5 ragioni per assumere un Social Media Manager


Innanzitutto mi presento brevemente, sono Giampaolo Pizzighella e sono un appassionato di web, social network e tematiche legate alla comunicazione digitale, da quasi cinque anni lavoro nel settore e da un anno a questa parte mi sono avvicinato al nonprofit trovando nel fundraising la miglior applicazione delle tecniche professionali acquisite.

Ringrazio Paolo per avermi dato l’occasione di scrivere su questo blog e di poter dare il mio contributo su questi temi così affascinanti quali l’innovazione e il fundraising.

Riprendendo un articolo di un paio di mesi fa di Heather Mansfield, autorevole autrice di libri e guide sul nonprofit negli Stati Uniti, è interessante analizzare le ragioni per cui si ritiene indispensabile oggi avere all’interno della propria ONP una figura professionale competente in materia di Social Media e Comunicazione Digitale.

Partiamo dal presupposto che la situazione più frequente nelle organizzazioni in cui lavoriamo è che prima o poi venga proposto a chi si occupa di fundraising o comunicazione una cosa tipo: “Sembra che i social network spopolino, già che sei li occupatene tu, scrivi due post, rispondi agli utenti ed è cosa fatta!” Così alla giornata lavorativa già di per se abbastanza stretta viene aggiunta un’incombenza non da poco, lo stress aumenta e la qualità generale del lavoro ne risente.

Chiamatelo come preferite, Social Media Manager, Social Network Specialist, Community Manager…ma non sottovalutate l’importanza di questa figura, se la vostra organizzazione vuole avere un ruolo da protagonista nell’avvento di queste nuove forme di comunicazione, oggi è indispensabile avvalersi di un professionista dedicato. Ed ecco cinque valide ragioni!

1. Se si vogliono ottenere risultati dai social media è fondamentale investire parecchio tempo

Se le aspettative sono alte sarà necessario avere una presenza su più social network, se ci si accontenta di pochi risultati basta una pagina Facebook, ma in ogni caso dovrete dedicarci parecchio tempo.

I risultati che ogni ONP si aspetta dall’utilizzo dei social solitamente sono:

– incremento del traffico sul proprio sito

– miglior percezione del proprio nome (brand) da parte del pubblico

– aumento delle donazioni

– aumento del numero di volontari

– maggior partecipazione agli eventi

Pensate davvero che per ottenere questi risultati bastino pochi minuti al giorno e poche competenze?  Purtroppo non è così!

2. Un buon Social Media Manager è esperto di comunicazione online e fundraising

Lo so, starete pensando: “…per fortuna ci sono i volontari!”. Può essere, ma valutate attentamente che abbiano queste competenze oltre che mezza giornata da dedicarvi😉

– Esperienza nella creazione di contenuti adatti al web

– Esperienza nei criteri di creazione di e-newsletter

– Capacità di gestione di campagne fundraising online ampie e complesse

– Visione d’insieme della strategia generale della vostra ONP

– Competenze generali in fundraising

Che Facebook, Twitter, Google+, Linkedin e tutti gli altri social network possano davvero generare ROI, rimarrà solo un mito se dietro non ci mettete un professionista preparato. La chiave non sta negli strumenti ma nella risorsa umana impiegata!

 

Se i contenuti sono noiosi, inadatti al vostro pubblico e se non viene stimolato un dialogo intelligente con i vostri utenti il vostro ROI difficilmente sarà positivo!

3. I Social Media non sono gratis!

Si tratta di uno dei preconcetti più difficili da contrastare. Come abbiamo appena visto le variabili in gioco per un utilizzo proficuo dei social sono tempo e competenze, a cui spesso si aggiungono i costi di alcuni strumenti specifici (piattaforme digitali, account professionali) e talvolta investimenti economici pubblicitari.

A meno che non siate particolarmente fortunati da trovare una risorsa che vi metta a disposizione tempo e competenze a titolo di volontariato, è evidente che sia necessario allocare un budget dedicato alla risorsa.

Non dimenticate che se fosse poi necessario investire 50€ per un account professionale (Flickr, Linkedin o altri) si tratta di soldi ben investiti, soprattutto se considerate che anche solo 10 anni fa per accedere a servizi paragonabili avreste dovuto investire qualche migliaio di euro!!

4. Come suona “Direttore della comunicazione del fundraising e social media manager”?

Sembra che una delle principali motivazioni di malcontento dei dipendenti nelle organizzazioni nonprofit sia proprio un’eccessiva frammentazione dei compiti e il mancato riconoscimento dei risultati ottenuti nelle singole attività.

