Io non do un euro per il terremoto! O forse sì.


Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo. So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede. Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste. Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.

Iniziava così, solo una settimana fa, la storia di uno dei più straordinari successi di Facebook, quella della rapidissima diffusione della nota scritta da Giacomo Di Girolamo da Marsala (qui il gruppo creato a supporto del pezzo).

Come tanti anche io ho commentato e diffuso. Come tanti anche io ne ho parlato fuori dalla rete e ho divorato gli articoli e le interviste che ne hanno parlato. Ma…

Ma io sono un fundraiser. Io lavoro ogni giorno con volontari, collaboratori e professionisti del nonprofit. Mi incazzo per le cose che non funzionano, per chi lavora senza entusiasmo, per le comunicazioni false e strumentali, per l’uso a volte indecente delle risorse che mi capita di vedere nel settore e per la proliferazione di enti nonprofit con cause troppo simili e progetti fotocopia. E mi inorgoglisco per quello che di buono riusciamo a fare, per la passione che ci mettono tutti quelli (ancora troppo pochi) che offrono  tempo, denaro e/o competenze, per l’entusiasmo e la voglia delle tantissime persone che ho conosciuto in questi anni. Per il sorriso e lo spirito di condivisione che ho sperimentato ogni volta che sono stato sul campo, insieme ai nostri beneficiari.

Io sono un fundraiser. E come molti di quelli che fanno questo lavoro in Italia affronto ogni giorno lo scetticismo e la diffidenza, il pregiudizio o il cinismo di quel 50-60% (quasi un record tra i paesi occidentali) di italiani che non donano e spesso ne vanno orgogliosi, anche se con il loro aiuto potremmo salvare vite, paesaggi o monumenti, prevenire malattie o violenze, proteggere e promuovere i diritti dei più deboli.

Io sono un fundraiser. E come molti di quelli che fanno questo lavoro mi sento responsabile. Mi sento responsabile per ogni centesimo che mi viene affidato. Che mi viene affidato dalle organizzazioni per cui lavoro, affinché ogni centesimo di investimento venga moltiplicato in maniera efficiente. Che mi viene affidato dai sostenitori, perché neanche un centesimo dei soldi che ci donano e che gli appartengono venga sprecato.

Io sono un fundraiser e mi sento anche responsabile nei confronti dei beneficiari dei progetti per il finanziamento dei quali lavoro. Perché il denaro che gestisco appartiene a loro e quando comunico lo faccio usando le loro storie, le loro immagini e mettendo ogni volta in gioco la loro dignità.

Io sono un fundraiser. E dall’articolo di Giacomo di Girolamo mi sono sentito investito. Mi sono sentito chiamato in causa. Mi sono sentito costretto, ancora una volta, a rimettermi in discussione e a rimettere in discussione lo stesso statuto etico della mia professione.

Perché non riesco ancora a far finta di niente di fronte a frasi come questa:

Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.

Io sono un fundraiser. E lo sono con orgoglio, anche se a volte sembra che a questa professione non venga riconosciuta alcuna dignità in questo paese. Ma non ho potuto non condividere quasi (e sottolineo, quasi) riga per riga, da italiano, molte delle cose che Giacomo ha scritto.

Le ho condivise perché ci ho sentito un grande amore per questo paese. Un grande rispetto per gli italiani. Per il loro entusiasmo. Per la loro passione autentica. Per la loro generosità. O almeno per quella parte d’Italia che entusiasmo, passione e generosità li mette quotidianamente in campo.

A questa Italia io, noi che viviamo giorno per giorno al fianco di chi soffre (per la povertà, la violenza, una malattia, un disturbo psicologico e via enumerando) o di chi si attiva per un mondo migliore dobbiamo, a maggior ragione dopo le parole di Giacomo, tutto il nostro impegno perché la beneficienza non sia un pretesto, perché la generosità non faccia da alibi, perché l’aiuto non significhi deresponsalizzazione, perché le nostre raccolte fondi non servano – se non nei limiti fisiologici al funzionamento di qualsiasi organizzazione che vive o dovrebbe vivere di competenze, di investimenti, innovazione, eccellenza proprio per far meglio il proprio lavoro – alla sopravvivenza stessa delle nostre organizzazioni.

Io sono un fundraiser. E ho donato per il terremoto dell’Abruzzo. E ho invitato a donare per il terremoto dell’Abruzzo, condividendo con amici carissimi il lutto per gli affetti perduti. E invito tutti,  ancora una volta, a farlo per stare vicini a tutti quelli che, incolpevolmente, una casa l’hanno persa, il trauma l’hanno subito, un affetto o anche un sostegno economico lo hanno perso e non possono aspettare che questo paese, questo sistema, cambi. E invito a farlo anche per stare vicini ai tanti che, con passione e competenza si sono attivati subito per ridare una speranza alle vittime del terremoto.

Io ho donato e sono convinto che anche Giacomo abbia donato per l’Abruzzo. E se non lo ha fatto il suo articolo è stato comunque, almeno lo spero, un grande regalo perché ci costringe a rimanere vigili, a riflettere e a impegnarci tutti, con responsabilità, per fare in modo che non un centesimo venga sprecato.

Io sono un fundraiser. E credo che solo quando in questo paese metteremo al centro le responsabilità individuali il terzo settore italiano potrà uscire dalla sua infanzia e diventare finalmente  maturo.

Un caro saluto a tutti, e specialmente a Giacomo che mi ha snidato costringendomi a scrivere dopo due mesi di silenzio.

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