Il lavoro a percentuale nuoce gravemente al fundraising… e non solo!

Il banner della campagna di Assif contro la percentuale nel fundraising

Il banner della campagna di Assif contro la percentuale nel fundraising

Quanti di voi, colleghi fundraiser, si sono sentiti rivolgere l’oscena proposta?: “Ti pago a percentuale”. Come? Sì, proprio così, o meno secca, in una delle tante varianti:

– “be’, voi fundraiser non siete dei commerciali? E allora se porti a casa i soldi, io ti pago”;

– “sai, soldi non ce ne sono molti, ma ovviamente se riesci a raccogliere dei fondi poi ci mettiamo d’accordo e una percentuale va a te”;

– “noi siamo una onlus, lo sai, non possiamo rischiare. Non è etico che spendiamo troppi soldi, di certo non possiamo spenderli nel marketing e nel fundraising. Non sarebbe etico… Però se tu riesci a raccogliere soldi, poi possiamo concordare una percentuale”.

Comunque vi abbiano posto la questione, sono sicuro che a ognuno di noi, nel corso della carriera, di proposte indecenti come queste ne siano arrivate decine. Oggi, con la crisi, quello che un tempo sembrava solo un cattivo vezzo delle organizzazioni meno strutturate, sta diventando una moda straripante, una marea che travolge tutti, dalle ragazze e i ragazzi appena usciti dai master (dopo 1 laurea, 1 specializzazione, due o tre stage e qualche esperienza all’estero!) fino alle professioniste e ai professionisti con più anzianità di servizio.

Quale dev’essere la nostra reazione? Semplice, chiara, univoca:

ora basta! Io non lavoro a percentuale

Perché? Assif, l’Associazione Italiana Fundraiser, ha appena lanciato la campagna ZEROXCENTO contro il lavoro a percentuale (che, lo ricordo, è vietato dalla maggior parte dei codici internazionali). Ecco le ragioni dell’associazione:

  • un fundraiser sa che l’efficacia dell’attività non dipende unicamente dal proprio operato, bensì da una pluralità di fattori;
  • un fundraiser sa che questa forma di retribuzione può indurre a scelte e comportamenti più mirati al guadagno personale che all’interesse dell’ente per cui opera e alla volontà del donatore;
  • un fundraiser sa che il suo operato è frutto di relazioni, reciproca fiducia, consenso e adesione con il donatore. Tale valori devono essere mantenuti e rispettati;
  • un fundraiser sa che il reale valore della prestazione fornita tiene conto anche dei risultati intangibili che la sua attività genera con passione, etica e competenze.

Aggiungo a queste alcune delle motivazioni che mi hanno spinto a fare pressione su questi temi  e che mi spingono ad aderire con entusiasmo:

  • la percentuale nuoce gravemente alla crescita del nonprofit: disabitua all’investimento, alla capacità di rischio, al confronto con il donatore e con il mercato. Lascia proliferare iniziative temerarie, senza alcun business plan o senza alcuna seria analisi dello scenario circostante (ci sono già altre onlus che svolgono questo compito? come lo svolgono? quanto hanno investito in professionalità? qual è il livello di servizio raggiunto? ecc. ecc.). La percentuale è foriera di un’inevitabile crollo della qualità, esattamente come in altri settori della comunicazione e del marketing lo è stato il disdicevole abuso delle gare;
  • la percentuale distrugge l’immagine del nonprofit: riempie il mercato di avventurieri con mazzette di progetti in mano e senza alcuna preparazione specifica rispetto alla causa (o alle cause) di cui si fanno portavoce; porta alla ribalta presidenti e direttori che non hanno alcuna fiducia nella causa o nelle persone, ma che riducono la loro stessa causa esclusivamente a un gioco di entrate e uscite la cui unica certezza è il loro stipendio, non certo il benessere dei beneficiari o dei professionisti coinvolti;
  • la percentuale trasforma il terzo settore in un’impresa commerciale basata sul rapporto sinallagmatico (ti do se mi dai (do ut des), fino a contaminare anche il rapporto fra domanda e offerta di lavoro;
  • la percentuale scarica il rischio d’impresa esclusivamente sul soggetto più debole, il prestatore d’opera, lasciandolo spesso e volentieri in balia di pescecani vestiti da santi o dame della carità. Provate poi, ammesso che vi vada bene, a esigere il dovuto: avrete bisogno di un buon avvocato e di un ottimo commercialista. Probabilmente non vedrete mai i soldi o li vedrete solo dopo qualche anno, sperando  che i vostri familiari siano riusciti a sostenervi fino a quel giorno;
  • il fundraiser non è un commerciale! Se c’è qualche collega che lo pensa, prego si accomodi fuori. Se c’è qualche presidente o dirigente che lo pensa (molti, moltissimi): please, lasciatevi dire che non avete capito nulla.  A percentuale lavorateci voi! La percentuale è l’antitesi della professionalità e dell’imprenditorialità;
  • ultimo, ma non l’ultimo: il lavoro a percentuale non è etico! Non rispetta i valori della persona, oltre a non rispettare i valori che dovrebbero stare alla base del nonprofit e della nostra comunità.