Se si aggiunge che ad ogni nuova attività richiesta difficilmente possa seguire un aumento del compenso, è facile immaginare quanto tutto questo possa logorare nel lungo periodo a scapito della qualità del lavoro.

Il Social Media Manager è un risorsa specifica che necessita di almeno 20 ore settimanali per poter portare risultati concreti, lasciamo ad ognuno il suo compito!

5. Solo i migliori sopravvivranno!

In totale accordo con l’autrice da cui è tratto questo articolo (Heather Mansfield), sono fermamente convinto che il futuro della comunicazione nonprofit sia digitale. Non è più possibile ignorare l’esistenza di un mezzo che coinvolge attivamente quasi metà della popolazione italiana (solo facebook ha 25 milioni di utenti iscritti in Italia) senza considerare i notevoli vantaggi rispetto ad altri mezzi di comunicazione tradizionali.

Le organizzazioni che prima sapranno interpretare il momento di transizione avranno il tempo dalla loro parte. Costruire le proprie community è un processo lento, che impiega anni ed è costruito giorno per giorno. Chi investe ora in questi mezzi un domani occuperà le posizioni migliori e quando i numeri (in costante crescita) della raccolta fondi online diventeranno importanti saranno i primi a beneficiarne!

Pensate anche solo ai donatori di domani, sono quelli che oggi hanno un’età compresa tra i 20-30 anni e passano in media 3-5 ore al giorno online (tra cellulari e pc). Se oggi non vi trovano lì, nei loro luoghi preferiti, non potranno certo prendervi in considerazione domani.

Meditate!

16 pensieri su “5 ragioni per assumere un Social Media Manager

  1. E’ proprio vero! molte organizzazioni non valutano l’importanza di investire nel comunicazione on-line Sono convinti che non sia necessario affidarsi ad un professionista e si appoggiano a chi internamente si offre volontario. Sono anche convinti che il tempo passato a pianificare l’attività su i social network sia “tempo sprecato”.
    Invece bisognerebbe investire e scoprire un territorio che non è poi così sconosciuto ma che offre grandi opportunità di crescita. Magari “i risultati si vedono a lungo termine” ma ha un grande impatto dal punto di vista della reputazione e dell’ identità dell”organizzazione.
    Per fortuna che ci sono persone come noi che credono in questi strumenti. Complimenti il post.

  2. Siamo sicuramente d’accordo! Non riusciremmo di certo a gestire la presenza di Vidas nel web se non avessimo una risorsa che si occupa principalmente di questo! Il progetto web è un progetto in cui crediamo molto, concordiamo che il futuro della comunicazione nonprofit passi (anche) dal digitale, che può aiutare a rendere realtà il rapporto diretto e quotidiano con i sostenitori a vario titolo!

  3. Credo sia l’altra faccia della medaglia di una società che cambia. La faccia più persistente, che non cede al cambiamento. E che, di conseguenza, fatica a riconoscere l’importanza di figure professionali nuove, apparentemente accessorie ma, al contrario, sempre più strategiche. Succedeva alla figura dell’educatore professionale: bastava qualche volontario con passione per gestire la complessità del disagio di minori e disabili, fino a quando la normativa non ha stabilito il contrario. Succede oggi (credo, ma posso sbagliare) alla figura del fundraiser. Succederà – sta già succedendo – al social media manager. Peccato, perché credo anche che non riconoscere le competenze specifiche di un operatore che fino a ieri si è occupato di alcune cose e da oggi potrebbe occuparsi di nuove altre che lo appassionano, sempre a beneficio dell’organizzazione, significhi: a) nuocere alla motivazione dell’operatore stesso, b) rinunciare, da parte dell’onp, ad occasioni di crescita e innovazione, c) non alimentare nuove culture organizzative e professionali utili (necessarie?), prima o poi, a tutto il movimento. Grazie Giampaolo per il post. 

    • Riflessione interessante Andrea, in effetti riguarda un po’ tutte le nuove professioni. Quanto espresso nel punto 4 di questo articolo riassume un po’ quello che affermi riguardo la motivazione dei dipendenti e la rinuncia da parte delle onp ad occasioni di crescita. Il fatto è che il cambiamento fa un po’ paura (soprattutto in Italia?), a maggior ragione quando significa esporsi ulteriormente, mettersi in gioco con i propri donatori. Basterebbe solo farlo con cognizione di causa e con un professionista dedicato.
      Grazie per il tuo commento!

  4. Pur non occupandomi di ONP, non posso che essere totalmente d’accordo con l’autore.
    Aggiungo solo che -a mio parere-, le considerazioni esposte nell’articolo, sono completamente spalmabili anche sulle aziende che invece i profitti li hanno.
    Se i vari communication manager fossero mandati a fare formazione sull’argomento, sono convinto che si renderebbero rapidamente conto che gestire una presenza social a titolo aziendale, non è “passare la giornata comodamente seduti davanti a Facebook” ma molto di più, in termini di conoscenze e competenze, oltre che di organizzazione mentale e senso pratico.

