono, per me, auguri graditissimi.

Terrò aperta la campagna di raccolta fondi fino al 26 febbraio. Quindi, se volete partecipare, affrettatevi.

Grazie mille

ps.: i bisogni di Belle Fontaines sono enormi e l’impegno di Terre des Hommes è molto più vasto. Per chi volesse saperne di più e dare una mano più consistente, sono a disposizione.

Sudafrica 2010: tutti in campo contro il traffico dei bambini

Il 22 aprile a Roma Terre des Hommes ed Ecpat hanno lanciato una campagna congiunta dal titolo “Sudafrica 2010: tutti in campo contro il traffico di bambini.”

Il tema, quello del traffico dei bambini, è un tema di cui Terre des Hommes è stata forse la prima organizzazione italiana a occuparsi, così come se oggi c’è in Italia una delle migliori leggi al mondo contro il turismo sessuale lo si deve in buona parte all’opera di Terre des Hommes e di chi all’epoca in questa organizzazione lavorava. Per questo quando i miei colleghi dal Mozambico e dallo Zimbabwe m hanno segnalato l’aumento del numero dei bambini vittime di traffico verso il Sudafrica, anche a causa dell’approssimarsi dei mondiali ho subito pensato che fosse nostro dovere darci da fare… Così ho lanciato qualche idea al mio staff e ho raccolto l’adesione di un’altra organizzazione che su questo tema si è da sempre impegnata: Ecpat, presieduta da uno dei miei maestri, Marco Scarpati.

Su Fundraising Now! però non vi voglio parlare dei contenuti della campagna (né di tutta la sua articolazione), ma solo di quello che abbiamo cercato di fare in termini di coinvolgimento del mondo di Internet.

Innanzitutto il sito, o meglio il modo stesso in cui è stato costruito: www.tuttincampoperibambini.it realizzato praticamente in casa da Terre des Hommes con l’uso della piattaforma gratuita di blogging wordpress. Oggi WordPress, che serve anche per fare blog semplici come questo, è diventato sempre di più un sistema avanzato di content management, potente, flessibile, ottimo sia per la creazione di un sito Internet che di un social network che di uno store di ecommerce. E tutto questo… gratis!

Il sito, costruito partendo da un template grafico esistente (ne trovate a migliaia in rete da adattare alle vostre esigenze) è costruito su due aree: la prima è dedicata totalmente ai video e alle news.

Il primo dei due video è destinato a essere viralizzato online e lo trovate all’inizio di questo post.

Il secondo è un vero e proprio spot realizzato grazie alla creatività di Elio Buccino e Marco Turconi di Goettsche e la produzione di Donalda e che sarà ospitato nelle prossime settimane da diverse televisioni locali e dalla RAI che alla campagna ha dato il suo patrocinio. Ovviamente l’augurio è che anche questo video circoli in rete il più possibile. Eccolo qui:

L’approccio a Internet però non poteva fermarsi all’ormai classica viralizzazione di contenuti online: ecco perché ho provato a lavorare sul tema “mondiali di calcio e tifo” anche in termini nuovi. Da qui sono venute fuori alcune idee che abbiamo lanciato poi sul sito. Le passo velocemente in rassegna…

IL CAMPIONATO DELLA SOLIDARIETA’ di Terre des Hommes:

La prima novità è il lancio del primo Campionato della Solidarietà su Facebook. Un’idea semplice semplice su cui nelle prossime settimane cercheremo di coinvolgere le migliaia di tifosi italiani che sono per il “gioco pulito” e che vogliono dire “io tifo per i bambini”

Il gioco è facile: scegli la maglietta della tua squadra del cuore (che al posto dello sponsor a scritto su “io tifo per i bambini”, scegli l’immagine di un bambino e clicchi… La squadra che avrà ricevuto il maggior numero di voti all’11 luglio vincerà il primo campionato della solidarietà grazie ai suoi fantastici tifosi che potranno vestire il loro profilo su facebook proprio con la loro maglia del cuore (qui la galleria di serie A e B tra cui scegliere).  Il voto viene conteggiato una sola volta, per cui se volete far vincere la vostra squadra del cuore non vi resta che invitare quanti più amici possibile a votare: http://apps.facebook.com/campionatosolidale/.