Se non vi ho convinto, vi consiglio vivamente di leggere i post dei tanti colleghi che in queste ore si stanno mobilitando:

Stefano Malfattihttp://www.fundraisinglink.it/la-percentuale-dei-no/

Raffaele Piccilihttp://www.beafundraiser.it/io-non-lavoro-a-percentuale-2.html

Massimo Coen Caglihttp://www.blogfundraising.it/sul-fund-raising/lavoro-a-percentuale-avvelena-fundraising-digli-di-smettere-e-spiegagli-il-perche/

Elena Zanellahttp://elenazanella.wordpress.com/2013/04/25/assif-dice-stop-al-fundraising-a-percentuale/

Riccardo Friedehttp://www.fundraisingkmzero.it/fundraising-a-percentuale-solo-allo-0/

Andrea Rombolihttp://www.romboliassociati.com/io-non-lavoro-a-percentuale-campagna-assif-0/

Fabio Ceseri: http://welfareweb.wordpress.com/2013/05/16/manifesto-zeroxcento-png/

Sul sito di Assif trovate manifesto, banner, comunicato stampa e cover per facebook. Cosa aspettate?  Aderite e non dite che non vi avevamo avvertito: il lavoro a percentuale nuoce gravemente ai fundraiser, al nonprofit e all’intera comunità.

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Profit e non-profit: ma quale innovazione?

Il 26 giugno sono stato invitato a partecipare all’incontro organizzato da ASSIF, Associazione Italiana Fundraiser, sul tema:  “Due Mondi, un futuro. Il mondo non profit incontra quello dell’impresa” (http://www.assif.it/index.php/component/k2/item/227-26-giugno-due-mondi-un-futuro-il-mondo-non-profit-incontra-quello-dellimpresa). Condivido le note che avevo preparato sul mio intervento… Ovviamente per questioni di tempo molte le ho omesse e ne ho dette altre stimolate dal dibattito in corso… Ma il succo era questo.  Fatemi sapere cosa ne pensate.

Dal 2007 ho aperto un blog per parlare di raccolta fondi e innovazione…

erano anni in cui:

– si parlava molto di fundraising online, ma in pochi lo praticavano

– si parlava moltissimo di direct mailig, ma solo alcuni grandi nomi e alcune onp religiose lo praticavano

– si parlava molto di cause related marketing, ma in pochi lo facevano

– si iniziava a parlare di impresa sociale, di partnership profit/non-profit, di professionalizzazione del non-profit…

– si parlava poco di innovazione…

– non si parlava quasi per nulla di cultura del dono… E ora dove siamo?

Ora l’innovazione sembra essere ovunque…

– non c’è piccola onp locale che non provi a ragionare di impresa sociale o vi sia indotta… E grandi fondazioni hanno preso decise questa strada… Attività meritoria, ma sarebbe utile che qualcuno  riesca a spiegarci come si fa a far stare in piedi un modello di micro-imprese sociali, parcellizzate come il modello di piccole e micro imprese italiane. Imprese incapaci di fare ricerca, di fare innovazione di prodotto o di processo, di investire nelle risorse umane attraverso la formazione e attraverso stipendi adeguati;

– non c’è onp che non parli del suo modello di servizio come di un modello innovativo: però tutte si buttano più o meno sulle stesse cose e ci sono interi settori strategici ancora mal presidiati. E le aziende purtroppo seguono a  ruota, incapaci a loro volta di selezionare i bisogni e di intervenire all’interno di un quadro strategico definito, di prospettive di medio o lungo periodo, della ricerca di modelli o aree innovative o anche solo (come è venuto fuori da una recente ricerca della Bocconi) incapaci di non confondere un solido posizionamento strategico da tattiche di mera pubblicità;

– non c’è onp che non parli di aziendalismo, salvo pagare solo a percentuale, chiedere tutto gratis, continuare a sperare nel miracolo della raccolta fondi, non avere alcun tipo di pianificazione in quasi nessun dipartimento… E questa purtroppo è una realtà che sempre più spesso mi trovo davanti incontrando decine di studenti nei corsi che tengo durante l’anno. E le aziende? Spesso continuano a premiare modelli di fatto volontaristici e con scarsa competenza manageriale… Salvo poi lamentarsi del nonprofit, delle sue scarse competenze professionali e pensare che possono fare tranquillamente da sole (lo dicono tra l’altro anche quelle inglesi);

– non c’è onp che non parli della sua raccolta fondi come innovativa: da chi vende pubblicità, a chi apre negozi (shop, scusate) a chi collabora con le aziende secondo un modello Win Win… Dove però stranamente alla onp se va bene tornano a casa 5000 euro e l’azienda si svuota magazzini e coscienza e fa un po’ di pr disintermendiando agenzie e dipendenti. Come dire: spesso partecipiamo come organizzazioni non-profit a un enorme dumping che impoverisce l’intero sistema italiano, oltre che le nostre stesse cause sociali;

– non c’è fondazione che non dica “noi vogliamo essere partner, non sponsor”, salvo poi in molti casi decidere lei il cosa e il come…
Dimenticavo… di cultura del dono… Non solo se ne parla poco… Ma quando se ne parla se ne parla per denigrarla… Il dono è vecchio, è superato, è inefficiente, inefficace…

Ora, tutto questo preferirei non chiamarlo innovazione. Spesso, al di là della patina di nuovismo, profuma di vecchia carità, di retroguardia, di  incapacità di rinnovarsi della classe dirigente del non-profit (e del profit), di improvvisazione o di scarsa conoscenza del settore e dei temi di cui il nostro settore (che non mi piace chiamare terzo) si occupa.

