Viaggio in Costa d’Avorio – Youpougon


Bambino nel quartiere di Yopougon

Bambino nel quartiere di Yopougon

26 agosto 2008

Ismael è un ragazzotto di 16 anni con il fisico alto, snello e muscoloso del cestista. E’ l’orgoglio del suo quartiere, la bidonville di Yahoussié, uno dei due quartieri precari nel cuore di Yopougon (una delle municipalità di Abidjan) servito dal Centro di Educazione e Animazione sportiva Amis de Coeur, scuola finanziata da Terre des hommes.

Ismael è stato tra i primi a entrare nel programma di Sostegno a Distanza di Terre des hommes con il Mesad e forse per lui si prospetta un futuro da universitario. Nel pomeriggio appena velato di nuvole è in piedi davanti a noi nel cortile centrale della scuola, insieme ai 22 capi comunitari delle due baraccopoli e ai due capi villaggio che sono venuti per la piccola cerimonia organizzata in nostro onore.

Vengono da ovunque. Molti dalle zone centro meridionali della Costa d’Avorio, cattoliche e animiste. Alcuni dal nord musulmano. Altri dal Mali, dalla Mauritania, dal Togo o dal Burkina Faso. I lineamenti del viso, la diversa conformazione fisica, l’abbigliamento, la gestualità e le diverse espressioni formali, sembra di stare davanti a una sessione delle Nazioni Unite. Invece si tratta soltanto di un tentativo, possibile, di convivenza. Un modo per smussare gli angoli, per evitare che all’interno della baraccopoli deflagri l’odio etnico o la vendetta clanica. Prima di passare alle maniere spicce, in caso di dispute tra appartenenti a gruppi diversi, si passa dal capo della comunità. Se non ci sono soluzioni ci si incontra con i capi delle altre comunità coinvolte. Se questo non è ancora sufficiente si riunisce il “parlamentino” e ci si rimette all’arbitraggio dei capi villaggio. Il meccanismo sembra reggere, anche di fronte ai ricorrenti tentativi di scatenare la caccia allo straniero.

Del resto qui nelle baraccopoli non c’è nessuno che non ci sia arrivato per lo stesso motivo: la miseria. Il caso di SoginBoit è enigmatico. Negli anni ’60, quando in Costa d’Avorio arrivavano i soldi del cacao, il Governo attraverso la sua società di costruzione, la Societé Génèrale de Cote d’Ivoire (SoginCo), fece costruire un nuovo quartiere di palazzine dove alloggiare, dignitosamente, il nuovo ceto impiegatizio richiamato in città dalla nascente ricchezza. Ma il quartiere si trovava fuori mano e, nonostante i prezzi “politici”, nessuno volle trasfercisi.

Negli anni ’90 la crisi economica precipita nella povertà il precario ceto medio del paese. Gli affitti da un giorno all’altro, senza più lavoro, diventano insostenibili. Ma c’è ancora il vecchio quartiere fantasma di Soginco in cui forse trovare riparo. Con la crisi non appare più fuori mano… e poi fuori mano da cosa, visto che non c’è più lavoro? QUi bisogna ripartire da capo. Peccato che i prezzi degli appartamenti ora non sono più tanto “politici” e quelli che se lo possono permettere sono davvero in pochi. Che fare? Ovvio, affianco al quartiere di SoginCo nasce SoginBoit (il nome vero è Doukouré), il quartiere delle scatole di lamiera.

Anche la storia dell’altra baraccapoli servita dal centro Amis de Coeur (entrambe ai vertici delle classifiche della criminalità della capitale) non è da meno. Il suo nome ufficialmente è Yahoussié ma l’ironia della gente l’ha presto soprannominata “Mon marie ma laissée” (il mio marito mi ha lasciata).

Con la crisi e poi con la guerra molti degli uomini decidono di ripartire da zero tornando al loro villaggio d’origine o tentando la sorte in un altro paese. Ma le donne spesso non vogliono o non possono. La vita in città sarà dura, ma le costrizioni del villaggio possono essere ancora più dure dure, soprattutto se si è donne. E poi per i bambini che prospettiva c’è fuori dalla città?

Così gli uomini vanno (niente di strano comunque, visto la quasi inesistente tenuta della famiglia mononucleare da queste parti) e le donne restano. Si rifanno un’altra vita. Spesso trovano un altro uomo, più per protezione che per amore. Qualche volta ne trovano di più e si fanno pagare. Non è detto che una cosa escluda l’altra, ovviamente. Ma la vita così va avanti e per i bambini, molti dei quali inseriti nei programmi del Mesad e di Terre des hommes, oggi c’è la speranza concreta di un futuro migliore.

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