Diario di viaggio di Paolo, da Haiti: nell’inferno di Waaf Jeremy


Hotel Coconut, Port au Prince, 24.00 ora locale.

Tende, tende, tende. Dietro ogni discesa, in ogni cortile, di fronte a ogni ufficio pubblico, Port au Prince oggi è la città delle tende, degli accampamenti provvisori, piccoli presidi di umanità ognuno con le proprie storie, le proprie regole i propri umori.

Oggi, mentre Giori lavorava sui progetti, io e Andrea siamo andati a raccogliere dati sul territorio. Dati e storie. Perché dietro ogni numero ci sono sempre Jaqueline, Tinoun, Alexandre e ognuno degli altri 2 milioni di abitanti la cui vita è stata sobbalzata violentemente e poi ributtata nel fondo di un baratro dalla durezza del terremoto.

Sono andato a incontrarli nelle tendopoli, fiori di speranza e socialità che spuntano nella miseria più triste. Passando tra funi stese e teli di plastica, lenzuole colorate e tende da campeggio nel cuore di città improvvisate che hanno subito preso la vitalià di un suq, di un mercato all’aperto, di un universo comunitario dove le vite di ognuno sono buttate lì, senza pudore, in mezzo a quelle degli altri.

Nelle tendopoli (ma questo, sia chiaro, è spesso un eufemismo) si commercia, si cucina, si gioca, si dorme, si parla, ci si pettina e si tagliano i capelli, ci si corteggia, si discute.Finché non arriva “le blanc”che nel mio caso si riferiva non solo al colore della pelle, ma anche ai capelli presto incanutiti che i bambini si divertivano a toccare, incuriositi dal loro colore. La vita, come sempre, a qualsiasi latidudine, riconquista sempre i suoi spazi, anche dopo una grande tragedia.E le tendopoli di Port au Prince ne sono un esempio.

A Petion Ville, quartiere antico di Port au Prince, davanti all’Hotel de la Ville, il municipio assaltato “compostamente” da più di 400 persone in cerca di cibo, sorge una di queste tendopoli. Dentro ci incontro Roland, un cinquantenne che ha perso una mano che mi dice che non se ne andrà mai da PaP perché solo qui i suoi figli hanno una speranza di poter studiare, lavorare, costruirsi un futuro migliore del suo. E Francoise, che mi dice che sarebbe anche scappata, ma vuole stare vicina alla sua casa, per paura che qualcuno le porti via non solo i pochi oggetti accumulati, ma la stessa proprietà della casa. Soprattutto, ci incontro i bambini. Una gioiosa ondata, che mi sorride, si avvicina a toccarmi, mi circonda, mi mostra ai parenti. Bimbi che giocano con la ruota, con un pallone di stracci, con una bacinella per i panni.

Abbassandomi tra le funi e i teli vengo invitato a sedermi in diverse di queste case improvvisate: mi raccontano di sé, di quello che hanno perso, ma mi chiedono anche di me, di cosa faccio, del perché sono lì. La comunicazione non è sempre facile: io non capisco il creolo e spesso fatico anche con il francese improvvisato di qualcuno. Loro non capiscono il mio francese spesso impreciso ed europeo… ma alla fine ci si intende, si sorride, ci si abbraccia e capita anche di “parlare” di calcio anche se a dominare è lo spettro della fame, quello che la maggior parte ha come compagno giornaliero, in molti casi anche prima del terremoto.

Scendendo da Petion Ville però si incontrano tendopoli di ogni tipo: ce ne sono di disordinate e improvvisate, ma ce ne sono anche di perfettamente ordinate, posti in cui può capitare di vedere file chilometriche e “all’inglese” sotto un sole cocente per una razione di riso e fagioli.

Attorno, come quinte lugubri, le abitazioni crollate, sacche di polvere e cemento sgretolato che spesso nascondono ancora cadaveri, ma che dopo il lavoro di pulizia fatto negli ultimi giorni quantomeno oggi possono rappresentare l’ipotesi di una ricostruzione invece che quella dell’impotenza di fronte alla natura.