Ora, visto che mi si chiede di parlare di partnership tra profit e non-profit e di innovazione vorrei individuare alcuni punti positivi su cui credo dovremmo e potremmo incontrarci.

LA CULTURA DEL DONO

Non amo le citazioni e non le raccolgo, di solito, ma da comunicatore e da indefesso cultore dell’innovazione, a monito perenne della finitezza e al tempo stesso della grandezza dell’essere umano, tengo sempre presente il motto di un genio come Antoni Gaudì: l’originalità è tornare alle origini. Guardiamoci attorno, come Gaudì faceva con le infinite forme della natura, guardiamo ai rapporti tra le persone, ai loro bisogni, alle relazioni e rendiamoci conto che non ci può essere innovazione sociale se non ripartiamo dalla cultura del dono: tempo, competenze, denaro, non c’è cultura o religione che non abbia ragionato, filosofeggiato o addirittura leggiferato sul dono. Se non ripartiamo da qui perdiamo di vista le ragioni profonde e antropologiche che stanno dietro il non-profit, ma anche dietro il bisogno di innovazione dell’uomo che è, sempre e comunque, un tentativo di imitazione del bello, del perfetto, del misterioso… o del divino, per chi ci crede.

Oggi comunque manca in Italia una vera attenzione alla cultura del dono, che poi è anche cultura della “responsabilità” nel senso più pieno del termine: responsabilità verso la propria comunità e verso quella comunità allargata che è il mondo globalizzato; responsabilità individuale, ma anche responsabilità collettiva.

Ogni citazione di altri modelli, senza partire da qui, rimarrà sterile e ogni innovazione senza fondamento o semplicemente strumentale.

IL RITORNO SULL’INVESTIMENTO SOCIALE

Vengo considerato un esperto di fundraising online e vengo spesso chiamato a commentare il successo di un’organizzazione americana, Charity Water, che in questi anni ha raccolto milioni di dollari online. In genere mi smarco e la cito il meno possibile, non tanto perché non ne sia anche io entusiasta, ma perché credo che il successo di questa organizzazione stia soprattutto al di fuori dei singoli strumenti o canali. Sta in quello che loro definiscono modello 100%. Ogni singolo centesimo raccolto dal grande pubblico finisce ai progetti, questo perché un gruppo di grandi donatori e di aziende sostiene la struttura:

– i migliori professionisti

– una sede funzionale e moderna

– investimenti in comunicazione e raccolta fondi

– ricerca e sviluppo

Tutto questo riposa su un patto: investi nella mia organizzazione e io mi impegno a raggiungere risultati sempre più ambiziosi in termini di:

– numero di beneficiari

– qualità del servizio erogato

– innovazione nell’erogazione del servizio

– sostenibilità

– efficienza della struttura di governance

– visibilità

Se raggiungo i risultati previsti dal business plan tu investitore sociale torni a donare… Se sbaglio, se perdo la mia credibilità sul mercato delle grandi donazioni (dei capitali!) il gioco finisce. Semplice no? È quello che succede sul mercato dei capitali: la differenza sta nel fatto che qui viene preservata la cultura del dono come fondamento di un modello di impatto ed efficiente il cui ROI diventa un ROSI (Return on Social Investment) e non si misura in dividendi, ma in impatto sulla comunità.

Questo significa lavorare secondo logiche aziendali e di impresa (senza metterci  ad aprire per forza  negozietti o cooperative di produzione), significa stare sul mercato, significa uscire dalla logica che sta uccidendo la creatività e l’efficienza del terzo settore italiano del finanziamento sul progetto, sull’hardware e mai su quel grande patrimonio che sono le persone, le loro competenze e il loro entusiasmo, il software vitale dell’innovazione sociale, in Italia e nel mondo.

IL PATTO TRA IMPRESE

Questo mi porta a definire un terzo punto, quello del patto tra imprese, profit e non-profit.