TWITTERGOAL

Altra novità, almeno nel panorama non-profit italiano: una campagna su twitter basata sugli #hashtags. Come funziona? Vai su Twitter e scrivi in 140 caratteri perché scendi in campo per difendere i diritti dei bambini. Ogni frase deve iniziare così “#tuttincampoperibambini”. Le frasi vengono poi riprese sul sito e contribuiscono a creare i contenuti stessi del sito. Qualche esempio di cosa potete scrivere in 140 caratteri (e molto meno)?

1. #tuttincampoperibambini perché sono il futuro del mondo
2. #tuttincampoperibambini per combattere ogni forma di sfruttamento
3. #tuttincampoperibambini: io l’ho fatto è tu? Unisciti a me su www.tuttincampoperibambini.it

(qui trovate qualcosa in più sul tema: http://hashtags.org/)

MANIFESTATI

L’ultima proposta la trovate qui su: http://www.tuttincampoperibambini.it/scendi-in-campo/manifestati. E qui siamo sui classici, almeno per Terre des Hommes, perché vi chiediamo di metterci la faccia… e questa volta anche  qualsiasi cosa che manifesti il vostro tifo: uno striscione colorato, un cartello, la maglietta, la sciarpa, il gagliardetto o il cappellino della vostra squadra del cuore: l’importante è che ci sia scritta almeno una di queste 2 frasi:

-      IO tifo per i bambini
-      Tutti in campo per i bambini

Be’, noi anche questa volta ci siamo sforzati di fare qualcosa di nuovo, anche online… Io spero che sia di vostri gradimento (e aspetto i vostri feedback, anche quelli negativi), ma soprattutto spero che ci aiuterete a passare parola e a far partecipare quante più persone possibile, perché la vera partita da non perdere è quella CONTRO LA TRATTA DEI BAMBINBI.

Scendi in campo anche tu su: http://www.tuttincampoperibambini.it/

Diario di Paolo da Haiti: due stampelle che cambiano una vita

Haiti, 28 gennaio 2010

Oggi le zanzare di Port au Prince dovranno accontentarsi della metà del mio sangue. Sveglia alle 4.30 del mattino, dopo 4 ore di sonno, doccia veloce e via.

Oggi io, Andrea (il collega italo-svizzero logista della nostra missione) andremo a Les Cayes. Ci accompagnano Andrea Nicastro, reporter di vaglia del Corriere della Sera e una troupe di Rai 2.

Sono 4 ore e mezza ad andare e altrettannte a tornare, lungo quella che in questi giorni è stata la via degli sfollati.

Nella Port au Prince ancora al buio si succedono le macerie, dal Palazzo Presidenziale fino a Carrefour, piccolo centro al confine della capitale. Ingolfano le strade le case crollate, le condotte dell’acqua esplose sotto la pressione del terremoto, i cumuli di terra accumulati in questi giorni di lenta, lentissima pulizia della città.

Dopo PaP, Carrefour, Leogane, Grande Goave, Petite Goave, uno via l’altro i centri più colpiti, non luoghi dove fino all’80% delle case è stato spazzato via e dove iniziano a organizzarsi i primi campi, molti spontanei, alcuni, finalmente, attrezzati dalle molte organizzazioni che si sono subito attivate, anche se le tende sono ancora poche, troppo poche, per soddisfare i bisogni di tutti.

Ci vogliono più di 2 ore, cento km circa, per allontanarci dalla devastazione e riprendere il percorso lungo la stada di questa spoglia isola dei caraibi.

Viene tristezza a quanta bellezza sia stata consumata. Guardi le spiagge, le isolette che istoriano il paesaggio, gli sprazzi di vegetazione lussureggiante e immagini l’eden. Attorno invece è tutto brullo, abbandonato, spesso sporco. Mi sembra che non ci sia povertà maggiore, disperazione maggiore di quella di chi ha rinunciato alla sua bellezza, ma so che di fronte a tanto urlante dolore questa è solo retorica. Ora bisogna salvare delle vite e non c’è spazio per la filosofia, l’estetica o per le polemiche che pure sento arrivare dall’Italia.

