Viaggio in Costa d’Avorio – Vittoria!


Bimbo a Gagnoa

Bimbo a Gagnoa

3 settembre 2008

Venerdì, prima di metterci a lavorare sulla stesura di un progetto per un’azienda italiana, io e Alessandro siamo passati da Abidjan per una serie di appuntamenti. Il più veloce, ma anche il più importante, era sicuramente la visita alla delegazione dell’Unione Europea. Dovevamo soltanto ritirare una lettera, ma non una lettera qualsiasi. In ballo c’era l’approvazione di un nostro progetto di intervento nella regione di ZanZan, nel nord del paese, per la risistemazione delle strutture sanitarie di base.

L’approccio di Terre des hommes, ormai l’avrete capito, non è quello di sostituirsi al pubblico nell’erogazione del servizio, ma è quello di sostenere il servizio sanitario “universale”, lavorando sulla qualità delle strutture e sul miglioramento delle competenze umane. A Zanzan, nel nord del paese, vogliamo fare esattamente questo, portando l’esperienza maturata in questi 4 anni di lavoro nell’area di Grand Bassam.

Ebbene, a quanto pare Alessandro ha lavorato davvero bene, perché non solo il progetto triennale è stato selezionato, ma si è classificato al primo posto, confermando che una buona conoscenza del territorio, lo sviluppo di una metodologia di intervento efficace e la creazione di una rete di partner di alto livello alla fine pagano.

Dopo la bella notizia della vittoria abbiamo fatto una breve visita in ambasciata, all’Ufficio tecnico per la cooperazione allo sviluppo per salutare Azzurra, la responsabile dell’UTL in Costa d’Avorio, e poi siamo andati a pranzo con Paola, la delegata di Soleterre che qui sta sviluppando un progetto per il recupero delle ex prostitute.

Come ormai mi capita con fin troppa frequenza a tavola si sono incrociati pezzi di vita presenti e passati, perché Paola ha lavorato per la stessa organizzazione per cui ho lavorato per quasi 5 anni e oggi si trova in Costa d’Avorio con una onlus di cui conosco sia il presidente che la responsabile comunicazione, la bravissima Manuela.

Nel pomeriggio ho conosciuto le suore del quartiere di Koumassi con cui da anni operiamo a favore di due delle baraccopoli più povere della città con interventi di scolarizzazione e prevenzione materno-infantile. E’ stato un incontro stupendo di cui sicuramente vi racconterò alcune storie nei prossimi giorni.

Venerdì sera e sabato io e Alessandro ci siamo chiusi in casa tutto il giorno a lavorare su un progetto che ci era stato richiesto da un’azienda italiana. Lavorare con Alessandro è stato bellissimo: nei giorni precedenti avevamo raccolto il materiale, gli studi e i preventivi relativi alla riabilitazione del sistema idrico della zona di Grand Bassam d’accordo con la Direzione dell’Idraulica Comunitaria di Abidjan.  Con il potenziale partner avevamo individuato anche le priorità di intervento, ipotizzando un intervento annuale e un più strutturale intervento sui tre anni.

Lavorare sull’acqua da queste parti significa lavorare davvero a 360 gradi. L’acqua è il motore dell’economia (agricoltura e allevamento), ma è anche, sempre più spesso, il fulcro dei conflitti tra le diverse etnie che abitano il paese e condividono lo spazio all’interno dei villaggi. Attraverso le attività di ricerca e trasporto dell’acqua potabile si perpetua anche l’emarginazione della donna dalla vita sociale e l’esclusione di molti bambini dalle attività educative. Ma l’acqua qui è soprattutto una delle principali cause di morte e di malattia: diarrea, tifo, febbre gialla, oncocercosi, tracoma, malaria, birulì, bilarziosi e via dicendo sono strettamente legate alla possibilità di accesso all’acqua pulita.

Il tasso di morbilità e, soprattutto, di mortalità di queste malattie vede i bambini come di gran lunga le principali vittime.

La conoscenza del territorio, maturata attraverso le attività di prevenzione materno-infantile ci ha permesso di elaborare una strategia integrata con le attività sanitarie di base che tenesse in considerazione anche gli aspetti più delicati legati alla gestione e al buon uso delle risorse idriche. Come spesso capita in questi casi non sappiamo se il progetto passerà, ma siamo sicuri di aver fatto del nostro meglio.

