Come cambia la raccolta fondi? Qualche deduzione dalla ricerca dell’Osservatorio Fundraising 2012

L’sms come strumento di raccolta fondi e il successo dei regali solidali

Qualcuno di voi si ricorda il 2007? Io sì: non per altro perché quell’anno ho cambiato lavoro, cambiato vita e… ho anche aperto questo blog! Sembra passata un secolo. Penso solo che, a quel tempo, se volevo scrivere di ricerche sul fundraising online dovevo necessariamente spulciarmi una ricerca americana o inglese. Proporre ricerche sullo stato del marketing digitale applicato alle buone cause sembrava addirittura eretico in questo paese… E, tutto sommato, anche questo blog un po’ faceva la parte del blog eretico nella nascente blogosfera nonprofit italiana.

Ora fortunatamente non è più così. Addirittura due società si affrontano a duello per sfornare dati e infografiche sullo stato della rete solidale e ci permettono finalmente di ragionare su qualcosa di solido nel nostro mestiere di fundraiser. Segno che la concorrenza fa bene e stimola la crescita, anche intellettuale, di un paese.

Questa volta, dopo aver parlato qualche mese fa della ricerca di Contactlab (qui), faccio qualche riflessione sui dati pubblicati da Slash nel suo Osservatorio Fundraising 2012 (OFO 2012).

Intanto i dati:

– nel 2012 gli utenti internet hanno donato molto di più: su 37 milioni di navigatori stimati, quasi 20 milioni avrebbero (il condizionale è d’obbligo visto quello che valgono le dichiarazioni in Italia)  donato, ossia  ben il 24% in più  rispetto al 2011;

– il 78% dei donatori donatori internet ha un’età compresa tra i 25 e i 54 anni;

– la ricerca scientifica continua a guidare la classifica delle cause più amate dagli italiani: 46% (+6% in un anno). Attenzione però che, in questo caso, la disaggregazione tra Cause Umanitarie, Adozione a distanza e Aiuti all’infanzia pur utile per chi fa il nostro mestiere, non aiuta fino in fondo a capire dove batte il cuore degli italiani;

– cala del 4% la percentuale degli italiani che effettua una donazione almeno ogni 3 mesi;

– le donazioni sembrerebbero focalizzarsi, come sempre, su dicembre: tra chi da indicazioni, il 20% dona a dicembre (27% se ci mettete la coda di gennaio);

– il bollettino di conto corrente postale sembra in caduta libera (dal 33  al 26% in un anno), mentre galoppano l’sms, che arriva al 55% (+7,7%) e il bonifico bancario, che arriva al 27% (+6%);

– aumenta del 27% la percentuale di italiani donatori che dicono di aver fatto Regali Solidali e oggi rappresentano ben il 44%. I regali solidali si scelgono in netta prevalenza a Natale (nel 56% dei casi), in occasione dei compleanni (27%) e a Pasqua (22%);

– il 22% dei donatori utenti internet ha effettuato una o più donazioni online. In termini assoluti una crescita del 23%, secondo i ricercatori di Slash;

– la crisi pesa, ovviamente, nelle scelte fatte: il 55% ha ridotto in qualche modo (numero, frequenza e/o ammontare) le sue donazioni;

– aumenta il numero degli iscritti alle newsletter online delle Organizzazioni Non Profit, l’impatto dei siti web e il numero degli iscritti ai social network: in tutti i casi quello che si cerca è trasparenza e informazioni sui progetti sostenuti o da sostenere!

Ora il quadro, al di là dell’attendibilità delle autodichiarazioni (sempre più dubbia nelle ricerche italiane), il quadro mi sembra confermare quello che già sapevamo, introducendo però qualche elemento sfizioso di analisi e previsione.

Provo a elencare quelli che mi sono sembrati più evidenti:

le cause umanitarie e l’attenzione per i paesi più poveri del mondo sono in forte calo, dal 45 al 36%, a dimostrazione che la crisi economica italiana sta penalizzando fortemente il mondo delle ong, spostando l’attenzione verso problemi più locali. Non credo che questa sia una crisi passeggera, anzi: si tratta di una tendenza in corso da anni, parzialmente coperta da un lato dall’Emergenza Haiti, dall’altro dalla costante (e secondo me non sempre giustificabile in termine di ROI) crescita di investimenti del settore. La consapevolezza che l’Italia sia un paese in crisi, e con un futuro tutt’altro che roseo, cambierà in modo perdurante lo scenario e costringerà le organizzazioni non governative a scelte non facili per i prossimi anni. Ma qui si tratta di scegliere per la propria sopravvivenza: modificarsi o perire!