Raggiungiamo Les Cayes che sono passate da un po’ le 10.

Qui, nella capitale del distretto Sud del paese, sembra si siano riversate oltre 65.000 persone. E’ un calcolo fatto a spanne, intervistando ogni giorno per 2/3 ore chiunque entri nella città e moltiplicandolo per le ore utili della giornata e i giorni trascorsi dal terremoto. Ma non è un numero irrealistico.

Qui si è riversato soprattutto chi aveva familiari o parenti lontani. Per questo non ci sono tendopoli a Les Cayes, ma non per questo non ci sono tensioni.

Con uno dei nostri operatori di comunità abbiamo incontrato 5 famiglie con sfollati. Quello che emerge nei loro racconti è sempre la paura, a volte il terrore, la mancanza di qualsiasi idea del proprio futuro. Ma si respira anche la tensione. Lì dove c’erano 7 persone in una o 2 stanze, ora ce ne stanno fino a 10/11, senza servizi igienici, con un piccolo pozzo all’esterno.

Molti di questi devono pagare un affitto, ma per quanto tempo potranno farlo se non ricominceranno a lavorare? E per quanto potranno essere accettati se non saranno in grado di portare un sia pur piccolo contributo a queste famiglie poverissime?

Oggi, in mancanza di un piano di accoglienza degli sfollati le incognite sono molte e le possibilità che l’intera vita dell’isola venga sconvolta anche da questa migrazione biblica, fin nelle sue fondamenta sociali, mettono paura per il futuro.

Les Cayes è il posto dove Terre des Hommes è presente da oltre 20 anni. Qui personaggi come Michel Roulet hanno lavorato a lungo per migliorare le condizioni di vita di migliaia di donne e bambini con meno di 5 anni, cambiandone le abitudini alimentari e igieniche; insegnado loro la virtù della profilassi e di un consulto medico in gravidanza; avvicinandole alle vaccinazioni e, quando necessario, integrando nella dieta dei bambini supporti alimentari come il Plumpy’nut.

Qui a Les Cayes il nostro team infermieristico, la nostra psicologa e gli operatori di salute, coordinati dalla splendida Eleonore Chiossone, responsabile di progetto purtroppo avvezza ai campi di Sudan,Afghanistan e Kenya, sin dalle prime ore hanno organizzato l’accoglienza dei malati, la distribuzione tra i casi più gravi, quelli da operare presso l’ospedale pubblico, e i feriti meno gravi, portati alla clinica Brenda, dove abbiamo allestito due grandi tende da campo oltre a organizzare le cure.

Siamo qui per vedere il lavoro svolto dai miei colleghi, 59 persone di cui 5 espatriati, ma anche per consegnare le prime stampelle e deambulatori. Ed è qui che incontro Klossome.

Klossome ha 28 anni e le sue belle gambe sono deturpate dall’amputazione di metà piede, regalo offertole dal terremoto nella sua casa di Port au Prince. E’ arrivata qui 3 giorni dopo il terremoto, con il piede ormai infettato, perchè qui aveva la mamma. C’è venuta dopo aver perso i sensi e grazie all’aiuto dei vicini che l’hanno salvata da morte quasi certa. Soprattutto, è venuta qui convinta di aver perso anche i figli, sepolti sotto le macerie della casa.

Fortunatamente a Les Cayes sono riusciti a intervenire e a fermare l’infezione, ma ormai il piede era perso. Non i figli però. E Klossome ha un attimo di emozione quando i 2 bambini, che l’hanno raggiunta dopo più di 10 giorni le si avvicinano: lì ha ritrovati un vicino dopo qualche ora, ma ci sono voluti 5 giorni finché, ripristinati almeno in parte i collegamenti telefonici, Klossome ha scoperto che erano vivi.

la loro voce, insieme alla presenza della sua mamma e alla tenerezza delle nostre operatrice sono state per giorni la sua unica ancora di salvezza.