Se siamo partner, se siamo imprese, pur con tutte le nostre specificità, facciamo un patto di sistema volto a modernizzare questo paese e a:

– creare valore condiviso per tutti i soggetti coinvolti e per la comunità;

– uscire dalla logica del progetto fine a se stesso per ragionare secondo una logica di impatto e di programmazione;

– premiare le eccellenze, favorendo la crescita delle professionalità, la condivisione delle conoscenze, la sperimentazione, la ricerca e l’innovazione reale di processo, di servizio e di prodotto;

– incentivare la specializzazione da un lato e la crescita dimensionale dall’altra: usciamo dal piccolo e micro per entrare nella dimensione del medio, quanto meno;

– fare lobby sulle istituzioni per leggi che incentivino davvero la partecipazione delle imprese e dei loro dipendenti alle cause sociali: oggi il welfare italiano riposa sulla nostra capacità di rispondere ai bisogni ed è ora che questo peso (che ha una sua evidenza anche sul Pil) ci venga riconosciuto e venga di conseguenza riconosciuto alle partnership tra aziende profit e nonprofit;

– incentivare e pagare un sistema di trasparenza dei bilanci (charity navigator) veramente indipentente.

E IL NONPROFIT?

Mi si dirà, ma qui sembra quasi che le responsabilità siano quasi tutte del mondo delle imprese… No, non lo sono, però è anche troppo facile continuare ad addossarle tutte sul non-profit senza vedere quanto il settore è cambiato, quante nuove professionalità ha acquisito e quanto poco il mondo dell’impresa ci abbia messo per capirlo e studiarlo (risorse umane comprese).

Ma il non-profit cosa dovrebbe fare? Provo a fare un piccolo, e non esaustivo elenco

– uscire dalla frammentazione e fare rete;

– chiedere leggi che semplifichino il settore, riducano il numero dei beneficiari degli incentivi fiscali e permettano la crescita dimensionale e professionale, permettendo anche al nostro settore di investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere leggi che disciplinino il mercato, impedendo l’abuso di posizioni dominanti, specie nel rapporto con le istituzioni;

– dotarsi di governance all’altezza delle nuove sfide, professionali, preparate, formate

– chiedere regole di trasparenza più nette, che lasciando da parte le percentuali stabiliscano, per esempio, l’obbligo di rendere pubblici gli stipendi, le parentele nella governance, gli organigrammi, i bilanci secondo modelli semplificiati e chiaramente comprensibili al grande pubblico e agli investitori sociali;

– autodisciplinare la propria comunicazione commerciale secondo quelle stesse regole che il mondo delle aziende si è dato;

– investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere un reale supporto allo sviluppo del settore anche facendo lobby, in maniera trasparente e professionale.

E qui chiudo, contento che Assif abbia accolto la mia richiesta di organizzare un incontro sulla lobby e che Pablo Turrini (che ringrazio per la cortesia con cui mi ha risposto) abbia deciso di venire a raccontarci cosa è e come si fa lobby nel terzo settore.  Ne avevamo davvero bisogno!

Un caro saluto a tutti.

Progetto ASSIF: una discussione per rinforzare l’associazione dei fundraiser

Cari amici,
dopo un periodo di incubazione da oggi è online “Progetto assif 2011-2013” un blog nato per avviare una discussione aperta sul futuro della nostra associazione di categoria e anche della figura del fundraiser in Italia: http://progettoassif2011.wordpress.com/

Ne abbiamo discusso di persona, al telefono, via email, persino al ristorante. Ne abbiamo discusso con i grandi fundraiser e i giovani che iniziano ora la loro storia. E dopo averci riflettuto, abbiamo deciso di rendere pubbliche queste osservazioni quasi a riassunto di quello che si dice in giro su ASSIF.

Una “specie” di programma? una sorta di “piattaforma” di idee da cui partire e con cui affrontare il futuro di ASSIF?. Forse. Di certo non è un “manifesto”, anche se, sia chiaro, è stato scritto pensando alle votazioni della prossima assemblea dei soci di ASSIF. Crediamo sia un democratico, trasparente e costruttivo modo di iniziare una discussione sul futuro si ASSIF.

Non pensiamo ci siano buoni e cattivi. Non una “vecchia governance” e una “nuova governance”. Ci sono tante persone che in questi anni si sono impegnate, e fra tutte innanzitutto Francesca Zagni, attuale presidente di ASSIF che ha dato e fatto tanto per l’Associazione dei Fundraiser Italiani.

Ma a maggio 2011, al Festival del Fundraising, durante l’assemblea dei soci, si dovrà eleggere il nuovo Consiglio Direttivo e il nuovo Presidente di ASSIF. E secondo noi è una bella occasione per rinforzare ulteriormente ASSIF. Noi vorremmo discutere del futuro di ASSIF.

Ecco perché abbiamo pensato a questo “Progetto ASSIF 2011-2014″. Un modo per arrivare più preparati all’assemblea dei soci.

Il documento che presentiamo è aperto a qualsiasi commento, ed è da costruire insieme a chi lo vorrà fare. Vuole infatti stimolare una discussione sincera e una partecipazione libera da parte di tutti coloro che decideranno di offrire il loro contributo. E’ uno strumento di lavoro che vogliamo mettere a disposizione del mondo del fundraising italiano.

Il nostro intento è avviare una confronto costruttivo affinché il documento possa diventare così parte integrante della futura strategia di ASSIF, che sarà delineata anche attraverso l’elezione del prossimo consiglio direttivo prevista per maggio 2011.