le indagini sui donatori italiani sono falsate dai dati sull’SMS: diciamoci la verità, nessun fundraiser considererebbe mai come un donatore vero qualcuno che dona solo attraverso le campagne SMS! La donazione media è di 2 euro o poco più; è anonima; non è fidelizzabile e non è sviluppabile. Eppure nella ricerca di Slash stiamo parlando del 55%. Se togliessimo questo dato cosa accadrebbe? Quanto sta pesando questo strumento, in negativo, sullo sviluppo delle donazioni online, sui pagamenti periodici e sullo sviluppo stesso di strumenti di pagamento telefonici avanzati? Per me tanto e, come dico da tempo, non possiamo più continuare così e mi auguro che il 2013 segni, per sempre, la fine dell’sms solidale per come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

la crisi porta sempre di più a trasformare il rapporto di donazione introducendo elementi di sinallagmaticità (scusate, sono pur sempre un giurista di formazione!) che sono rischiosi per le organizzazioni. Il passaggio in corso, sottolineato dal successo dei Regali Solidali,  mi sembra più o meno questo: ho pochi soldi, tante sollecitazioni e se mi vuoi strappare una donazione hai più chance se mi offri qualcosa in cambio. Il rischio per le organizzazioni è quello di trasformarsi in commercianti di beni. Rischio fiscale: perché fuori dai limiti delle raccolte fondi pubblici occasionali si configura un rapporto commerciale soggetto a tassazione. Rischio economico: perché comporta costi amministrativi, di produzione, promozione, stoccaggio e vendita non da poco. Rischio etico: perché sposta l’attenzione dalla cultura del dono a quella della compravendita. Detto che credo inevitabile fare i conti con questo passaggio, invito tutti noi a considerare i tre rischi elencati e, soprattutto, a non dimenticare il passato (sono pur sempre uno storico di formazione!) e i fallimenti dei tanti cataloghi del nonprofit italiano nel momento in cui hanno smesso di “vendere” valori e mission limitandosi a vendere oggettistica brandizzata.

Buona lettura della ricerca di Slash (Osservatorio Fundraising 2012) e alla prossima.

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ONG 2.0: il futuro della cooperazione allo sviluppo

Per la prima volta su Fundraising Now! riporto integralmente un articolo tratto da un altro sito (ovviamente dietro permesso). I motivi sono molteplici e non da ultimo c’è sicuramente il fatto che l’articolo riporta anche un’intervista al sottoscritto. Ma il motivo principale è che questo pezzo parla di innovazione, di cambiamento, di futuro nel mondo della cooperazione allo sviluppo e lo fa con competenza, capacità d’analisi e visione, tutte doti che, come ho imparato negli ultimi mesi, appartengono alla sua autrice: Silvia Pochettino.

A voi la lettura e il consiglio di non perdere il prossimo numero di VPS sulla “Cooperazione al futuro”. Qui l’articolo originale e il sito.

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Creazione di reti intercontinentali, personale reclutato in loco, coinvolgimento delle aziende profit nella governance delle associazioni, iniziative on line e utilizzo delle nuove tecnologie di comunicazione: ben lungi dall’essere arrivata al canto del cigno, la cooperazione internazionale non governativa vede oggi aprirsi davanti a sé uno scenario nuovo, tutto da esplorare. Pubblichiamo in anteprima l’articolo di apertura del numero speciale di VpS su la “Cooperazione al futuro” di prossima uscita

di Silvia Pochettino

Che si sia conclusa un’epoca storica della cooperazione internazionale dell’Italia è un dato di fatto. Il taglio drastico dei finanziamenti del Ministero affari esteri per gli aiuti allo sviluppo, decurtati dell’88% tra il 2008 e il 2012, ne è un segnale chiaro. Ma non solo. L’acuirsi di crisi nuove, la nascita di nuovi soggetti attivi della società civile nei Sud, lo sviluppo rapidissimo delle tecnologie della comunicazione, anche nei paesi in via di sviluppo, sono elementi che decretano la fine di un certo modo di fare cooperazione. Questo però non significa la morte delle ong. Anzi.
In un mondo in crisi formule nuove di alleanza e solidarietà transnazionale potranno diventare sempre più significative. Quello che ci sta davanti è uno scenario nuovo tutto da esplorare e solo chi sarà rapido, flessibile e disponibile al cambiamento potrà scoprire nuove dimensioni della cooperazione, magari anche più interessanti e appaganti di quelle passate.
Questo in sintesi sembra emergere raccogliendo le opinioni degli operatori del settore, dalle grandi ong internazionali ai piccoli partner locali sul terreno.

L’internazionalizzazione
«Il primo cambiamento imprescindibile per la cooperazione non governativa del futuro è l’internazionalizzazione delle ong» sostiene Daniel Verger, direttore di Coordination Sud, coordinamento delle ong francesi di cooperazione. Ong puramente nazionali in un contesto fortemente interconnesso, in cui le nuove tecnologie della comunicazione rendono sempre più facili i contatti continui, non sembrano avere più senso. «Le ong estendono la loro attività partecipando a reti internazionali o aprendo uffici nei paesi partner, il che è coerente anche con la distribuzione dei fondi sempre più decentrati nei paesi del Sud». Ma attenzione, non si tratta di diventare colossi della solidarietà, si può restare strutture agili e snelle, piccole realtà ma capaci di connettersi con il resto del pianeta e fare rete.

