Diario di Paolo da Haiti: due stampelle che cambiano una vita


Haiti, 28 gennaio 2010

Oggi le zanzare di Port au Prince dovranno accontentarsi della metà del mio sangue. Sveglia alle 4.30 del mattino, dopo 4 ore di sonno, doccia veloce e via.

Oggi io, Andrea (il collega italo-svizzero logista della nostra missione) andremo a Les Cayes. Ci accompagnano Andrea Nicastro, reporter di vaglia del Corriere della Sera e una troupe di Rai 2.

Sono 4 ore e mezza ad andare e altrettannte a tornare, lungo quella che in questi giorni è stata la via degli sfollati.

Nella Port au Prince ancora al buio si succedono le macerie, dal Palazzo Presidenziale fino a Carrefour, piccolo centro al confine della capitale. Ingolfano le strade le case crollate, le condotte dell’acqua esplose sotto la pressione del terremoto, i cumuli di terra accumulati in questi giorni di lenta, lentissima pulizia della città.

Dopo PaP, Carrefour, Leogane, Grande Goave, Petite Goave, uno via l’altro i centri più colpiti, non luoghi dove fino all’80% delle case è stato spazzato via e dove iniziano a organizzarsi i primi campi, molti spontanei, alcuni, finalmente, attrezzati dalle molte organizzazioni che si sono subito attivate, anche se le tende sono ancora poche, troppo poche, per soddisfare i bisogni di tutti.

Ci vogliono più di 2 ore, cento km circa, per allontanarci dalla devastazione e riprendere il percorso lungo la stada di questa spoglia isola dei caraibi.

Viene tristezza a quanta bellezza sia stata consumata. Guardi le spiagge, le isolette che istoriano il paesaggio, gli sprazzi di vegetazione lussureggiante e immagini l’eden. Attorno invece è tutto brullo, abbandonato, spesso sporco. Mi sembra che non ci sia povertà maggiore, disperazione maggiore di quella di chi ha rinunciato alla sua bellezza, ma so che di fronte a tanto urlante dolore questa è solo retorica. Ora bisogna salvare delle vite e non c’è spazio per la filosofia, l’estetica o per le polemiche che pure sento arrivare dall’Italia.

Raggiungiamo Les Cayes che sono passate da un po’ le 10.

Qui, nella capitale del distretto Sud del paese, sembra si siano riversate oltre 65.000 persone. E’ un calcolo fatto a spanne, intervistando ogni giorno per 2/3 ore chiunque entri nella città e moltiplicandolo per le ore utili della giornata e i giorni trascorsi dal terremoto. Ma non è un numero irrealistico.

Qui si è riversato soprattutto chi aveva familiari o parenti lontani. Per questo non ci sono tendopoli a Les Cayes, ma non per questo non ci sono tensioni.

Con uno dei nostri operatori di comunità abbiamo incontrato 5 famiglie con sfollati. Quello che emerge nei loro racconti è sempre la paura, a volte il terrore, la mancanza di qualsiasi idea del proprio futuro. Ma si respira anche la tensione. Lì dove c’erano 7 persone in una o 2 stanze, ora ce ne stanno fino a 10/11, senza servizi igienici, con un piccolo pozzo all’esterno.

Molti di questi devono pagare un affitto, ma per quanto tempo potranno farlo se non ricominceranno a lavorare? E per quanto potranno essere accettati se non saranno in grado di portare un sia pur piccolo contributo a queste famiglie poverissime?

Oggi, in mancanza di un piano di accoglienza degli sfollati le incognite sono molte e le possibilità che l’intera vita dell’isola venga sconvolta anche da questa migrazione biblica, fin nelle sue fondamenta sociali, mettono paura per il futuro.

Les Cayes è il posto dove Terre des Hommes è presente da oltre 20 anni. Qui personaggi come Michel Roulet hanno lavorato a lungo per migliorare le condizioni di vita di migliaia di donne e bambini con meno di 5 anni, cambiandone le abitudini alimentari e igieniche; insegnado loro la virtù della profilassi e di un consulto medico in gravidanza; avvicinandole alle vaccinazioni e, quando necessario, integrando nella dieta dei bambini supporti alimentari come il Plumpy’nut.

Qui a Les Cayes il nostro team infermieristico, la nostra psicologa e gli operatori di salute, coordinati dalla splendida Eleonore Chiossone, responsabile di progetto purtroppo avvezza ai campi di Sudan,Afghanistan e Kenya, sin dalle prime ore hanno organizzato l’accoglienza dei malati, la distribuzione tra i casi più gravi, quelli da operare presso l’ospedale pubblico, e i feriti meno gravi, portati alla clinica Brenda, dove abbiamo allestito due grandi tende da campo oltre a organizzare le cure.

Siamo qui per vedere il lavoro svolto dai miei colleghi, 59 persone di cui 5 espatriati, ma anche per consegnare le prime stampelle e deambulatori. Ed è qui che incontro Klossome.

Klossome ha 28 anni e le sue belle gambe sono deturpate dall’amputazione di metà piede, regalo offertole dal terremoto nella sua casa di Port au Prince. E’ arrivata qui 3 giorni dopo il terremoto, con il piede ormai infettato, perchè qui aveva la mamma. C’è venuta dopo aver perso i sensi e grazie all’aiuto dei vicini che l’hanno salvata da morte quasi certa. Soprattutto, è venuta qui convinta di aver perso anche i figli, sepolti sotto le macerie della casa.

Fortunatamente a Les Cayes sono riusciti a intervenire e a fermare l’infezione, ma ormai il piede era perso. Non i figli però. E Klossome ha un attimo di emozione quando i 2 bambini, che l’hanno raggiunta dopo più di 10 giorni le si avvicinano: lì ha ritrovati un vicino dopo qualche ora, ma ci sono voluti 5 giorni finché, ripristinati almeno in parte i collegamenti telefonici, Klossome ha scoperto che erano vivi.

la loro voce, insieme alla presenza della sua mamma e alla tenerezza delle nostre operatrice sono state per giorni la sua unica ancora di salvezza.

Klossome è la prima paziente curata da Terre des Hommes a ricevere delle stampelle. Dovrà abituarcisi, dopo tutto questo tempo stesa su un materassino, e mentre prova ad appoggiarvisi il dolore è fittissimo, atroce… Ma nei prossimi giorni, con un po’ di sforzo, ci si abituerà e finalmente potrà tornare a muoversi, a camminare. Un piccolo, ma prezioso barlume di speranza in tanta disperazione.

Cara Klossome, è tempo di andare, ma a te e agli altri: promettiamo di non lasciarvi da soli!

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