Klossome è la prima paziente curata da Terre des Hommes a ricevere delle stampelle. Dovrà abituarcisi, dopo tutto questo tempo stesa su un materassino, e mentre prova ad appoggiarvisi il dolore è fittissimo, atroce… Ma nei prossimi giorni, con un po’ di sforzo, ci si abituerà e finalmente potrà tornare a muoversi, a camminare. Un piccolo, ma prezioso barlume di speranza in tanta disperazione.

Cara Klossome, è tempo di andare, ma a te e agli altri: promettiamo di non lasciarvi da soli!

Diario di Paolo da Haiti: faccia a faccia con il dolore

uno dei bambini operati all'ospedale generale di Haiti

Coconut Villa – ore 23.00 ore locali

Oggi dolore e felicità si sono scontrati, rincorsi, quasi azzannati nel caldo afoso di questa città nella quale è difficile, forse inutile pensare a un ritorno alla normalità… E poi quale normalità?

Avrei la voglia di raccontarvi la gioia e la disperazione, voglia di passare dalla rabbia al lieto fine, ma oggi non ce la faccio.

Oggi sono entrato all’ospedale generale di Port au Prince, il vero cuore di questa rincorsa contro il tempo che è l’emergenza Haiti. E’ qui che si concentra tutta la sofferenza di questa città. E’ qui che si concentra l’aiuto dei più grandi organismi internazionali e quello della maggior parte delle nazioni del mondo, con la sola eccezione dell’Italia che ha scelto un posto più defilato.

Con gli altri colleghi di Terre des Hommes siamo entrati qui per consegnare alla pediatria letti da campo donatici dalla Protezione civile italiana e per avviare i primi Spazi a misura di bambino dell’ospedale.

A farci d’apripista uno degli eroi di questa emergenza, Michel Roulet, pediatra, docente dell’Università di Losanna, da trent’anni volontario di Terre des Hommes in una vita che lo ha portato fino a qualche anno fa anche qui, a Les Cayes, dove Terre des Hommes da 20 anni combatte la mortalità dei bambini e delle mamme al parto e la fame, che qui è una brutta bestia con cui la gente è abituata a convivere al di là del terremoto. Michel è il simbolo splendido di questi primi 50 anni di storia di Terre des Hommes, uno dei figli
più illustri di quello spirito nato dalla tenacia e dall’indignazione di Edmond Kaiser.

Michel, proprio per la sua conoscenza del territorio è stato incaricato dalla Cooperazione Svizzera di rimettere in piedi la pediatria e la maternità dell’ospedale generale, distrutta dal terremoto. Arriva, comincia, e si accorge che nessuno vuole operare un bambino. Hanno tutti paura. E lui compie un piccolo miracolo, avvenuto in cinque giorni: riorganizza tutto e riesce a portare a termine ben 184 operazioni eseguite, su altrettanti bambini.

Incontro Michel tra una riunione e l’altra. Il tempo è poco. Ma pure in questo inferno di tende, jeep, lingue, macerie e protesi riesce a essere disponibile e gioviale, anche se non mi nasconde che i problemi saranno infiniti: troppi sono arrivati tardi, quando le ferite erano già infettate.

Per la maggior parte l’unico intervento possibile è stata l’amputazione, ma probabilmente non sarà sufficiente. E poi chi si occuperà della riabilitazione. Chi di dare una speranza e un futuro a questi bambini?

Non lo so. So solo quello che vedono i miei occhi, di lì a pochi minuti, quando insieme agli altri inizio la consegna delle brande, fondamentali per alleviare le sofferenze dei bambini e permettere al personale infermieristico di lavorare con più facilità. Le tende sono piene di bambini amputati, di pianto, di ferite suppurate. Qui vedere sorridere un bambino è difficile, anche se Jenus, 11 anni e il corpo completamente coperto di croste riesce a darmi una mano, a scansarsi civettuola i capelli mentre le scatto una foto. Non così per Exer, cinque anni, la cui mamma riesce a ringraziarmi, ma non capisco davvero per cosa.