Intanto il viaggio prosegue. Abbiamo appuntamento con Suor Marcella presso il centro di Padre Giuseppe, ma la città è bloccata. Il traffico è impazzito di fronte all’ingente mole di mezzi speciali, camion, cortei (oggi in particolare quello funebre dell’arcivescovo ucciso dal terremoto) e strade dissestate e per fare il traggitto che di solito richiederebbe mezz’ora ci mettiamo 2 ore, sotto un sole cocente in una macchina che per risparmiare non ha neanche l’aria condizionata.

Arriviamo alle 13, il tempo veloce di una zuppa dai componenti ancora “misteriosi” offertaci da padre Giuseppe ed è ora di ripartire.

Con suor Marcella vediamo un’altra faccia ancora della città. Quella delle baraccopoli più povere, quelle che costeggiano il fiume (in secca in questa stagione) che non sono crollate, semplicemente perché sono così eteree nelle loro strutture che l’ipotesi del crollo non appartiene neanche alla loro “natura”. Posti dove, ci racconta Suor Marcella, da sempre si vive di nulla. Dove non c’è lavoro, non c’è scuola, non c’è cibo e in cui il terremoto, in fondo, non ha cambiato né cambierà nulla, se non forse una luce che speriamo su questo paese non si spenga troppo velocemente.

Haiti qui diventa simbolo: un posto che ha una povertà superiore a quella di molti paesi africani, ma che non è Africa. Ma neanche America Latina, perché non ci si riconosce e nessuno ne riconosce l’appartenenza. Un posto che non ha lingua, non più il francese, non ancora l’inglese-americano, ma solo il suo creolo costruito giorno dopo giorno.

E poi arriva Waaf Jeremy, il posto dove operava suor Marcella, prima di essere mandata a lavorare in Repubblica Dominicana per combattere il traffico a fini sessuali dei bambini haitiani e la piaga dei Restavek, i bambini venduti come schiavi domestici che, secondo alcune stime, sarebbero decine di migliaia ad Haiti.

A Waaf Jeremy, baraccopoli di Port au Prince etichettata con il codice Rosso, un posto dove neanche i soldati dell’Onu entrano, il terremoto c’è ogni giorno. 70.000 persone censite. Probabilmente 200/250.000 realmente abitanti. Stretti vicoli di lamiere, e ancora lamiere, dove la fanno da padrone le bande, ma anche tubercolosi, aids e fame, acuta, quotidiana,mortale che colpisce con forme severe di denutrizione il 60% e porta alla morte tra i 10 e il 15% della popolazione. Qui, a parte suor Marcella, non si vedono altre organizzazioni, neanche quelle che le insegne ce le hanno messe da tempo. Certo, è difficile. I progetti rischiano di essere un buco nell’acqua in un contesto simile, dove non c’è neanche una scuola. Non sono forse sostenibili nel lungo periodo, come direbbe il manuale del bravo cooperante. Ma qualcosa bisognerà farlo e Terre des Hommes, organizzazione laica, vuole iniziare proprio dall’ambulatorio medico di suor Marcella, venuto giù col terremoto, per dare un segnale di speranza alla popolazione locale, ai bambini innanzitutto, ma anche agli adulti, come mi ha chiesto il settantenne Jean Michel, mentre giravo la baraccopoli in compagnia del giovane Alexandre, 21 anni, assistente di suor Marcella.

Non sarà facile, ma dobbiamo provarci, mi dico mentre prendo appunti: siamo qui per questo!

Buon risveglio a tutti
paolo

ps.: la giornata è continuata fino ad ora tra riunioni di lavoro (una anche con la Protezione Civile su cui preferisco glissare) e la prima scrittura degli interventi di progetto fatte con Giori, ma negli occhi ancora ora non sono riuscito a togliermi di dosso la miseria di Waaf Jerem

2 pensieri su “Diario di viaggio di Paolo, da Haiti: nell’inferno di Waaf Jeremy

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