Dello stesso avviso Marco Rotelli, segretario generale di Intersosche pone l’accento soprattutto sulla nascita di soggetti sempre più preparati e competenti nel Sud del mondo: «L’elemento di novità negli ultimi anni è l’innalzamento di competenza delle organizzazioni di società civile dei paesi emergenti. Ne è stata conferma il dibattito all’interno di “Development effectivess”, il processo che da due anni ha messo insieme piattaforme nazionali di ong per ridefinire le priorità e la qualità dell’aiuto. Gli stimoli più interessanti sono arrivati proprio dai paesi del Sud, a riprova di una consolidata capacità di promuovere attività di sviluppo sul proprio territorio e a livello regionale». In generale, secondo Rotelli, «è necessario cominciare a dotarsi di personale dei paesi del Sud dentro la struttura stessa delle ong, non solo a livello esecutivo ma di leadership». E chiarisce: «Non intendo assumere il tecnico che ha sempre vissuto nel villaggio dove vogliamo intervenire, ma personale “internazionale” del Sud, esperti di cooperazione che dal Sud vadano a lavorare in altri paesi del Sud apportando competenze, esperienze e visioni diverse dello sviluppo». Insomma le ong del futuro dovranno essere internazionali non tanto come sedi e forma giuridica, ma come mentalità e governance interna. Il fatto di utilizzare soprattutto fondi del ministero italiano era in passato una limitazione forte, perché il volontario o il cooperante dovevano essere italiani.

Una nuova governance
Riguardo la governance è più radicale Paolo Ferrara, responsabile comunicazione e raccolta fondi di Terre des Hommes Italia, con un passato a Survival international e Cbm: «C’è una grande lentezza delle organizzazioni italiane nel cambiare. Laddove le ong sono state fondate in modo più “aziendalistico” ingenere le evoluzioni sono più rapide. Ma la complessità culturale delle associazioni italiane pone spesso un freno ai cambiamenti, soprattutto organizzativi e manageriali». Secondo Ferrara è proprio la governance delle ong che deve cambiare, non solo gli strumenti utilizzati: «Pochi in Italia, ad es., hanno lavorato seriamente sulle partnership pubblico e privato. Non si tratta solo di cercare le aziende per chiedere soldi, ma di coinvolgerle nella formulazione dei progetti valorizzando le competenze specifiche di ciascuno». Esempi? Mercy corps ad Haiti in partenariato con società di telecomunicazioni e banche ha creato un sistema di mobile banking, fondamentale di fronte all’estrema pericolosità delle transazioni in moneta, oppure Medecins sens Frontières ha fatto alleanze con case farmaceutiche per la produzione di farmaci generici. «Se vogliamo fare sviluppo dobbiamo ricordare che tra gli attori dello sviluppo ci sono proprio le aziende. Piaccia o no, sono un attore decisivo nel definire la filiera di sostenibilità, il livello dei salari, il rispetto ambientale» continua Ferrara, «ma il vero cambiamento dovrebbe andare al di là delle alleanze, per trasporsi nella struttura stessa delle ong, “partecipate” al loro interno da aziende e istituzioni». Esempio famoso in tal senso è la statunitense Charity water, giovane ong nata da un gruppo misto profit e no profit, con particolari competenze nella comunicazione, che ha raggiunto in pochi anni risultati sorprendenti. «Dobbiamo superare il manicheismo buoni-cattivi» dice Ferrara, «non siamo gli unici a poter dare risposte ai bisogni dei pvs».

Recuperare le relazioni

In questa linea una realtà molto innovativa è Kiva.org, che sostiene con il microcredito on line piccoli imprenditori nel Sud («e i fondatori sono manager di ebay e pay pall» fa notare Ferrara). Fondata nel 2005, ha raccolto 264 milioni di $ di prestiti da oltre 650 mila donatori e ha una rete di 147 partner con 450 volontari in 61 paesi del mondo. La formula è semplice ma rivoluzionaria: la persona in difficoltà spiega la sua storia e il suo progetto imprenditoriale on line ed entra in contatto “diretto“ con il donatore che gli fa un piccolo prestito di 25 $. Sul sito vengono messi costanti aggiornamenti prima sull’andamento del prestito raccolto e poi sull’attività realizzata, finché il beneficiario restituisce il prestito. Anche se Kiva lavora con 147 partner sul terreno tra cui istituti di microcredito e banche, l’elemento vincente è la trasparenza. Il rapporto tra persone. Attraverso il racconto della singola esperienza di vita e di un progetto concreto in cui è il beneficiario stesso a decidere come migliorare la propria condizione, la mediazione è ridotta all’osso, mentre si alimenta il protagonismo del donatore. Tutto questo semplicemente grazie a un uso sapiente del web e del fare rete.
«La capacità di comunicazione con le persone e una maggiore trasparenza è l’altro grande elemento di rinnovamento necessario alle ong del futuro» sostiene Daniel Verger di Coordination Sud, «non perché i fondi delle ong non siano controllati, anzi, è forse il settore più controllato al mondo. Un’ong di media grandezza in Francia riceve anche 30 audit all’anno. Quel che va migliorato è la capacità di render conto alla gente del proprio operato».

