Scandalose ONG? Il tesoro nascosto della solidarietà


Lente di ingrandimento

Devo confessarvi che sono un lettore appassionato della Repubblica. Ho iniziato a leggerla all’età di 14 anni e da allora non me ne sono mai staccato. E’ forse per questo che ho mal digerito, più di quanto forse non lo meritasse, l’ultimo articolo di due giornalisti stimabili come Francesca Caferri e Anais Ginori dal titolo: “ONG, Il tesoro nascosto della solidarietà” (una copia la trovate qui).

Il titolo, sia detto per inciso, non è di quelli fatti per far saltare in piedi dalla gioia chi, ogni giorno, cerca di lavorare al fianco delle comunità più povere del mondo. Ma i toni scandalistici del titolo, probabilmente, non possono essere imputati ai giornalisti e vanno invece attribuiti alla “penna” salace (e superficiale) di qualche titolista d’assalto.

Quello che ha appesantito la mia digestione è la superficialità, eccessiva, con cui è stato messo insieme il pezzo, a partire dalle fonti per finire con le indicazioni conclusive su come interpretare i dati esposti.

1) Intanto veniamo alla fonte: è la ricerca fatta sui bilanci pubblicati sui siti Internet di alcune organizzazioni non profit dalla società di consulenza Un-Guru per il Sole 24 Ore. Ricerca interessante, fatta tra l’altro da ottimi professionisti, ma consapevolmente limitata alle informazioni disponibili sui siti di alcune (davvero poche) organizzazione e su dati spesso e volentieri diseguali fra loro perché:

le organizzazioni compilano in maniera diversa i bilanci (e nel compilare in maniera diversa i bilanci anche il totale su cui si calcola la percentuale dei costi di struttura o di comunicazione varia);

hanno attività diverse (come comparare chi fa ricerca medica con chi fa progetti di cooperazione nel sud del mondo o interventi a favore di persone depresse? solo sulla base dei costi di struttura o di promozione che spesso coincidono con l’attività istituzionale?);

in alcuni casi dietro un unico marchio si celano più soggetti alcuni solo erogatori di risorse, altri di volontariato, altri di servizi: per cui fondazioni, associazioni, cooperative, comitati e persino srl possono avere un unico marchio e, ovviamente, prendere in esame l’uno o l’altro dei soggetti da risultati completamente diversi sui costi di struttura;

Non solo, pur essendo disponibili nuovi dati, pubblicati prima dell’articolo di Repubblica, nell’articolo di Caferri e Ginori sono stati esposti i dati della precedente rilevazione (quelli nuovi, pubblicati dal Sole prima dell’articolo della Repubblica, li trovate sul blog di Un-guru, qui , qui, qui e qui) pur facendo riferimento, lo si capisce dalla chiusa dell’articolo, ai dati e alle conclusioni dell’articolo più recente. Altrimenti non si capirebbe questa frase: “più piccola è l’ONG, più è redditizia per i donatori” citando il primo posto della minuscola “James non morirà“. Ai posti successivi della ricerca esposta, infatti, si trovano praticamente quasi solo medie o grandi organizzazioni (compresa quella per cui lavoro), in palese contrasto con quanto affermato dai due giornalisti.

Insomma, una fonte di per sé non ufficiale (lo potrebbe essere solo un’agenzia per le onlus davvero funzionante), anche se competente, su dati largamente diseguali e incompleti (in molte tabelle manca la possibilità di una comparazione, perché i dati a disposizione neanche lo permettevano), e citati pure nella versione superata: non un granché per degli ottimi giornalisti come Ginori e Caferri. Peccato.

2) Si dice nel pezzo che la solidarietà privata sfugge a qualsiasi tipo di rendicontazione, compreso il 5 per mille. Peccato che anche in questo caso il pezzo sia largamente superato perché l’ultima finanziaria ha giustamente introdotto l’obbligo per le organizzazioni di rendicontare come sono stati spesi questi soldi (qui un simpatico post di quinonprofit sulle incongruenze del legislatore). O meglio, come saranno spesi, perché nessuno li ha ancora visti e, per quanto mi riguarda, trovo anche poco serio che già oggi qualcuno dica come li spenderà: ci si impegna con i beneficiari prima ancora di sapere quando si avranno a disposizione i soldi?

In ogni caso, i due giornalisti hanno in mente una precisa forma di rendicontazione per ogni euro raccolto (tipo: quell’euro che mi hai donato è servito esattamente a questo e posso certificartelo e fartene seguire il percorso)? Hanno in mente anche quanto costerà questa rendicontazione centesimo per centesimo, donazione per donazione, 2 euro ogni 2 euro (ma ci sono anche donazioni da 1 euro o meno a cui soggetti come le poste italiane fanno pagare 1 altro euro in commissioni, come dire che i nostri sostenitori in realtà stanno finanziando le poste!).