Ti proponiamo due cose da fare:

1 – SOSTENGO IL PROGETTO – Chi si riconosce nelle principali idee qui presentate può sostenere il progetto. Per entrare nella lista di coloro che “sostengono il progetto” basta scrivere a progettoassif2011@gmail.com e indicare nome, cognome, qualifica professionale e se soci o meno di ASSIF. Non è solo una raccolta di firme di una petizione, ma è il segnale che si vuole dare un sostegno al progetto. Alla volontà di discutere

2 – COMMENTO IL PROGETTO – Chi vuole commentare, aggiungere, tagliare, criticare, costruire queste idee può farlo mandando post e commenti. Ci impegneremo a cercare di sintetizzare i vostri commenti per redigere una nuova e definitiva versione del progetto entro la fine di marzo 2011. In ogni modo le principali idee contenute già oggi saranno mantenute.
Per leggere il progetto e partecipare alla discussione http://progettoassif2011.wordpress.com/

Grazie dell’attenzione

paolo

Il fundraising è morto… W il fundraising

E’ passato più di un mese dall’ultimo Festival del fundraising e Fundraising Now! è rimasto colpevolmente in silenzio. Me  ne dispiace: questa edizione meritava, già a caldo, un post che, almeno in parte, ne trasmettesse l’energia, la passione, la professionalità, l’entusiasmo, lo spirito di condivisione e anche la capacità di mettersi in discussione attraverso il coraggioso esperimento del Processo al Fundraising (a proposito: grazie Valerio di averci creduto, al di là dei dubbi dei molti e delle certezze dei pochi, a partire dal buon Michelangelo Carrozzi che mesi fa aveva voluto condividere con me il progetto per poi sobbarcarsene il peso praticamente da solo).

E’ stato un Festival speciale, per molti versi, ma credo che soprattutto per un evento vada ricordato: l’Assemblea di Assif, l’Associazione Italiana Fundraiser, è finalmente tornata  a casa, riconciliandosi con quello che è il suo luogo naturale (la più grande piazza del fundraising italiano), in mezzo alla sua gente (i fundraiser italiani). Spero sia solo l’inizio di un rapporto di amorosi sensi che non può che giovare innanzitutto ad Assif, ma anche alla sua comunità di riferimento in cerca di rappresentanza (e qui (stendo un velo sull’apertura del prof. Zamagni che sembrava un marziano, per quanto retoricamente efficace, calato sulla terra).

Ma se il mondo del fundraising italiano non è mai stato così vivo l’impressione, ancora una volta, è che a molti piacerebbe decretarne il de profundis!

Metto in fila alcuni fatti:

– nel silenzio più assoluto dei media, e purtroppo anche del non-profit italiano, si è consumato l’efferato omicidio del direct mailing italiano. Al 21 di giugno le tariffe di spedizione rimangono ancora bloccate 0,28 centesimi (oltre il 500% di aumento rispetto al passato), si sancisce l’irretroattività di qualsiasi ulteriore riduzione e si aspetta non si sa quando per emanare il decreto attuativo che dovrebbe portare a 0,14 (+150%) le tariffe a cui spediscono le onlus (fino a esaurimento dei 30 milioni messi sul piatto da Tremonti… poi ciccia e si ritorna a 0,28). E dall’anno prossimo? Tutto di nuovo in discussione, come se i soldi al fundraising del Terzo Settore fossero un elemosina, non un investimento sul futuro del paese e delle sue relazioni internazionali!

– intanto l’Agenzia per le Onlus fa sapere di non essere competente sulla questione. Nata come organismo di promozione e controllo (forse con l’obiettivo di diventare una Charity Commision… se non pensassi che i modelli internazionali all’italica Agenzia sembrano stare stretti… si sa… noi italiani “lo famo strano”), l’Agenzia sembra volersi dedicare soprattutto alla produzione di linee guida e al loro controllo lambiccando su 70-30 mentre il Governo segna una goleada alzando di botto i costi del 500%. Bella questa Italia che fa sistema!

– il 5xmille intanto rimane quello che è sempre stato: una simpatica regalia, spalmata tra vere e presunte non-profit, i cui contorni vengono definiti anno per anno in barba a qualsiasi necessità di pianificazione di un terzo settore realmente professionalizzato.

– tutto questo mentre si moltiplicano gli avvoltoi attorno a questo mondo dove ognuno sembra voler dire la propria, ma sempre con un punto fermo: non ascoltare mai i professionisti del Terzo Settore, soprattutto se fanno fundraising!

“Ecco il solito pessimista!” mi si dirà. Ma in realtà no. A dispetto di tutto rimango ottimista sul nostro settore, certo a condizione che il non-profit e la comunità dei fundraiser si scrollino di dosso le lor paure e diventino finalmente adulti. Alla fine, come sempre, ogni crisi apre delle opportunità.