Trasparenza e lobbying
Ecco allora che la capacità di padroneggiare le nuove tecnologie di comunicazione può diventare vincente. Perché non si tratta solo di strumenti tecnici ma di espressioni di una mentalità nuova. Il web 2.0 è uno spazio di dialogo sociale, per le ong in particolare è un’occasione per riacquistare un rapporto con il territorio inteso in senso nuovo. Sia nel loro paese di origine, sia nei paesi dove realizzano progetti. Social network, blog, wiki, a patto di essere usati bene, permettono di mantenere un contatto in tempo reale con i propri soci e sostenitori, aggiornare quotidianamente sull’andamento delle attività, promuovere campagne virali per diffondere messaggi, trasformare i proprio lettori in attivisti.

Secondo il Center of the digital future della University of Southern California, l’81% dei membri delle comunità on line partecipano a una causa sociale. E non si tratta solo di “click attivismo” come talora è definita la propensione a cliccare dappertutto e non impegnarsi in niente. E’ ormai dimostrato che c’è una relazione diretta tra l’attivismo on line e quello off line. Dai casi della primavera araba, che ha riempito le piazze fino a far cadere i dittatori al potere grazie alla possibilità delle persone di scambiarsi informazioni in tempo reale su twitter e facebook scavalcando la censura dei media, fino alle esperienze piccole ma significative delle ong in Italia, come Terres des Hommes che ha lanciato un’asta fotografica su facebook, coinvolgendo i 10 blogger più famosi d’Italia, ed è finita in un locale di Milano con migliaia di persone che hanno donato fondi all’associazione. O il Cefa di Bologna che, raccontando giorno dopo giorno su Fb l’andamento del suo progetto Africa Milk projet, ha raccolto 9830 fan molti dei quali hanno partecipato alla maratona di solidarietà che l’ong ha organizzato il 9 maggio 2010.
La capacità di mobilitare le persone diventa sempre più fondamentale anche in relazione all’importanza dell’attività di lobbying presso i decisori politici da parte delle ong, «elemento fondamentale per dare risposta alla complessità delle questioni dello sviluppo» sostiene Verger. «Non ha senso oggi compiere azioni isolate nei pvs se non accompagnate da un lavoro per cambiare i meccanismi internazionali all’origine dei problemi. Ce lo chiedono da tempo i partner del Sud».

Dal profiling al crowdsourcing
I nuovi strumenti della comunicazione possono cambiare il modo stesso di fare progetti.

«Una cosa fondamentale che oggi le nuove tecnologie permettono è avere i dati iniziali su cui calcolare l’impatto dell’azione umanitaria o di cooperazione» spiega Marco Rotelli. Molte ong stanno lavorando per far sì che l’accuratezza del dato di partenza permetta di ottimizzare le risorse e fare una valutazione significativa dell’impatto». E’ il cosiddetto “profiling” (fotografia iniziale di realtà dove si va a operare) che ad es. Intersos ha realizzato in Darfur e Pakistan usando una mappatura web Gis (Geographic information system) per monitorare il flusso dei profughi, analizzando in tempo reale il rapporto tra servizi disponibili e numero di persone che si spostavano. Informazioni che hanno interessato tutta la comunità internazionale presente in quei paesi, permettendo di affinare la qualità dell’aiuto, capire dove fare interventi e quali. «Quanto più le risorse sono scarse, tanto più è fondamentale il coordinamento tra gli operatori, per evitare duplicazioni e sprechi» dice Rotelli.
Più complesso, ma non impossibile, il lavoro per i programmi di sviluppo di lunga durata, interessante ad esempio il sistema attuato in Benin per monitorare le violenze sui bambini integrando FrontlineSms e Ushahidi, sistemi open source (ideati da programmatori kenyoti) che permettono di “trasformare” i cellulari anche di prima generazione in terminali del computer raccogliendo segnalazioni in crowdfunding ( raccolta di informazioni da tutta una comunità grazie ad appelli pubblici) elaborate in tempo reale e connesse poi con le forze dell’ordine o i servizi di protezione dell’infanzia. Oppure l’esperienza di Haiti Aid Map, mappatura di tutti i progetti di ricostruzione e sviluppo ad Haiti nel post emergenza. Proprio l’esperienza di Haiti è stata fondamentale durante il sisma per l’utilizzo da parte della popolazione locale delle tecnologie più creative per comunicare, integrando in modo spontaneo sms, programmi radio e Ushahidi stesso (vedi articolo pag 48) tanto da portare Imogen Wall, ricercatore di Infosaid, a dichiarare: «Spesso le popolazioni locali usano le nuove tecnologie in modo più spontaneo degli operatori internazionali: questi ultimi devono trattare i partner locali e la loro capacità tecnica alla pari, e connettersi ai sistemi già esistenti prima di pensare di crearne di nuovi»

Diario di viaggio di Paolo, da Haiti: nell’inferno di Waaf Jeremy

Hotel Coconut, Port au Prince, 24.00 ora locale.

