Raccolta fondi al quadrato: Obama, il mobile fundraising e l’Italia


La notizia è di quelle ghiotte per il mondo del fundraising. La campagna elettorale di Barack Obama si è dotata di una nuova arma per raccogliere donazioni e gestirne il processo sottoscrivendo un accordo con Square, società che ha sviluppato un hardware e delle applicazioni per gestire transazioni attraverso il cellulare (sia per Android che per  Apple).

Qui il video su come funziona:

Come funziona Square

 

Nei prossimi giorni un esercito di volontari, fundraiser, attivisti, organizzatori, si muoveranno per gli Stati Uniti dotati di cellulari strisciando carte di credito e processando donazioni. Una rivoluzione che non solo stimolerà sempre più donazioni e probabilmente donazioni medie più alte, ma che permetterà anche di organizzare in maniera sempre più efficiente il processo di inserimento dati e fidelizzazione, che prima doveva necessariamente passare dallo scambio di tonnellate di carta. Anche per Square, che nei suoi primi 2 anni di vita era riuscita a raggiungere 1 milione di esercenti in tutti gli States, si tratta di una vera e propria rivoluzione che probabilmente imporrà la Start-up fondata da Jack Dorsey (uno dei co-fondatori di Twitter) come uno dei fornitori di servizio più importanti per gli esercenti americani. Profezia scontata, visto che oltre all’”esercente in capo” (come è stato definito Obama da uno degli articolisti americani) anche Romney ha annunciato che sta per stringere un accordo con Square.

Cari fundraiser e cari lettori, immaginate che rivoluzione sarebbe anche per il nostro mondo se dialogatori, volontari, community fundraiser, parrocchie potessero avere a disposizione un simile strumento!

Già… ma il caso della collaborazione fra Square e la campagna elettorale di Obama è anche l’occasione per tornare su alcuni punti che non finirò mai di sottolineare su questo blog e altrove: punti che oggi come oggi ci allontanano da qualsiasi possibilità di avere qualcosa di simile a Square e alla raccolta fondi di Obama in Italia.

Quando parliamo di innovazione, la tecnologia di per sé non è sufficiente per operare delle significative discontinuità nel modo in cui siamo abituati a lavorare. Sarebbe un’illusione crederlo, ma l’esperienza di questi anni mi fa pensare che in molti da domani correranno dietro questa illusione, magari chiedendo a noi delle organizzazioni non-profit di testare e fare pubblicità ai loro prodotti o alle loro piattaforma.

Ma non funziona così. E non esistono scorciatoie. Per portare una tecnologia alla sua maturità c’è bisogno che questa diventi d’uso comune, che ne venga percepita l’utilità nella vita di tutti i giorni e che questa utilità sia reale (anche in rapporto ad altre tecnologie esistenti) e, a volte, che ci sia un momento detonante che la faccia esplodere.

Prendete come esempio le piattaforme di Personal Fundraising (o peer to peer). Sono diventate di uso comune negli Stati Uniti grazie ad emergenze come Katrina, 11 settembre e tsunami: erano lì, pronte per l’uso, costavano relativamente poco, raggiungevano già molte persone grazie a una solida pianificazione marketing, a investimenti cospicui e al coinvolgimento di testimonial, ed erano il modo più veloce e comodo per rispondere a un bisogno immediato: donando, ma anche attivandosi per coinvolgere altri amici in quest’atto di donazione. Il raggiungimento rapido di una massa critica di utenti da parte di piattaforme come Network for Good (o Justgiving in UK) è stato poi il volano per il miglioramento del servizio e per la sua attrattività per donatori e organizzazioni da un lato, per la diffusione di nuove piattaforme dall’altro. In tutto questo, paradossalmente, la tecnologia in sé per sé è un aspetto quasi secondario, come del resto i concorrenti di Apple sanno benissimo.

A costo di essere ripetitivo, c’è una differenza di fondo che mi pare in pochi vogliano cogliere nei tentativi di emulazione italiana: c’è una soglia critica sotto la quale l’innovazione tecnologica è di maniera. A meno che non si riesca a “industrializzarla”, a trasformarla in un bene “desiderabile” o “necessario” o comunque “quotidiano”, a farne percepire il valore d’uso, la differenza rispetto ad altre tecnologie e a caricarla di valori e caratteristiche che la rendono anche interessante… anche la più bella idea non andrà mai da nessuna parte. Sia chiaro: tutto questo ha bisogno di soldi, e spesso molti, perché richiede investimenti promozionali, aggiornamenti costanti alla piattaforma tecnologica, professionisti all’altezza e tutto quello che, non a caso, negli Usa prevede un forte ricorso ai fondi di investimento e a incubatori d’impresa (senza i quali avremmo già dimenticato Google, Youtube, Facebook e molti altri). Oltre che una cultura diffusa di apertura all’innovazione.