Provo a vaticinare…

si inizierà a fare un po’ di pulizia. Qualche organizzazione troverà sempre meno conveniente spedire e cambierà sistema (riequilibrando gli investimenti), risorse permettendo. Qualcuna purtroppo sarà nel novero delle più serie. Qualcuna, speriamo, tra quelle nate in questi anni esclusivamente per fare business (alla faccia dei controlli tanto sbandierati). Meno spedizioni, più creatività (modello UK, per intenderci… anche se lì la crisi ha morso in maniera pesante), non-profit sempre più esigente nel richiedere alle nostre sgangherate poste (sotto Natale, a tariffa ordinaria, può capitare che non venga recapitato anche fino al 20% delle spedizioni nella mia esperienza) un servizio efficiente e all’altezza dei costi e speriamo redemption più alte e Ritorni sugli Investimenti (ROI) più tonici;

– arriverà la conncorrenza e, speriamo, fornitori in grado di praticare tariffe decenti con un servizio decisamente più efficiente delle nostre Poste;

si riaprirà il tavolo della privacy, riuscendo a far ottenere al terzo settore (vista l’utilità sociale svolta dalle sue organizzazioni) una serie di eccezioni alle iper-restrittive norme attuali sia sulle liste (ormai andiamo sempre suo soliti noti, con indirizzari sempre meno aggiornati), sia sulla possibilittà di utilizzare il telemarketing;

ci rimetteremo a studiare, ragionando con maggiore professionalità sugli altri strumenti a disposizione e con una sempre maggiore attenzione ai costi: comunicazione e posizionamento strategico, corporate fundraising, pubbliche relazioni, eventi, fidelizzazione, face to face, telepromozioni, web marketing, volontariato, mobile fundraising, challenge fundraising, ecc. ecc. con nuovi equilibri per il nostro marketing mix;

impareremo a fare sistema, dotandoci finalmente di una rappresentanza stabile e riconosciuta da tutti che non elimini le attuali rappresentanze ma sappia federarle (sul caso tariffe ho visto più gomitate che tentativi di parlare a una sola voce… e qualcuno ha giocato in maniera davvero scorretta). Fare sistema significa anche diventare soggetto politico, capace di fare lobby al di là degli schieramenti e delle ideologie, per far pesare gli interessi concreti, e collettivamente rilevanti, del nostro settore;

– rivendicheremo il ruolo che ci spetta anche con i media, visto che la nostra percentuale di PIL (con le sue storie di coraggio, dedizione, altruismo, buone pratiche …) è la meno rappresentata nei telegiornali e giornali italiani così come nelle varie trasmissioni (con l’eccezione, che poi finisce per essere indigesta e strumentale, delle  raccolte fondi SMS e degli eventi di piazza);

– contrasteremo l’insensatezza, anche logica, oltre che economica, dei co-finanziamenti pubblici e delle fondazioni: se un progetto è valido, se pensiamo che risponda ai bisogni della collettività o di un gruppo in situazione di disagio, dovremo pretendere che questo venga finanziato in toto, dalla fase di analisi a quella di valutazione (compreso la necessità di effettuare focus  group e sondaggi, esattamente come farebbe il profit più avveduto), valorizzando le competenze delle risorse umane impiegate;

l’Agenzia delle Onlus invece di discettare di Borsa delle Donazioni (ultima misteriosa invenzione  tirata fuori dal cappello creativo dei nostri) diventerà un alleato del non-profit su: 5×1000, payroll giving, IVA, strumenti di pagamento, riconoscimento a tutti gli effetti del Cause Related Marketing, deducibilità fiscale, contrattualistica e costi del terzo settore, servizi al non-profit (compreso un investimento nelle ricerche di settore) e qualsiasi altro capitolo aperto vi venga in mente, compreso, questo sì caro Prof. Zamagni, il riordino giuridico del non-profit, con una nuova definizione civilistica e un testo unico che superi la frammentarietà dell’esistente, innovando, perché è fondamentale, ma anche facendo pulizia di tutti quegli enti non commerciali impropriamente profilerati nell’ultimo ventennio;

–  arriveremo a un modello di trasparenza più avanzato del terzo settore: questo significherà obbligo di pubblicazione dei bilanci sui siti Internet secondo modelli uniformi di rendicontazione per settore o tipologia di organizzazione; obbligo di compilare moduli che indichino con chiarezza la composizione della governance, gli stipendi delle figure dirigenziali e manageriali, l’utilizzo delle risorse, ecc. Questo ci permetterà di arrivare ad avere, anche in Italia, siti come Charity Navigator o GuideStar (grazie a Stefano Zurlo per averli citati durante il Processo al fundraising) più adatti a fotografare la situazione attuale di quanto non lo siano soggetti come l’IID (su cui forse dovrò spendere un post ad hoc per chiarire il mio pensiero ma intanto vi rimando al post di Valerio Melandri sulla condanna dell’Istituto per pubblicità ingannevole).

Consideratelo come un gioco. In questo paese anche come un’utopia (anche se tutto questo è realtà in diversi altri paesi). Ma sono fiducioso che i tempi siano maturi per una svolta e, che, a dispetto di tutto, potremo continuare a dire: W il fundraising. Se poi ne avete voglia, e tempo, mi piacerebbe giocaste anche voi con me dicendo la vostra.