Tende, tende, tende. Dietro ogni discesa, in ogni cortile, di fronte a ogni ufficio pubblico, Port au Prince oggi è la città delle tende, degli accampamenti provvisori, piccoli presidi di umanità ognuno con le proprie storie, le proprie regole i propri umori.

Oggi, mentre Giori lavorava sui progetti, io e Andrea siamo andati a raccogliere dati sul territorio. Dati e storie. Perché dietro ogni numero ci sono sempre Jaqueline, Tinoun, Alexandre e ognuno degli altri 2 milioni di abitanti la cui vita è stata sobbalzata violentemente e poi ributtata nel fondo di un baratro dalla durezza del terremoto.

Sono andato a incontrarli nelle tendopoli, fiori di speranza e socialità che spuntano nella miseria più triste. Passando tra funi stese e teli di plastica, lenzuole colorate e tende da campeggio nel cuore di città improvvisate che hanno subito preso la vitalià di un suq, di un mercato all’aperto, di un universo comunitario dove le vite di ognuno sono buttate lì, senza pudore, in mezzo a quelle degli altri.

Nelle tendopoli (ma questo, sia chiaro, è spesso un eufemismo) si commercia, si cucina, si gioca, si dorme, si parla, ci si pettina e si tagliano i capelli, ci si corteggia, si discute.Finché non arriva “le blanc”che nel mio caso si riferiva non solo al colore della pelle, ma anche ai capelli presto incanutiti che i bambini si divertivano a toccare, incuriositi dal loro colore. La vita, come sempre, a qualsiasi latidudine, riconquista sempre i suoi spazi, anche dopo una grande tragedia.E le tendopoli di Port au Prince ne sono un esempio.

A Petion Ville, quartiere antico di Port au Prince, davanti all’Hotel de la Ville, il municipio assaltato “compostamente” da più di 400 persone in cerca di cibo, sorge una di queste tendopoli. Dentro ci incontro Roland, un cinquantenne che ha perso una mano che mi dice che non se ne andrà mai da PaP perché solo qui i suoi figli hanno una speranza di poter studiare, lavorare, costruirsi un futuro migliore del suo. E Francoise, che mi dice che sarebbe anche scappata, ma vuole stare vicina alla sua casa, per paura che qualcuno le porti via non solo i pochi oggetti accumulati, ma la stessa proprietà della casa. Soprattutto, ci incontro i bambini. Una gioiosa ondata, che mi sorride, si avvicina a toccarmi, mi circonda, mi mostra ai parenti. Bimbi che giocano con la ruota, con un pallone di stracci, con una bacinella per i panni.

Abbassandomi tra le funi e i teli vengo invitato a sedermi in diverse di queste case improvvisate: mi raccontano di sé, di quello che hanno perso, ma mi chiedono anche di me, di cosa faccio, del perché sono lì. La comunicazione non è sempre facile: io non capisco il creolo e spesso fatico anche con il francese improvvisato di qualcuno. Loro non capiscono il mio francese spesso impreciso ed europeo… ma alla fine ci si intende, si sorride, ci si abbraccia e capita anche di “parlare” di calcio anche se a dominare è lo spettro della fame, quello che la maggior parte ha come compagno giornaliero, in molti casi anche prima del terremoto.

Scendendo da Petion Ville però si incontrano tendopoli di ogni tipo: ce ne sono di disordinate e improvvisate, ma ce ne sono anche di perfettamente ordinate, posti in cui può capitare di vedere file chilometriche e “all’inglese” sotto un sole cocente per una razione di riso e fagioli.

Attorno, come quinte lugubri, le abitazioni crollate, sacche di polvere e cemento sgretolato che spesso nascondono ancora cadaveri, ma che dopo il lavoro di pulizia fatto negli ultimi giorni quantomeno oggi possono rappresentare l’ipotesi di una ricostruzione invece che quella dell’impotenza di fronte alla natura.

Intanto il viaggio prosegue. Abbiamo appuntamento con Suor Marcella presso il centro di Padre Giuseppe, ma la città è bloccata. Il traffico è impazzito di fronte all’ingente mole di mezzi speciali, camion, cortei (oggi in particolare quello funebre dell’arcivescovo ucciso dal terremoto) e strade dissestate e per fare il traggitto che di solito richiederebbe mezz’ora ci mettiamo 2 ore, sotto un sole cocente in una macchina che per risparmiare non ha neanche l’aria condizionata.