La cattedrale di Yamoussoukro

La cattedrale di Yamoussoukro

Domenica sveglia presto e partenza per Yamoussoukro, capitale del paese, dove fino al giorno prima si era svolta l’assemblea nazionale del partito al potere, il FIP. Yamoussoukro è l’invenzione del primo presidente della Costa d’Avorio decolonizzata, Houphouët-Boigny , l’artefice di quello sviluppo economico che aveva trasformato in pochi anni il paese in uno dei gioielli del continente, salvo poi risvegliarsi poverissimo a causa del crollo dei prezzi delle monoculture (caffé e cacao in primis) a cui era stata affidata la crescita.

Muoversi per la capitale significa navigare fra gli immensi e semideserti viali della città, costeggiati da laghetti artificiali assediati dalle ninfee, edifici un tempo avveniristici (la fondazione internazionale Boigny per la pace o l’abitazione privata dello stesso presidente) e nuovi e arditi progetti edilizi a destinazione prevalentemente politico-amministrativa. In questa cittadina di circa 200.000 anime è ancora difficile trovare grandi baraccopoli e spesso le casette in muratura costruite per la popolazione residente reggono ancora con dignità l’usura del tempo.

Yamoussoukro si muove però sul filo di un’Africa in divenire, con grandi potenzialità di sviluppo, e il suo ruolo attuale di cattedrale nel deserto, di progetto abortito e condannato a morire di quella stessa malattia che sta condannando il continente al sottosviluppo. Nei prossimi anni probabilmente la città sarà la cartina di tornasole di questo bellissimo paese.

Yamoussoukro è però anche qualcos’altro. E’ la città della più grande basilica cattolica del mondo. Fatta costruire dallo stesso Boigny a imitazione, parziale, di San Pietro su un’area di 72 ettari dove un tempo sorgeva una piantagione di palme da cocco, per molti (e anche per Giovanni Paolo II a cui la chiesa è dedicata e che, pare a malincuore, l’ha inaugurata) è uno schiaffo in faccia alla povertà di questo paese. Per altri è il simbolo di un’Africa che non vuole essere ricordata solo per le guerre, la fame (tra l’altro ancora semisconosciuta da queste parti ai tempi della sua inaugurazione) e le pandemie o per la sua natura aspra e selvaggia (sic) e il suo folklore (che spesso per noi non è altro che la riedizione, piena di alibi e sovrastrutture, di quel mito del buon selvaggio con cui ancora, disgraziatamente, guardiamo al continente), ma che vuole rivendicare la sua capacità di lasciare segni concreti e duraturi anche nell’arte e nell’architettura.

Personalmente sono convinto che la cattedrale di Yamoussukro sia un’opera esagerata, ma importante, e che se ci liberassimo del mito del buon selvaggio forse ne capiremmo l’importanza simbolica (a prescindere anche dagli aspetti religiosi) per il paese e ne rivaluteremmo anche l’aspetto artistico.

Prima di ripartire da Yamoussukro io e Ale ci siamo concessi anche l’unico lusso (60 euro a testa!!) di questo viaggio: due stanze all’hotel “Présidente” (a spese nostre, sia ben chiaro!), una struttura risistemata da poco e con grandi potenzialità, ma ancora distante dagli standard di servizio di alberghi di pari grado di qualsiasi altra parte del mondo. Avevamo bisogno di un buon letto dove riposare perché il giorno dopo ci attendeva un lungo tragitto in auto.

Il lunedì, ancora di buon ora, siamo partiti per Gagnoa, dove avevamo appuntamento con il dottor Kanga, direttore del servizio sanitario del distretto e nostro partner nel progetto di Zanzan da cui dovevamo ritirare alcuni documenti e, soprattutto, con cui dovevamo iniziare a mettere in piedi la parte esecutiva.