Sanno che molti dei costi di rendicontazione non sono sostenuti da soggetti sia pubblici che privati e che quindi gravano sulle entrate generali dell’organizzazione, quelle che arrivano dai cittadini singoli? Sanno che i soggetti pubblici non finanziano, di norma, i costi sostenuti per gli studi di fattibilità e di riferimento? Cosa che in nessun bando per aziende verrebbe considerato serio?

Ebbene come pensano che un’organizzazione possa operare seriamente, studiando il contesto e creando la rete affinché i propri progetti non naufraghino nel vuoto, se ogni volta che si trova a rendicontare queste cifre non possono essere rendicontate?

3) Le date sono importanti quando da queste si fanno discendere delle conclusioni: dire, per esempio, che lo Tsunami ha fatto da spartiacque fra il mondo del vecchio volontariato e quello delle “aziende dell’umanitario” è un’autentica menzogna, non supportata da alcun dato: tutte le grandi organizzazioni italiane o internazionali operavano da ben prima dello Tsunami e la maggior parte di queste sin dagli anni ’90 opera in maniera professionale facendo “marketing” o “fundraising”. Nessuna grande organizzazione internazionale, a dispetto di quello che si mette in bocca a Marcon, ha aperto in occasione o dopo lo Tsunami. Semmai hanno aperto nuove piccole associazioni italiane o alcune semisconosciute organizzazioni internazioni non meglio definite nelle finalità e nei bilanci su cui dovrebbe indagare l’agenzia per le onlus, ma questo è un altro discorso.

A cambiare il modo di operare delle ONG non è stato però un disastro ambientale, ma il fatto che i soldi pubblici (a cui malamente le organizzazioni umanitarie si erano abituate) sono diminuiti drasticamente e che il pubblico si è rivelato anche un pessimo pagatore (sempre in ritardo e con regole spesso confuse e ambigue nell’erogazione e rendicontazione dei fondi).

Oggi il non profit torna alla sua vocazione originaria, dentro il sociale, nella sua comunità di riferimento e questo gli permette, tra l’altro, una maggiore autonomia (sanno per esempio che i fondi pubblici spesso erano legati a interessi commerciali o politici del paese (si pensi agli interventi umanitari post bellici sostenuti dai paesi stessi che avevano scatenato una guerra)? Sanno che molte organizzazioni che vivevano di fondi pubblici sono, proprio per questo, scomparse o quasi defunte con uno spreco enorme di risorse?

Di questo passaggio bisognerebbe gioire, invece che scatenargli contro una crociata.

4) Le risorse umane. Sempre nel capitolo dedicato alla presunta rivoluzione post-tsunami si dice che “le nuove aziende umanitarie [hanno] stipendi pressoché identici alla multinazionali dell’industria“: vero, se si considera che molta gente è costretta a vivere con 850 ore al mese per 9 ore di lavoro al giorno, 5 o 6 giorni a settimana in città come Roma o Milano.

Questa sì è una vergogna, per le multinazionali e per le organizzazioni non profit (anche perché non ci sono più molte dame di San Vincenzo che possono permettersi di fare le volontarie full-time senza alcuna fonte di entrata). L’impressione però è che i due giornalisti alludessero a stipendi molto più alti, da manager super pagati, che non dubito qualcuno abbia (per carità!) ma che di certo non rappresentano la realtà del terzo settore italiano in cui gli stipendi sono probabilmente tra i più bassi d’Europa (bastava leggersi qualche ricerca in merito, come quella condotta da Sodalitas e HayGroup – vedi qui il pdf -, invece che basarsi sulle dichiarazioni di Marcon per non scivolare nella provocazione pauperistica e un po’ demagogica).

La professionalità, nel terzo settore come altrove, andrebbe premiata, non condannata, proprio perché più importante è un’oculata gestione delle risorse e più importante è evitare di spendere “600.000 mila euro per ricavarne 90 mila” (come si scrive senza citare la fonte e il nome dell’organizzazone coinvolta).

5) Gli strumenti di rendicontazione e il bilancio sociale. Giustamente Caferri e Ginori tornano spesso sul fatto che la certificazione di bilancio e il bilancio sociale di per sé non sono strumenti sufficienti (e lo dice anche uno, come me, che sta lavorando al bilancio sociale all’interno di un’organizzazione pluricertifcata!). D’accordo, ma perché continuano a ruotare allora attorno alla certificazione e aal bilancio sociale aggiungendo l’ennesimo bollino dell’Istituto Italiano delle Donazioni? Come ho già ripetuto (qui), trovo utile la nascita dell’IID in Italia, ma ne conosco anche i limiti, primo fra tutti che i controllati (le organizzazione non profit) sono anche socie e pagano una quota per sottoporsi alla certificazione dell’IID. L’impressione è che, mentre tutti parliamo di liberalizzazioni e in molti si invaghiscono del modello elettorale americano (e della sua trasparenza economica, qui il sito che mette a confronto la raccolta e la provenienza dei fondi dei candidati), alla fine qui da noi (complici anche articoli come questi) non si riesca a uscire dallo stereotipo un po’ veterostatalista del controllo dall’alto.