Un caro saluto

ps.: segnalo due post dove si discute di temi non troppo dissimili

Francesco Quistelli
http://quistelliblog.wordpress.com/2010/06/14/stato-societa-civile-e-fundraising-il-futuro-passa-da-qui/#comments

Massimo Coen Cagli (che  ha aperto un’intera sezione sulle nuove frontiere del fundraising ed ha anche lanciato una survey)
http://fund-raising.it/il-fund-raising.it-pensiero.php

Chi vuole uccidere il fundraising? Modesto j’accuse sulla cultura del dono in Italia

Il piccione viaggiatore...

ecco il nuovo rivoluzionario modo per fare fundraising in Italia

La notizia è del primo aprile e, confessiamolo, in molti di noi hanno pensato che dopo anni d’attesa questo fosse solo un pesce d’aprile. Ma di cosa sto parlando?  Semplicemente della morte del fundraising, così come l’abbiamo conosciuto finora!

Ma veniamo ai fatti. Il 31 marzo la Gazzetta Ufficiale pubblicava:

Le tariffe agevolate per le spedizioni di  prodotti editoriali  di cui ai decreti ministeriali del 13 novembre 2002 e  del 1 febbraio 2005, continuano ad applicarsi fino al 31 marzo 2010” de profundis alla raccolta fondi solo appena temperato dal seguente “Con  successivo  decreto  potranno  essere   determinate   tariffe agevolate  per i  residui  periodi  dell’anno  2010,  in  caso   di sopravvenuto accertamento di disponibilita’ finanziarie  nell’ambito del bilancio autonomo della Presidenza del Consiglio dei Ministri”.

Cosa significa? Significa semplicemente che il Governo ci fa sapere che non c’è più trippa per gatti. I soldi sono finiti e le sovvenzioni che permettevano alle organizzazioni senza scopo di lucro (onlus) di spedire a tariffe agevolate (rimborsando Poste Italiane per i mancati introiti) vengono ipso facto e de jure cancellate.

In soldoni: quello che prima si spediva a 5 centesimi di Euro, oggi si spedisce a 28 centesimi di Euro… il 500% in più!!!!!

Vogliamo essere ancora più chiari? Siete un’organizzazione che ha 500.000 sostenitori. Fino a ieri spedire due lettere all’anno, di soli costi di spedizione, costava 50.000 Euro. Una bella spesa, ma decisamente compensata dal fatto che mediamente il ritorno sugli investimenti (ossia le donazioni ricevute) era di almeno il 700%. Soldi che l’organizzazione poteva utilizzare per finanziare i suoi progetti di pubblica utilità. Cosa succede con la simpatica novità introdotta col decreto del 30 marz0? Semplicemente che la cifra improvvisamente salirà a 280.000 euro, di soli costi di spedizione. Se a questo aggiungete: creatività, stampa, laserizzazione, confezionamento e postalizzazione (il tutto gravato dall’IVA che le nostre organizzazioni pagano senza poterla scaricare)… beh, scordatevi che qualcosa vada a finire sui progetti… Non c’è proprio più niente da spolpare cari signori. Briciole.

Briciole che poi l’organizzazione dovrà investire in bilanci certificati, certificazione di progetto, certificazione dell”Istituto Italiano delle Donazioni (a pagamento) e nella stesura di un documento sulla trasparenza in cui dovrà certificare, stando alle Linee Guida sulla Raccolta Fondi promosse dall’Agenzia per le Onlus (fortunatamente non ancora approvate) che, campagna per campagna di fundraising, almeno il 70% viene destinato al progetto e solo il 30% a spese di struttura, comunicazione e marketing…

Ma qui è una fortuna se non si va in perdita… altro che 70-30!

Certo, mi direte, gli italiani sono generosi e accorreranno in massa a salvare il terzo settore italiano, quello che finanzia la ricerca medica e genetica, quello che fa la nostra politica internazionale con milioni di euro di cooperazione allo sviluppo, quello che assiste immigrati, disabili, donne vittime di violenza, senza casa, persone con disturbi mentali, monumenti storici, oasi naturalistiche ecc. ecc.

Già… Stiamo freschi! Tutte le statistiche internazionali ci danno agli ultimissimi posti nella classifica delle donazioni tra i paesi del nord del mondo, i paesi ricchi. Un esempio? L’International Committe on Fundraising Organizations ha effettuato una ricerca su quanto è stato raccolto nelle prime settimane dopo il terremoto di Haiti. Il quadro, pubblicato il 12 marzo scorso, è devastante. L’Italia è desolatamente ultima con una donazione pro-capite di 90 centesimi di Euro!!! Siamo quasi doppiati dalla Spagna, penultima con 1,50 euro e dalla Gran Bretagna con 1,60 Euro e doppiati dal Belgio con 1,80 Euro. Impietoso il confronto con la Svizzera, 7,10 euro a testa!

E allora? E allora è il momento che il terzo settore si svegli. Che prenda in mano l’orgoglio di essere una parte decisiva per gli equilibri di questo paese. Che si scuota dal suo torpore e si assuma le proprie responsabilità verso tutte quelle persone che del sostegno di un non-profit competente, trasparente, efficiente, partecipato non possono fare a meno. E’ arrivato il momento di affrontare a viso aperto una battaglia culturale per far vivere, anche in questo sempre più egoista e cinico paese, una cultura del dono moderna.

