Profit e non-profit: ma quale innovazione?


Il 26 giugno sono stato invitato a partecipare all’incontro organizzato da ASSIF, Associazione Italiana Fundraiser, sul tema:  “Due Mondi, un futuro. Il mondo non profit incontra quello dell’impresa” (http://www.assif.it/index.php/component/k2/item/227-26-giugno-due-mondi-un-futuro-il-mondo-non-profit-incontra-quello-dellimpresa). Condivido le note che avevo preparato sul mio intervento… Ovviamente per questioni di tempo molte le ho omesse e ne ho dette altre stimolate dal dibattito in corso… Ma il succo era questo.  Fatemi sapere cosa ne pensate.

Dal 2007 ho aperto un blog per parlare di raccolta fondi e innovazione…

erano anni in cui:

– si parlava molto di fundraising online, ma in pochi lo praticavano

– si parlava moltissimo di direct mailig, ma solo alcuni grandi nomi e alcune onp religiose lo praticavano

– si parlava molto di cause related marketing, ma in pochi lo facevano

– si iniziava a parlare di impresa sociale, di partnership profit/non-profit, di professionalizzazione del non-profit…

– si parlava poco di innovazione…

– non si parlava quasi per nulla di cultura del dono… E ora dove siamo?

Ora l’innovazione sembra essere ovunque…

– non c’è piccola onp locale che non provi a ragionare di impresa sociale o vi sia indotta… E grandi fondazioni hanno preso decise questa strada… Attività meritoria, ma sarebbe utile che qualcuno  riesca a spiegarci come si fa a far stare in piedi un modello di micro-imprese sociali, parcellizzate come il modello di piccole e micro imprese italiane. Imprese incapaci di fare ricerca, di fare innovazione di prodotto o di processo, di investire nelle risorse umane attraverso la formazione e attraverso stipendi adeguati;

– non c’è onp che non parli del suo modello di servizio come di un modello innovativo: però tutte si buttano più o meno sulle stesse cose e ci sono interi settori strategici ancora mal presidiati. E le aziende purtroppo seguono a  ruota, incapaci a loro volta di selezionare i bisogni e di intervenire all’interno di un quadro strategico definito, di prospettive di medio o lungo periodo, della ricerca di modelli o aree innovative o anche solo (come è venuto fuori da una recente ricerca della Bocconi) incapaci di non confondere un solido posizionamento strategico da tattiche di mera pubblicità;

– non c’è onp che non parli di aziendalismo, salvo pagare solo a percentuale, chiedere tutto gratis, continuare a sperare nel miracolo della raccolta fondi, non avere alcun tipo di pianificazione in quasi nessun dipartimento… E questa purtroppo è una realtà che sempre più spesso mi trovo davanti incontrando decine di studenti nei corsi che tengo durante l’anno. E le aziende? Spesso continuano a premiare modelli di fatto volontaristici e con scarsa competenza manageriale… Salvo poi lamentarsi del nonprofit, delle sue scarse competenze professionali e pensare che possono fare tranquillamente da sole (lo dicono tra l’altro anche quelle inglesi);

– non c’è onp che non parli della sua raccolta fondi come innovativa: da chi vende pubblicità, a chi apre negozi (shop, scusate) a chi collabora con le aziende secondo un modello Win Win… Dove però stranamente alla onp se va bene tornano a casa 5000 euro e l’azienda si svuota magazzini e coscienza e fa un po’ di pr disintermendiando agenzie e dipendenti. Come dire: spesso partecipiamo come organizzazioni non-profit a un enorme dumping che impoverisce l’intero sistema italiano, oltre che le nostre stesse cause sociali;

– non c’è fondazione che non dica “noi vogliamo essere partner, non sponsor”, salvo poi in molti casi decidere lei il cosa e il come…
Dimenticavo… di cultura del dono… Non solo se ne parla poco… Ma quando se ne parla se ne parla per denigrarla… Il dono è vecchio, è superato, è inefficiente, inefficace…

Ora, tutto questo preferirei non chiamarlo innovazione. Spesso, al di là della patina di nuovismo, profuma di vecchia carità, di retroguardia, di  incapacità di rinnovarsi della classe dirigente del non-profit (e del profit), di improvvisazione o di scarsa conoscenza del settore e dei temi di cui il nostro settore (che non mi piace chiamare terzo) si occupa.

Ora, visto che mi si chiede di parlare di partnership tra profit e non-profit e di innovazione vorrei individuare alcuni punti positivi su cui credo dovremmo e potremmo incontrarci.

LA CULTURA DEL DONO

Non amo le citazioni e non le raccolgo, di solito, ma da comunicatore e da indefesso cultore dell’innovazione, a monito perenne della finitezza e al tempo stesso della grandezza dell’essere umano, tengo sempre presente il motto di un genio come Antoni Gaudì: l’originalità è tornare alle origini. Guardiamoci attorno, come Gaudì faceva con le infinite forme della natura, guardiamo ai rapporti tra le persone, ai loro bisogni, alle relazioni e rendiamoci conto che non ci può essere innovazione sociale se non ripartiamo dalla cultura del dono: tempo, competenze, denaro, non c’è cultura o religione che non abbia ragionato, filosofeggiato o addirittura leggiferato sul dono. Se non ripartiamo da qui perdiamo di vista le ragioni profonde e antropologiche che stanno dietro il non-profit, ma anche dietro il bisogno di innovazione dell’uomo che è, sempre e comunque, un tentativo di imitazione del bello, del perfetto, del misterioso… o del divino, per chi ci crede.