Arriviamo alle 13, il tempo veloce di una zuppa dai componenti ancora “misteriosi” offertaci da padre Giuseppe ed è ora di ripartire.

Con suor Marcella vediamo un’altra faccia ancora della città. Quella delle baraccopoli più povere, quelle che costeggiano il fiume (in secca in questa stagione) che non sono crollate, semplicemente perché sono così eteree nelle loro strutture che l’ipotesi del crollo non appartiene neanche alla loro “natura”. Posti dove, ci racconta Suor Marcella, da sempre si vive di nulla. Dove non c’è lavoro, non c’è scuola, non c’è cibo e in cui il terremoto, in fondo, non ha cambiato né cambierà nulla, se non forse una luce che speriamo su questo paese non si spenga troppo velocemente.

Haiti qui diventa simbolo: un posto che ha una povertà superiore a quella di molti paesi africani, ma che non è Africa. Ma neanche America Latina, perché non ci si riconosce e nessuno ne riconosce l’appartenenza. Un posto che non ha lingua, non più il francese, non ancora l’inglese-americano, ma solo il suo creolo costruito giorno dopo giorno.

E poi arriva Waaf Jeremy, il posto dove operava suor Marcella, prima di essere mandata a lavorare in Repubblica Dominicana per combattere il traffico a fini sessuali dei bambini haitiani e la piaga dei Restavek, i bambini venduti come schiavi domestici che, secondo alcune stime, sarebbero decine di migliaia ad Haiti.

A Waaf Jeremy, baraccopoli di Port au Prince etichettata con il codice Rosso, un posto dove neanche i soldati dell’Onu entrano, il terremoto c’è ogni giorno. 70.000 persone censite. Probabilmente 200/250.000 realmente abitanti. Stretti vicoli di lamiere, e ancora lamiere, dove la fanno da padrone le bande, ma anche tubercolosi, aids e fame, acuta, quotidiana,mortale che colpisce con forme severe di denutrizione il 60% e porta alla morte tra i 10 e il 15% della popolazione. Qui, a parte suor Marcella, non si vedono altre organizzazioni, neanche quelle che le insegne ce le hanno messe da tempo. Certo, è difficile. I progetti rischiano di essere un buco nell’acqua in un contesto simile, dove non c’è neanche una scuola. Non sono forse sostenibili nel lungo periodo, come direbbe il manuale del bravo cooperante. Ma qualcosa bisognerà farlo e Terre des Hommes, organizzazione laica, vuole iniziare proprio dall’ambulatorio medico di suor Marcella, venuto giù col terremoto, per dare un segnale di speranza alla popolazione locale, ai bambini innanzitutto, ma anche agli adulti, come mi ha chiesto il settantenne Jean Michel, mentre giravo la baraccopoli in compagnia del giovane Alexandre, 21 anni, assistente di suor Marcella.

Non sarà facile, ma dobbiamo provarci, mi dico mentre prendo appunti: siamo qui per questo!

Buon risveglio a tutti
paolo

ps.: la giornata è continuata fino ad ora tra riunioni di lavoro (una anche con la Protezione Civile su cui preferisco glissare) e la prima scrittura degli interventi di progetto fatte con Giori, ma negli occhi ancora ora non sono riuscito a togliermi di dosso la miseria di Waaf Jerem

5 parole per un vocabolario: soldi

http://www.terredeshommes.it/terremoto_sumatra.php

Nei primi quattro giorni di questo breve viaggio tra le parole della mia vita professionale ho continuato ad avere un tarlo. Non sapevo quale dovesse essere l’ultima parola. Avrei potuto parlare di Sviluppo, Carità, Aiuto e forse mi sarei trovato ancora più a mio agio con le parole Amore o Vita.

Ho scelto invece di chiudere con Soldi. Una parola considerata inelegante. I soldi: oggetto del desiderio, strumento di realizzazione personale, fonte di disperazione. I soldi comprano. I soldi corrompono. E chissà cosa devono pensarne dei soldi quel Miliardo e 900 milioni di persone che si portano a casa, secondo la Banca Mondiale, non più di 1 dollaro e 25 al mese. Di sicuro di soldi non ne vedono molti.

Ricordo il mio primo viaggio nella martoriata Cambogia, distrutta prima dall’abominio dei Khmer rossi, poi dall’occupazione vietnamita. All’epoca la Cambogia era ed è uno dei paesi più corrotti del mondo, tutto si ottiene con i soldi. Un’autorizzazione. Un passaggio. Collaborazione. Silenzio. Si comprava e si compra il sesso. Come in ogni parte del mondo, ma a prezzi da saldo. E si comprava e si compra la vita.

Avevano iniziato i vietnamiti, poi l’UNTAC, la forza delle nazioni unite creata per favorire la cosiddetta “transizione democratica”. Con tanti dollari a disposizione i militari non trovavano niente di meglio da fare che comprare povere vite innocenti. I soldi degli occidentali erano onnipotenti e l’offerta infinita.