Tutte le volte che ho provato a farlo capire a chi voleva coinvolgermi nella sua piattaforma di Personal Fundraising (termine che ho introdotto in Italia nel 2007) in genere è successo che: il progetto, che avevano ovviamente già completato, non è cambiato neanche di una virgola; non sono stato più ricontattato. I progetti in questione, non sto a raccontarvelo, sono quasi sempre morti o lasciati ad appassire

Ora torniamo al caso di Square: qui non stiamo parlando di gente che si è inventata un’idea a basso costo sperando che prima o poi con il passaparola si imponesse. Dietro c’è un hardware innovativo che ha le stesse caratteristiche di praticità ed eleganza dei prodotti Apple (ed è gratuito); una campagna promozionale abbastanza ben costruita; una rete commerciale che è riuscita a raggiungere 1 milione di esercenti; un applicativo anch’esso molto elegante che si interfaccia con il sistema di carte di credito e con i gestionali degli esercenti e gira sia su Android (leader di mercato negli Usa) sia su Apple; ci sono commissioni non particolarmente elevate (inferiori al 3%), ecc. ecc. Mancava qualcosa di detonante che imponesse un’innovazione dal valore chiaramente percepibile come qualcosa di normale nella vita quotidiana delle persone, esaltandone i vantaggi rispetto ad altri strumenti. Ed è qui che è arrivato Obama (e sicuramente è stato cercato e probabilmente ne è stata finanziata la campagna) e le sue migliaia di attivisti che raccoglieranno da milioni di donatori contributi attraverso Square… E il gioco sarà probabilmente fatto, anticipando di forse 3 o 4 anni la diffusione di massa di questa tecnologia… E l’aspetto interessante è che, come è accaduto per il crowdfunding, anche in questo caso sarà stato il fundraising a veicolare il cambiamento.

E ora, di nuovo in Italia: di progetti, come dicevo, in questi anni ne ho visti nascere moltissimi e me ne hanno mostrati moltissimi altri che non hanno mai visto la luce. Ma mai, dico mai, anche quando dietro c’erano grandi banche o multinazionali ho visto una tale consapevolezza delle ragioni che stanno dietro a un successo o alla diffusione di una tecnologia. Mai ho visto un piano di comunicazione. Mai un piano commerciale. Mai l’idea che il fundraising potesse essere una testa di ponte per l’introduzione di servizi innovativi a valore aggiunto. Mai un ragionamento sensato sulle criticità di mercato o su eventuali strumenti concorrenti (in Italia, lo ripeterò fino alla sfinimento, gli SMS solidali stanno minando lo sviluppo delle donazioni online e bloccando l’innovazione). Mai, o quasi mai, un investimento che andasse oltre qualche ora/lavoro di uno sviluppatore.

Ecco perché credo che una raccolta fondi “al quadrato” come quella di Obama, così come il successo delle varie piattaforme di donazione online, siano ancora distanti per il nostro mondo, a meno che… A meno che questa non sia l’occasione per studiare seriamente i modelli di successo (e i fallimenti) e magari provare a usare la loro storia come una modesta check list da seguire prima di buttarsi nell’ennesima idea del secolo… all’italiana.

AAA: Imprenditori profit e sociali all’altezza cercasi!

2 pensieri su “Raccolta fondi al quadrato: Obama, il mobile fundraising e l’Italia

  1. ciao Paolo, sintesi della situazione fantastica.
    e posso testimoniartelo avendoci messo mani, tempo e sudore per portare alla luce, insieme agli amici di Vodafone, ricaricairc, un sistema di donazione ricorsivo automatico attraverso il telefonino, proprio per provare a ingaggiare in una relazione vera- e innovativa nelle modalità – un donatore intorpidito dalla massa di sms.
    diciamo, per tantissimi motivi, alcuni dei quali citi giustamente, che le case history di successo sono un’altra cosa: rimane la soddisfazione di averci provato e di essere riusciti a proporre qualcosa di nuovo.In un panorama italiano ancora oggi abbastanza desolante.
    se posso dare il mio contributo al dibattito, sono qui.
    ciao.
    Andrea.

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