Filantropia online: come cambia il nostro modo di donare


by: http://flickr.com/photos/farol/

Internet sta cambiando in maniera significativa sia la quantità che la qualità delle risorse per lo sviluppo umano. E lo sta facendo soprattutto attraverso quello che qui ho definito più volte come fundraising 2.0.

Niente di nuovo, credo, per i lettori di Fundraising Now!, ma è interessante rilevare l’approccio dell’ultima ricerca di Keystone, che conferma l’ineludibile tendenza attraverso lo studio comparato di 24 “mercati filantropici online”.

Online philanthropy markets: Also referred to in this study as
‘online social investment markets’, ‘markets’, ‘online giving
platforms’, or ‘platforms’, these websites offer a framework
through which small, individual donors can connect with
charitable citizen-led organisations all over the world to share
their time, expertise, or money. Givers can donate money or time to one or several ‘offerings’ through the same market and, on some occasions, return to the site to receive reports on the offering’s progress. Feedback from websites’ representatives indicated that ‘platform’ was currently
a term favoured over ‘market’

 

I “marketplace” solidali, sono una delle grandi novità di questi anni: piattaforme in grado di incrociare la domanda di tempo, competenze e risorse economiche da parte di micro-imprenditori e organizzazioni non profit che ne hanno bisogno, con l’offerta da parte di aziende e cittadini che ne dispongono.

La ricerca prova ad analizzarli partendo da 4 domande chiave:

>
i mercati sono solo un mezzo per offrire aiuti di breve periodo o possono costituire uno strumento per sostenere uno sviluppo sostenibile?

> esistono strumenti per misurare l’impatto degli investimenti effettuati tramite questi mercati filantropoci?

> le opportunità di investimento vengono presentate in modo da creare una larga base di donatori e una relazione di lungo periodo con i donatori?

> come possono influenzare positivamente il modo in cui i vari “costituenti” (investitori, intermediari e beneficiari) dialogano tra loro e apprendono reciprocamente?

La sfida, secondo Keystone, può essere vinta, purché:

> si mettano in condizione i donatori di diventare veri e propri investitori nel cambiamento sociale;

> si mettano in condizione i beneficiari di mostrare i risultati del loro lavoro attraverso report continuativi, credibili, accessibili e coinvolgenti;

> le organizzazioni arricchiscano il modo con cui interagiscono con i loro sostenitori attraverso gli strumenti partecipativi del web 2.0;

> si costruiscano delle vere e proprie comunità virtuali, in grado di costruire relazioni continuative tra persone in grado di cambiare il mondo attorno a idee e cause in cui possano credere;

> unire i donatori e i beneficiari dei progetti, attraverso gli strumenti del web 2.0

Una sfida per cui sembrano pronte soprattutto quelle piattaforme in grado di passare da un approccio neutrale a un approccio “engaged“.

Ma cosa significa essere “engaged” per una piattaforma di filantropia online?

Secondo la ricerca di Keystone, significa:

  • promuovere e raccomandare attivamente le organizzazioni e i progetti ospitati sulla loro piattaforma;
  • effettuare un controllo accurato (la due diligence) sulla qualità del progetto e dell’organizzazione (e soprattutto sul suo impatto economico e sociale), auspicabilmente attraverso visite in loco;
  • coinvolgere i beneficiari stessi e gli stakeholder nella valutazione ex ante dei progetti presentati;
  • effettuare un controllo ex post attraverso audit interni ed esterni, partner local e controlli sul campo;
  • presentare una rendicontazione accurata (ma anche coinvolgente). Punto su cui tra l’altro molti dei “mercati” esaminati risultano poveri di informazioni;
  • mettere a disposizione dei vari stakeholder strumenti tipici del web 2.0, come widget, blog, forum per poter dialogare direttamente.

Ma quali sono gli ostacoli?

> innanzitutto individuare degli indicatori di performance più idonei: non sempre una rendicontazione formalmente corretta, l’adempimento di tutte le regole e il rispetto del budget presentato corrispondono infatti a un reale impatto sociale ed economico sul terreno.

Tanto per dare un’idea, questi sono alcuni degli indicatori usciti dalla survey:

● ‘The percentage of funds going to cause rather than overhead’
● ‘The effective and transparent use of your resources to attain in the best way
possible your organisation’s mission’
● ‘Having a positive impact. Changing and/or improving something that would
have been wasted’
● ‘Doing what you say you will, when you say you will. Being accountable.
Providing excellent ‘customer service’ and strong stewardship’
● ‘Doing the best you can with what you have’
● ‘Good treatment of donors and volunteers, effective programs, judicious
resource utilization’
● ‘Efficient use of resources for social impact, according with the mission of the
organisation’
● ‘Achieving measurable mission goals, and doing it cost-effectively. If your goal is
to help low income women get jobs, don’t tell me how many you trained, tell
me how many got jobs that increased their incomes. If you can’t then your job
is only half-done’

> non ogni tipo di progetto è comparabile a un altro;

> i problemi sociali sono spesso troppo complessi per essere ridotti a degli indicatori di performance;

> i risultati sono spesso raggiunti ormai terminato il processo di donazione/rendicontazione (si pensi agli effetti positivi dei progetti educativi o a molte attività economiche).

Del resto, non è detto che i donatori siano interessati realmente alle performance così come spesso vengono intese dai “project manager”.

La ricerca stessa ricorda, infatti, che si dona soprattutto per soddisfare bisogni emozionali:

– innanzitutto perché fa sentire bene (attivando le stesse aree del sistema limbico centrale coinvolte nella produzione di dopamina che vengono attivate da sesso, soldi, droghe e cibo);

  • per sedare un senso di colpa;
  • per rispondere alla pressione dei pari;
  • per motivi spirituali;
  • per conformismo sociale;
  • per dimostrara uno status;
  • per altruismo.