Era il 2001. A Phnom Penh fiorivano i finti centri massaggi dove ragazze sempre più giovani erano costrette a vendere la loro vita. Ma era solo l’inizio. Oggi la Cambogia è una delle mete preferite del turismo sessuale. Allora si affacciava ancora timidamente in questa triste classifica.

Ricordo ancora i visi delle bambine che avevamo letteralmente dovuto “comprare” perché potessero uscire dai bordelli di Phnom Penh. I soldi le avevano rese schiave. Quegli stessi soldi, che tutto potevano, le avevano anche liberate. Certo, il percorso era ancora incerto e irto di difficoltà, ma altri soldi avrebbero permesso loro di tornare a scuola, imparare un lavoro… chissà, forse un giorno sposarsi, avere una famiglia e un mestiere. Intanto, seppure impaurite, le vedevo lì, ancora innocenti, ancora dolcissime nel giocare con le bambine più piccole dei centri.

Soldi. Nel mio lavoro soldi ne ho dovuti cercare molti. E ho visto tante vite private dei soldi e di qualsiasi altro aiuto. Non credo che i soldi facciano la felicità o che siano tutto: mi è capitato di entrare in posti dove avrebbero dovuto regnare povertà, miseria, malattia eppure quello che ci ho trovato è sempre stata una gran voglia di vivere che sprizzava da ogni poro della pelle, che si stampava nei sorrisi e negli sguardi impertinenti di ognuno dei bambini che ho incontrato…

Vita, Amore, Solidarietà, Condivisione, Giustizia, Carità, Competenza, Coraggio… Ognuna di queste parole ho scoperto che aveva e ha un senso e un posto. Ma ho anche imparato che i soldi servono. I soldi che hanno tirato fuori da un bordello tre ragazzine della Cambogia. O quelli con cui ogni giorno cerchiamo di ricostruire luoghi di speranza e protezione per i bambini di strada di Managua, Maputo, Lima, Baghdad e in queste ultime ore a Sumatra, devastata dal terremoto. Perché anche i soldi possono dare forma alle speranze e ai sogni di migliaia di bambini e non finirò mai di ringraziare tutte quelle persone che in questi anni con la loro generosità e i loro soldi hanno cambiato la vita anche di un solo bambino.

Un saluto da Paolo Ferrara e grazie agli amici di Fahereneit.

ps.: si chiude così questa bella esperienza su Radio 3. Dalla settimana prossima torno a parlare di Innovazione e raccolta fondi… ma tutto sommato di fundraising e delle motivazioni che spingono molti di noi a fare questo lavoro credo di aver parlato anche in questa settimana. A presto

Un ringraziamento va anche a Marco Scarpati, che ho risentito al telefono qualche giorno fa: con lui ho fatto il mio primo viaggio sui progetti e a lui devo un grazie perché qualche giorno fa mi ha ricordato che questo lavoro lo si può fare in tanti modi diversi… ma che io preferisco quello che mette sempre al centro le persone, ogni singola persona che si è incontrata lungo il proprio cammino. Grazie Marco

5 parole per un vocabolario: Solidarietà

A me piace accomunare il termine Solidarietà con Simpatia, una parola di origine greca che letteralmente significa “provare emozioni con…” o “patire insieme”.

La simpatia nasce quando i sentimenti o le emozioni di una persona provocano sentimenti simili anche in un’altra, creando uno stato di "sentimento condiviso". Vicino a questa parola ce ne è un’altra, molto bella: l’empatia, ovvero la capacità di percepire i sentimenti di altre persone. Grazie alla simpatia e all’empatia noi possiamo sentirci vicino ad altri esseri umani, sentire il loro disagio e le loro sofferenze e avere voglia di aiutarli. E qui scatta la solidarietà, uno di quei meravigliosi meccanismi che fa andare avanti il mondo.

In Costa d’Avorio, mi è venuta incontro la storia di Yaoulo. 35 anni. Forte. Intelligente. Grande lavoratore. Un incidente gli aveva irrimediabilmente tolto l’uso della mano destra. La sua vita e quella della sua famiglia stavano precipitando verso il baratro. Un giorno Yaoulo, insieme a sua moglie, tentano l’ultima carta. Hanno saputo che grazie all’intervento di Terre des hommes è nata un’associazione di mamme che gestisce un piccolo capitale, frutto di autotassazione, con cui finanziare attività generatrici di reddito.

Yaoulo e sua moglie si rivolgono all’associazione chiedendo un piccolo prestito per aprire un commercio di uova. Le volontarie dell’associazione lo aiutano a compilare un semplice piano finanziario e alla fine, in riunione plenaria, decidono di approvare il prestito. L’attività di Yaoulo oggi va a gonfie vele e il prestito poco alla volta si sta riducendo grazie alla solidarietà di un quartiere che ha imparato a prendere il proprio destino per mano.