Alla fine siamo qui, ma non ci è cascata nessuna casa addosso, non abbiamo perso un padre, una madre, una moglie, un marito, dei figli.

Ma non ci sono soltanto interventi chirurgici. Getto un’occhio alla maternità e gli occhi mi si abbassano subito. Non riesco più neanche a documentare quello che sta accadendo. Qui ci sono bambini che hanno il volto scavato dei bambini del Biafra. Bambini con un viso da vecchi a causa della denutrizione. Bambini arrivati qui a un passo dalla morte. Riesco a scattare solo una foto, pudica a un bambino piccolissimo, ma con il volto sereno. Il resto non voglio che rimanga neanche nella mia macchina fotografica, anche se so che per etica comunque non lo userei mai.

Penso ai molti volontari accorsi qui da ogni parte del mondo, volontari e professionisti di cui la stampa italiana non si è occupata nei giorni precedenti. C’è chi porta il cibo, chi presta servizi infermieristici chi, come noi, servizi psicosociali e distribuzioni di letti o presta il suo uomo migliore alla lotta contro la tragedia.

Il terremoto di Port au Prince, i suoi morti, la disperata ricostruzione e riabilitazione, sono anche la più bella prova di questo mondo che va sotto il nome di umanitario.

Oggi davvero non so se basterà, ma so che è anche grazie a voi che state aiutando Terre des
Hommes, le altre organizzazioni di AGIRE e chiunque lavori qui sul campo, se qualche speranza
ce l’abbiamo.

Buona notte da Porta au Prince. Domani si parte alle 5 in direzione Les Cayes, spero con più ottimismo.

Diario di Paolo da Haiti: monsieur le professeur

Il piccolo Ronald davanti alla scuola di Suor Veronique

Se ne stava lì, solo soletto, tra le macerie della scuola di Notre Dame des Victoires, testa china, quaderno aperto tutto assorto nella lettura. Mentre intorno a me si radunava una frotta di bambini curiosi per “le blanc” che si aggirava con la sua maglietta arancione e con la sua macchina fotografica sempre a portata di mano, lui sembrava neanche essersi accorto di me e del baccano che stavo suscitando.
La tentazione di scattargli una foto però era troppo forte. Quel bambino, solo in un cortile dove fiorivano ormai solo mattoni, pezzi di ferro e polvere, con quel suo quaderno in mano sembrava rappresentare tutto quello per cui ero venuto qui: ridare una speranza, ricostruire, partendo dall’educazione e dalla tenacia di questi piccoli bambini capaci di ridere anche a pochi giorni dal terremoto che sembra avergli tolto tutto, per sempre.

Allora mi sono avvicinato, ho preso la mia macchina fotografica e ho scattato… ma lui se ne stava ancora lì, serissimo, imperturbabile alla presenza di questo intruso che cercava di distoglierlo dalla sua preziosa lettura. Ma secondo me sotto sotto si stava dicendo “io la soddisfazione di guardarlo mica gliela do…”

Caro il mio dottorino ho pensato fra me e me, adesso vediamo chi dei due la spunta… Mi guardo attorno, ci penso su un attimo e poi, scherzando, gli dico ad alta voce…”hallo, monsieur le professeur, professeur, qui, vous… regardez moi”. Ed eccolo lì, il suo sorriso prima, e poi la sua risata, bellissima, dolcissima, piena di fede nel futuro.

Ronald, così si chiama il ragazzino, ha 10 anni, due genitori, ed è uno dei 500 bambini che frequentavano la scuola di Suor Veronique e che adesso vive nel piccolo accampamento del cortile antistante l’orfanotrofio. Ha perso tutto, ma non la fiducia nell’avvenire. Per lui e per gli altri bambini come lui la speranza è Terre des Hommes e la scuola che ricostruiremo, più bella e più solida di prima. Non ti deluderemo, vedrai.