    • Vero Pasquale, provenendo dal mondo profit conosco bene la situazione e non posso che confermare la tua posizione. Forse nel nonprofit la situazione è solo un po’ più marcata. Ad ogni modo credo sia una questione di tempo, per questo…chi prima arriva meglio alloggia!!
      Grazie per il tuo commento.

  5. Caro Giampaolo, non posso che condividere tutto quanto scritto sopra e aggiungere che è altrettanto importante pensare anche alla realizzazione dei contenuti più opportuni perché poi la comunicazione digitale sia veramente efficace. Mi riferisco in particolare al multimedia storytelling, un modo per raccontare la mission di una organizzazione piuttosto che un progetto in particolare. E anche su questo fronte, purtroppo come dice Claudia, si sottovaluta la professionalità di chi è in grado di interpretare ed esprimere questo linguaggio che per forza di cose deve essere sostanzialmente visivo. Quante organizzazioni italiane sono disposte a mettere budget per realizzare questo tipo di contenuti ?

    • Ciao Roberto, lo storytelling penso sia effettivamente uno strumento molto potente nel fundraising, non saprei dire quante organizzazioni lo utilizzino in modo professionale allocando dei budget. Hai avuto esperienza diretta? Grazie per il commento🙂

      • In Italia intendi ? Credo nessuna… Che non siano dei semplici slideshow o dei video. Qualche tempo fa sono stato a N.Y. in visita a http://mediastorm.com – Se parliamo di questi standard ho paura che siamo ancora lontani nel recepire la potenzialità di questo strumento. Purtroppo i miei sforzi nel proporre questo strumento si scontrano con i budget sempre più limitati. La comunicazione spesso è vista come un “costo” più che un investimento e a volte, paradossalmente, slegata dalla raccolta fondi. Ovviamente generalizzo e alcune realtà, soprattutto di matrice anglosassone o comunque più grandi, sono più allineate anche se non vedo questo cambio di marcia che invece contraddistingue le organizzazioni straniere. Una per tutte Charity Water http://www.charitywater.org/projects/fromthefield/index.php

        Grazie a te !

    • Ciao Roberto, ben ritrovato. Intervengo anche io, intanto per lodare (ancora una volta, perché lo avevo già fatto via facebook) l’iniziativa di AISM e il grande impegno che sta mettendo in questi anni sullo sviluppo coerente di una rete “social”; dall’altro per riprendere un tema che abbiamo già affrontato (credo su Linkedin) quello dell’importanza di una “grande narrazione” per le organizzazioni nonprofit. Storytelling sì, dunque, ma coerente con una narrazione complessiva dell’organizzazione che permei non un singolo progetto, ma tutto il lavoro di posizionamento (anche online) dell’organizzazione. Da questo punto di vista il web, e i canali social, possono portare a risultati importanti. La questione però, più che di budget, è di testa: avere organizzazioni capaci di costruirsi la loro “grande narrazione” e di svilupparvi attorno una strategia di comunicazione e raccolta fondi coerente almeno sul medio periodo.
      Graie mille del tuo commento e grazie a Giampaolo per la partenza subito stimolante con cui ha arricchito Fundraising Now!

      • Hai detto bene Paolo. E’ una questione di testa. Ovvero di strategia. Di capire cosa si vuole essere, cosa fare per diventarlo e quindi avere la capacità di sviluppare tutte quelle azioni coordinate perchè si raggiunga l’obiettivo. Al di la’ del budget è vero, è la capacità o meno di sviluppare la propria strategia di comunicazione e quindi di posizionamento. Non basta certo dire… beh, twittiamo un paio di foto, una notizia, un appello e siamo “social”…. Il percorso narrativo si studia a tavolino, lo si elabora immaginando una sorta di sceneggiatura sia per il singolo progetto che per la comunicazione intera in modo da avere un filo rosso da seguire per raggiungere il target di riferimento. Su questo si possono poi innestare le storie, i contenuti fino ad arrivare a scegliere lo strumento narrativo più efficace. E qui entra in gioco la creatività e la professionalità di chi utilizza questi strumenti.
        Ma siamo sempre noi tre a parlarne ?! E’ bello darci ragione a vicenda ma effettivamente cosa si può fare per cercare di cambiare le cose ? Basta guardare cosa fanno fuori dal nostro paese per sognare ?

  6. Sono stato molto contento di aver trovato questo sito. Voglio dire grazie per il vostro tempo per questa lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gi salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

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