Capo villaggio nei pressi di San Pedro

Capo villaggio nei pressi di San Pedro

Dopo pranzo, ali e cosce di pollo di dimensioni minuscole e del fritto di magnoca, siamo ripartiti per San Pedro per gli unici due giorni di vera vacanza, ospiti di una coppia di imprenditori italiani… La compagnia è stata stupenda, ma come potete immaginare si è parlato molto anche di lavoro, visto che San Pedro ospita la più grande baraccopoli dell’Africa occidentale e che qui opera anche il nostro partner Mesad. Il ruolo dei nostri imprenditori sono sicuro possa essere decisivo non solo per rimettere in moto l’economia del posto, ma anche per tirare fuori dalla strada migliaia di ragazzi che oggi vivono solo di espedienti e prostituzione, quando non vengono portati via dalla droga e dall’AIDS.

La strada è lunga, anche perché in Costa d’Avorio i rigurgiti di “caccia al bianco” (europeo, libanese, americano o cinese che sia)  ogni tanto vengono fuori e purtroppo si portano con sé (come in Zimbabwe e in tanti altri paesi africani) anche la distruzione di ogni tipo di attività economica.

Ma la speranza, vista dalla spettacolare riviera di San Pedro, è che si sia vicini a un punto di svolta. Se gli ivoriani impareranno a fidarsi della propria forza e delle proprie possibilità, assumendosi la responsabilità di un nuovo rinascimento economico, ci sarà sicuramente anche più spazio per una serena convivenza, libera dall’ombra (e dall’alibi) del colonialismo.

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7 pensieri su “Viaggio in Costa d’Avorio – Vittoria!

  1. ciao Paolo, amo realmente amo questo passaggio “L’approccio di Terre des hommes, ormai l’avrete capito, non è quello di sostituirsi al pubblico nell’erogazione del servizio, ma è quello di sostenere il servizio sanitario “universale”, lavorando sulla qualità delle strutture e sul miglioramento delle competenze umane.” Lo amo perchè credo profondamente che il nonprofit ovunque (anche se ci sono delle eccezioni) dovrebbe seguire questo principio. Nel mio lavoro nel campo del grantmaking infatti si possono studiare fenomeni tipicamente italiani credo dove il nonprofit cerca di sostituirsi al settore pubblico (magari che offre lo stesso servizio) senza un minimo di coordinamento (e non parlo della scuola, ma ad esempio di una larga fetta di servizi sociali) magari dove nello stesso piccolo territorio esistono onp che fanno la stessa cosa dividendosi le misere risorse ma magari senza mai parlarsi. Mi ricordo anni fa a lezione all’università quando un professore ci faceva notare come l’Italia è l’unico paese ad esempio ad avere quattro “associazioni di categoria” delle cooperative mentre nel resto del mondo ne esiste solamente una (un po’ come se avessimo quattro confindustrie). Buon viaggio ancora e complimenti per la logica operativa che sposate a TDH

  2. Mi accodo ai complimenti di francesco sul vostro operato e sulla filosofia che ci sta dietro. meno frammentazione e più coordinazione, sia tra onp che con il settore pubblico 8che non va mai considerato un nemico).

    Ne approfitto, Paolo, per una domanda: vorrei usare alcune tue slides della presentazione fatta a torino per una mia presentazione sul fundraising (ovviamente citerei la fonte, ben inteso). è possile?
    un saluto dall’italia e a presto!

  3. ciao ragazzi, grazie mille per i complimenti che giro a tutta la squadra della cooperazione di tdh e sopratutto ad Alessandro Rabbiosi, il nostro responsabile sul campo, che sta facendo un bellissimo lavoro di rete (che raramente ho visto fare alle ong, italiane e non, sul campo).

    Caro Alberto, ovviamente permesso accordato 😉 e poi spero ci farai vedere il tuo lavoro.

    Qui lo staff del nostro partner ha fatto la sua prima swot e appena posso ve ne parlo.

    un caro saluto dalla costa d’avorio

  4. Ovviamente si Paolo, prometto di renderla pubblica anche per avere pareri diversi.
    Buona continuazione dell’avventura in costa d’avorio allora, e a presto!

  5. grande Paolo, continuo a leggere avidamente il tuo diario di bordo. Tornerai di certo ancora più bravo e motivato, e intanto dai forza a tutti i fundraiser di buona volontà! Complimenti a Tdh per il bel successo.. A presto, Francesco

    Ps: smettila di tacchinare mia moglie! ;-))

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