Non è una sfida da poco, soprattutto per un settore abituato a vivere di conserva, sotto l’ala protettiva della politica (di destra, di sinistra, di centro) o di qualche accademico stimatissimo ma sempre più attento ai sottili equilibri della sua professione che a un reale sviluppo dell’associazionismo sociale. Ma oggi questa sfida dobbiamo raccoglierla.

Donare non è un gesto di carità: è un gesto di partecipazione, di coinvolgimento, di responsabilizzazione nelle cose del mondo. Ecco, la cultura del dono è la cultura della responsabilità verso la comunità, verso i più deboli, verso chi non ce l’ha fatta o non ce la fa. Per questa cultura oggi dobbiamo batterci, con coesione, coraggio, passione… altrimenti non morirà solo il fundraising, morirà tutto il terzo settore di questo paese e con esso gli ultimi scampi di solidarietà sociale.

Se volete fare qualcosa subito…

Firmate la petizione sul sito di Vita, Non-profit magazine: http://www.vita.it/news/view/102170

oppure unitevi al gruppo No all’aumento delle tariffe per il non-profit su Facebook: http://www.facebook.com/group.php?gid=106557066051751&ref=mf

e se siete fundraiser, associatevi all’ASSIF, l’Associazione Italiana Fundraiser (http://www.assif.it) per fare più forza al nostro settore

Qui leggete il comunicato stampa firmato già da più di 50 organizzazioni del terzo settore italiano: http://www.terredeshommes.it/news_det.php?story=632

Appuntamenti per fundraiser, webmarketer, operatori umanitari…

by http://flickr.com/photos/indieink/

Non so se è capitato anche a voi, ma al ritorno dalle vacanze mi sono trovato subito inondato da una serie di eventi che avrebbero richiesto e richiederebbero il dono dell’ubiquità per essere presente a tutti.

Ce ne sono alcuni che credo ai lettori di Fundraising Now! possano interessare… perciò eccomi qui ad inaugurare una piccola rubrica di appuntamenti. Iniziamo dai lunedi di Assif dove spero di incontrare molti di voi.

I lunedì di Assif

MILANO
Lunedì 22 settembre 2008 (ore 15.00 – 18.00)
presso AIRC – Via Corridoni, 7 (MM1 – San Babila)

ROMA
Lunedì 29 settembre 2008 (ore 15.00 – 18.00)
presso UNICEF – Via Palestro, 68 (MM A – Castro Pretorio)

“Prima indagine conoscitiva sul Fundraising in Italia”. Presentazione dei risultati

Per maggiori informazioni visitate il sito di Assif

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“Il valore dell’aiuto” (organizzato da AGIRE)

SEMINARIO SULLE RISORSE PER LA RISPOSTA ALLE EMERGENZE UMANITARIE
Banca Popolare di Milano – sala delle colonne
via San Paolo 12 – Milano

26 settembre 2008 (ore 9,00 – 13,00)

Tra gli interventi, oltre a quelli degli esponenti di Action Aid, Amref, Save the Children, Terre des hommes, Vis e WWF, ci saranno anche quelli di G. Bertolaso (Dipartimento Protezione Civile), P. Magri (ISPI), G. Milesi (Italia Aiuta), A. Miozzo (Dipartimento Protezione Civile), K. Moschochoritis (Medici Senza Frontiere), R. Polastro (DARA), G. Rufini,(AGIRE), F. Salviato (Banca Etica), S. Taliani de Marchio (Ministero Affari Esteri),  M. Vitale (AGIRE).

Per informazioni vi invito a visitare il sito di Agire

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INTERNET: il valore della Rete e la forza della comunicazione sociale (Mediafriends Onlus)
26 settembre 2008
ore 10.00/17.00
Teatro Franco Parenti, Via Pier Lombardo 14, Milano

Per maggiori informazioni visitate il sito di Mediafriends

(io ovviamente arriverò solo nel pomeriggio, vista la concomitanza del seminario di Agire)

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Fare fund raising con Internet (corso di webmarketing)

Data: 12-13-14 Novembre 2008
Costo 580 + IVA

Il corso ha l’obiettivo di fornire strumenti operativi alle organizzazioni non profit per ricevere donazioni, per cercare i potenziali donatori, per fare comunicazione e trovare volontari attraverso il web. I partecipanti impareranno ad utilizzare le Aste di Beneficenza on line, ad integrare strumenti di donazione on line nel proprio sito (Pay Pal), a pianificare una campagna di comunicazione efficace attraverso internet e le newsletter elettroniche. Particolare attenzione sarà data all’utilizzo dei Blog e alle modalità di attivazione delle Campagne di Google Grants, ovvero la campagna di pubblicità gratuita in favore delle organizzazioni non profit promossa da Google. Durante il corso verranno presentati esempi pratici e case history.
Coordinatore: Alessandro Bellucci

Per informazioni e iscrizioni andate sul sito della Scuola di Fundraising di Roma