Oggi comunque manca in Italia una vera attenzione alla cultura del dono, che poi è anche cultura della “responsabilità” nel senso più pieno del termine: responsabilità verso la propria comunità e verso quella comunità allargata che è il mondo globalizzato; responsabilità individuale, ma anche responsabilità collettiva.

Ogni citazione di altri modelli, senza partire da qui, rimarrà sterile e ogni innovazione senza fondamento o semplicemente strumentale.

IL RITORNO SULL’INVESTIMENTO SOCIALE

Vengo considerato un esperto di fundraising online e vengo spesso chiamato a commentare il successo di un’organizzazione americana, Charity Water, che in questi anni ha raccolto milioni di dollari online. In genere mi smarco e la cito il meno possibile, non tanto perché non ne sia anche io entusiasta, ma perché credo che il successo di questa organizzazione stia soprattutto al di fuori dei singoli strumenti o canali. Sta in quello che loro definiscono modello 100%. Ogni singolo centesimo raccolto dal grande pubblico finisce ai progetti, questo perché un gruppo di grandi donatori e di aziende sostiene la struttura:

– i migliori professionisti

– una sede funzionale e moderna

– investimenti in comunicazione e raccolta fondi

– ricerca e sviluppo

Tutto questo riposa su un patto: investi nella mia organizzazione e io mi impegno a raggiungere risultati sempre più ambiziosi in termini di:

– numero di beneficiari

– qualità del servizio erogato

– innovazione nell’erogazione del servizio

– sostenibilità

– efficienza della struttura di governance

– visibilità

Se raggiungo i risultati previsti dal business plan tu investitore sociale torni a donare… Se sbaglio, se perdo la mia credibilità sul mercato delle grandi donazioni (dei capitali!) il gioco finisce. Semplice no? È quello che succede sul mercato dei capitali: la differenza sta nel fatto che qui viene preservata la cultura del dono come fondamento di un modello di impatto ed efficiente il cui ROI diventa un ROSI (Return on Social Investment) e non si misura in dividendi, ma in impatto sulla comunità.

Questo significa lavorare secondo logiche aziendali e di impresa (senza metterci  ad aprire per forza  negozietti o cooperative di produzione), significa stare sul mercato, significa uscire dalla logica che sta uccidendo la creatività e l’efficienza del terzo settore italiano del finanziamento sul progetto, sull’hardware e mai su quel grande patrimonio che sono le persone, le loro competenze e il loro entusiasmo, il software vitale dell’innovazione sociale, in Italia e nel mondo.

IL PATTO TRA IMPRESE

Questo mi porta a definire un terzo punto, quello del patto tra imprese, profit e non-profit.

Se siamo partner, se siamo imprese, pur con tutte le nostre specificità, facciamo un patto di sistema volto a modernizzare questo paese e a:

– creare valore condiviso per tutti i soggetti coinvolti e per la comunità;

– uscire dalla logica del progetto fine a se stesso per ragionare secondo una logica di impatto e di programmazione;

– premiare le eccellenze, favorendo la crescita delle professionalità, la condivisione delle conoscenze, la sperimentazione, la ricerca e l’innovazione reale di processo, di servizio e di prodotto;

– incentivare la specializzazione da un lato e la crescita dimensionale dall’altra: usciamo dal piccolo e micro per entrare nella dimensione del medio, quanto meno;

– fare lobby sulle istituzioni per leggi che incentivino davvero la partecipazione delle imprese e dei loro dipendenti alle cause sociali: oggi il welfare italiano riposa sulla nostra capacità di rispondere ai bisogni ed è ora che questo peso (che ha una sua evidenza anche sul Pil) ci venga riconosciuto e venga di conseguenza riconosciuto alle partnership tra aziende profit e nonprofit;

– incentivare e pagare un sistema di trasparenza dei bilanci (charity navigator) veramente indipentente.

E IL NONPROFIT?

Mi si dirà, ma qui sembra quasi che le responsabilità siano quasi tutte del mondo delle imprese… No, non lo sono, però è anche troppo facile continuare ad addossarle tutte sul non-profit senza vedere quanto il settore è cambiato, quante nuove professionalità ha acquisito e quanto poco il mondo dell’impresa ci abbia messo per capirlo e studiarlo (risorse umane comprese).

Ma il non-profit cosa dovrebbe fare? Provo a fare un piccolo, e non esaustivo elenco

– uscire dalla frammentazione e fare rete;

– chiedere leggi che semplifichino il settore, riducano il numero dei beneficiari degli incentivi fiscali e permettano la crescita dimensionale e professionale, permettendo anche al nostro settore di investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere leggi che disciplinino il mercato, impedendo l’abuso di posizioni dominanti, specie nel rapporto con le istituzioni;

– dotarsi di governance all’altezza delle nuove sfide, professionali, preparate, formate

– chiedere regole di trasparenza più nette, che lasciando da parte le percentuali stabiliscano, per esempio, l’obbligo di rendere pubblici gli stipendi, le parentele nella governance, gli organigrammi, i bilanci secondo modelli semplificiati e chiaramente comprensibili al grande pubblico e agli investitori sociali;

– autodisciplinare la propria comunicazione commerciale secondo quelle stesse regole che il mondo delle aziende si è dato;

– investire in ricerca e sviluppo;

– chiedere un reale supporto allo sviluppo del settore anche facendo lobby, in maniera trasparente e professionale.

E qui chiudo, contento che Assif abbia accolto la mia richiesta di organizzare un incontro sulla lobby e che Pablo Turrini (che ringrazio per la cortesia con cui mi ha risposto) abbia deciso di venire a raccontarci cosa è e come si fa lobby nel terzo settore.  Ne avevamo davvero bisogno!

Un caro saluto a tutti.

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