Detto in altri termini, la credibilità dell’intemediario e la sua capacità di rendicontazione spesso e volentieri vengono considerati elementi secondari. Anzi: spesso si continua a donare alla stessa organizzazione pur sapendo che i propri soldi non saranno spesi in maniera efficaci o andranno sprecati.

Come afferma il presidente di DonorChoose:

‘Donors appreciate data as it gives a sense of visibility into the project, for example, the number of students being helped. But what our donors appreciate most is the personal feedback, the hand written letters from the children, the drawings and the glitter falling from the envelope as they open them.’

Insomma, se è vero che le informazioni dettagliate sono spesso rassicuranti, è vero che quasi nessuno le legge e che un donatore in genere preferisce report di poche pagine e ad alto impatto emotivo (con immagini, storie, testimonianze…).

C’è però un altro motivo che disincentiva le organizzazioni alla pubblicazione di indicatori di performance. La paura di perdere donatori. Il mercato del fundraising viene spesso visto come un gioco a somma zero. Si ritiene limitato il numero di donatori e si ritiene che una rendicontazione poco dettagliata o povera possa far perdere donatori a scapito di altre organizzazioni.

Questa paura spesso spinge all’omertà rispetto ai dati. Si dimentica però che il mercato delle donazioni online è ancora una nicchia (circa il 2, 3% del totale, anche se siti come Network for good hanno chiuso l’ultimo anno con 35 milioni di dollari di raccolta) e che c’è un ampio spazio per creare nuove relazioni con i donatori, per educarli e crescere insieme, per posizionarsi, anche attraverso un alto grado di “accountability” come leader e i first moover potrebbero giovarsene.

Le raccomandazioni finali della ricerca mi sembrano particolarmente rilevanti. I siti di filantropia online dovrebbero:

arrow 1 abituare i propri sostenitori a pensare come “investitori sociali” e non più come donatori

arrow 1 creare un sistema di raccolta e certificazione dei dati indipendente, che permetta una comparazione dei dati in diversi mercati e paesi

arrow 1 costruire un sistema di reporting unico e condiviso, che permetta la comparazione dei dati

Per finire, ecco i siti presi in considerazione.

1. Beautiful Foundation: http://www.beautifulfund.org
2. Bring Light http://www.bringlight.com
3. CanadaHelps: http://www.canadahelps.org
4. Changing the Present : http://www.changingthepresent.org
5. Charity Aid Foundation: http://www.cafonline.org
6. Conexion Colombia: http://www.conexioncolombia.com
7. DonorEdge http://www.donoredge.org
8. DonorsChoose: http://www.donorschoose.org
9. eBay Giving Works: http://givingworks.ebay.com
MissionFish: http://www.missionfish.org
10. Give2Asia: http://www.give2asia.org
11. GiveIndia: http://www.giveindia.org
12. GlobalGiving: http://www.globalgiving.com
13. Greater Good South Africa: http://www.myggsa.co.za
14. HelpArgentina: http://www.helpargentina.org
15. Just Give: http://www.justgive.org
16. Justgiving: http://www.justgiving.com
17. Kiva: http://www.kiva.org
18. Microplace: http://www.microplace.com***
19. Modest Needs: http://www.modestneeds.com
20. MyC4: http://www.myc4.com
21. Network for Good: http://www.networkforgood.org
22. Social Stock Exchange: http://www.bovespasocial.com.br
23. South African Social Investment Exchange: http://www.sasix.co.za
24. Wildlife Direct: http://www.wildlifedirect.org

E un elenco di siti di rating:

1. Charity Navigator: http://www.charitynavigator.org
2. Charity Watch: http://www.charitywatch.org
3. Great Nonprofits: http://greatnonprofits.org
4. GuideStar International: http://www.guidestarinternational.org
5. Intelligent Giving: http://www.intelligentgiving.com
6. Wise Giving Alliance: http://www.give.org

Per scaricare il report (100 pagine da leggere con attenzione e mandare a memoria), clicca qui (è un pdf)

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9 pensieri su “Filantropia online: come cambia il nostro modo di donare

  1. ciao andrea, forse ci conosciamo? Anni fa parlai degli stessi argomenti con uno studente del Misp, forse sei tu? comunque è vero quello che dici che bilancio non significa trasparenza, conta comunque che ci sono organizzazioni nonprofit che non pubblicano nemmeno online i propri bilanci.

  2. ciao Francesco, ci conosciamo senz’altro se abbiamo un amico comune soprannominato J 😉 hai ragione, ho appena concluso una ricerca sulle fondazioni d’impresa in Italia: quelle che non pubblicano i bilanci sono la stragrande maggioranza… Restando sul tema di questo post, ecco un tentativo di usare il web per democraticizzare il sistema di assegnazione dei grants da parte della Case foundation: http://philanthropy.com/news/updates/index.php?id=4207
    [andrea.martelli@misp.it]

  3. ciao Andrea,
    sono d’accordo con te: mostrare i bilanci (parmalat insegna) non significa di per sé trasparenza o comparabilità. Neanche certificarli. E purtroppo non esistono strumenti di per sé validi al 100%. Il problema è passare da sistemi che monitorano poche onp a sistemi in grado di creare dei benchmark frutto del monitoraggio di qualche migliaio di onp. In questo caso la quantità è anche qualità, nel senso che permette di segmentare (per tipologia di intervento, ciclo di vita dell’organizzazione…) e di indicare una direzione all’intero settore. Spero di conoscerti al festival del fundraising.

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