La solidarietà accomuna davvero tutti gli uomini e le religioni. Conosciamo l’importanza della carità per il Cristianesimo. Il buddhismo parla d’interdipendenza di tutti gli esseri: fare del bene agli altri è come farlo a se stessi. Per l’Islam il devoto ha l’obbligo della Zakah, una donazione di alimenti per i più poveri pari al 2,5% del suo reddito. Gli ebrei hanno ugualmente l’obbligo della Zedakà, termine che viene dalla parola zedek, che vuol dire giustizia.

Interessante concetto: donare una parte di quanto abbiamo è fare la cosa giusta.

Edmond Kaiser, fondatore di Terre des Hommes, la Terra degli uomini la pensava proprio così quando 50 anni fa, alla nascita del nostro movimento per i diritti dei bambini, scriveva: “Senza pregiudizi politici, religiosi o razziali, Terre des hommes è costituita solamente di esseri umani che lavorano per altri esseri umani e nasce da un atto di giustizia non di condiscendenza

E quando cammini per le bidonville di Abidjan o le strade di Addis Abeba o Managua vi assale proprio un sentimento di profonda ingiustizia per tutti quei bambini costretti a vivere di stenti e senza protezione. Ma so che finché saremo capaci di provare “solidarietà” verso gli altri ciascuno di noi potrà fare sempre qualcosa per i più poveri, i più indifesi. E scopriremo che questo dono può fare anche qualcosa di importante anche per noi stessi, arricchendoci e facendoci ritrovare la nostra stessa umanità.

La parola di domani è Soldi.

Un saluto da Paolo Ferrara, Terre des hommes Italia

Per chi vuole saperne di più:
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm

ps.: grazie a Rossella per il prezioso sostegno.

Stand Up – Take action: i blogger italiani contro la poverta’

http://www.millenniumcampaign.it/mc_08/

2015. E’ questa la data fissata dalle Nazioni Unite per raggiungere alcuni ambizisosi obiettivi:

– eliminare la fame e la povertà
– assicurare l’educazione universale primaria
– promuovere la parità fra i sessi
– ridurre la mortalità infantile
– migliorare la salute delle gestanti
– ridurre l’incidenza dell’AIDS e delle principali malattie pandemiche
– assicurare la sostenibilità ambientale
– lavorare insieme per lo sviluppo umano

Siamo a pochi anni da quella scadenza e alcuni passi importanti sono stati sicuramente fatti. Ma in molti casi siamo ben lontanti dal raggiungere gli obiettivi sperati e, come spesso capita, l’Italia ancora una volta si è distinta per essere ultima tra le nazioni ricche nel suo impegno a favore dei Millenium Development Goals.

Quest’anno però abbiamo una grande possibilità, usando la rete, Internet, il web 2.0, la blogosfera, per dare un segnale forte anche ai nostri politici e ai nostri distratti opinion maker. Possiamo alzarci in piedi, virtualmente oltre che fisicamente, e agire per dire che non ci sono più scuse: la povertà interessa noi tutti e vogliamo che si dia finalmente un calcio alla povertà.

La rete italiana, grazie agli strumenti creati dalla Campagna del Millennio, quest’anno può davvero fare la differenza e mettere in piedi, dal basso, il più grande evento di solidarietà online della storia del nostro paese.

Io ci sarò, con una serie di post, con il banner che da oggi campeggia sulla mia sidebar, con twitter e attraverso il network. Se anche voi volete esserci e fare la differenza ecco come potete fare:

Avete un sito? Pubblicate il logo, i banner o un text link al sito di Stand Up! (qui info)

Avete uno space? Create una pagina ad hoc, lanciate messaggi a favore della campagna (potete usare i bottoni e i banner che trovate sul sito), create un link oppure create un nuovo space dedicato all’edizione 2008 (qui info)

Vi piace il web 2.0? Partecipate attraverso Flickr, Youtube, Facebook, Twitter dove già sono stati creati i canali dello Stand Up Italia, oppure attraverso ognuno dei tanti Social Network a cui partecipate… E dal 17 al 19 ottobre… sommergete la rete con i vostri cinguettii su Twitter (qui info)

Avete un blog? Diventate bloggers contro la povertà. Inserite un bottone o un banner (come ho fatto io) nel vostro blog. Scrivete un post per ricordare l’appuntamento clou di metà ottobre ai vostri lettori. Dal 15 al 19 ottobre partecipate alla maratona contro la povertà: scrivete almeno un post contro la povertà linkando al sito dello stand up italia (qui info)

E poi? Le sorprese non finiscono qui e se siete MSN addicted presto ne vedrete delle belle… E allora? Siete pronti? Stand up, speak up.

Link utili:

kit Stand Up: scaricalo ora!

diventa un capitano dello Stand Up

Scopri gli Obiettivi del Millennio

– Scopri chi c’è dietro la campagna, qui e qui

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