Voglio sgombrare il campo da ogni equivoco e visto che siamo in tempi di elezioni, e di richieste alla politica, mi ci metto anche io ricordando che abbiamo bisogno:

– di un riordino complessivo della legislazione sul terzo settore (oggi dispersa in mille leggi e leggine) che metta regole chiare e uniformi a tutto il settore;

– di un organismo di controllo (uno solo, per piacere) qualificato, autorevole e forte, sul modello della Charity Commision inglese (un organismo che però non si limita al controllo, è anche fonte di legittimazione e di promozione del terzo settore). Un organismo che faccia più controlli e più approfonditi, definisca i benchmark, commini e faccia applicare le sanzioni, proponga studi di settore e ricerche sulle donazioni, si ponga, in altri termini, nel ruolo di perno centrale di tutto il non profit.

Insomma, concordo con alcune delle sollecitazioni emerse dall’articolo di Ginori e Caferri, ma continuo a pensare che forse tutto questo serve a togliere potere e voce a quelli che più di tutti dovrebbero averla, i donatori/consumatori.

Internet oggi ci offre esempi concreti di come si possa uscire dalla logica dei bollini e si possa invece passare (con l’aiuto di analisti di bilancio indipendenti, giornalisti, associazioni consumeristiche) a un sistema di watchdog, di “cani da guardia” mettendo i donatori nelle condizioni di scegliere, davvero, sulla base delle informazioni.

Di tutto questo ho già scritto, e ne hanno scritto altri (tra tutti vi segnalo, ancora una volta Francesco Santini, qui e qui , il blog di Lentati, qui e Jacopo Gazzola, qui).

I sistemi, si chiamano Charity Navigator, Intelligent Giving e GuideStar e credo possano essere soluzioni reali, democratiche, universali (ossia non più limitate a 100/200 associazioni conosciute), mature per un sistema, come quello italiano, che ha sempre più bisogno di trasparenza proprio oggi che intraprende, finalmente, anche la strada della professionalizzazione (che non significa e non deve significare, però, la fine del volontarismo ma anzi!).

Non sarebbe niente di nuovo per un paese che qualche anno fa ha vissuto la bella stagione delle trasmissioni consumeristiche in cui si mettevano a confronto i diversi prodotti (erano i tempi in cui la RAI non era condizionata dai suo inserzionisti privati). Putroppo quella stagione è passata, e sembra aver lasciato spazio solo alle urla e agli scandali, dimenticando che ognuno di noi ha il potere di cambiare le cose, il potere e la maturità per scegliere.

A Caferri e a Ginori, che stimo per quanto hanno scritto fin qui chiedo una mano: perché non vi fate voi promotori di un sistema di questo tipo insieme al “mio” giornale “la Repubblica”?

Per saperne di più

Aspetto, come non mai, i vostri commenti (anche negativi, ovviamente).

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11 pensieri su “Scandalose ONG? Il tesoro nascosto della solidarietà

  1. ciao paolo, ho letto anche io l’articolo che hai citato e devo dire che sono rimasto sorpreso di quanto scritto. Mi preme però sottolineare un aspetto che i giornalisti spesso dimenticano e che condiziona pesantemente il settore nonprofit e che hai anche accennato tu riguardo i finanziamenti, specie nel passato, alle ong.
    Parlo dei legami a volte troppo stretti tra settore nonprofit e politica, ma non nel senso di sussidiarietà ma di eccessive pressioni e condizionamenti della politica sul nonprofit ed anche di eccessivi allineamenti del nonprofit sui politici di turno. E’ un problema annoso che ha riflessi sul fundraising, sulla trasparenza e di cui i giornali non parlano se non quando c’è da far scandalo.

  2. Ciao Paolo,
    ho letto anch’io l’articolo e, visto il tuo post bello lungo, sono felice di aver trovato un’altra persona sbalordita da certa ignoranza.
    Ne parlavo anche con Daniele (che ha fatto 1000 riflessioni a riguardo che non cito perchè magari ha piacere anche lui a commentare) ed entrambi abbiamo trovato nell’articolo un vecchiume, misto a ignoranza pazzesca: vecchiume perchè come si può pensare che nel 2010 ancora si debba pretendere che le associazioni vengano gestite da volontari e non da professionisti che, in quanto tali, hanno diritto ad avere uno stipendio medio? (sarebbe bello pubblicare gli stipendi di tutti noi, anche operatori del profit a favore del non profit!).

    ti dirò che mi piacciono le provocazioni, e quando ho letto il titolo e visto al volo la tabella, mi sono detta: porca miseria, che colpaccio! chissà cosa ne verrà fuori…leggendo però mi sono ricreduta eccome….

    Come si può criticare associazioni (tra l’altro solo quelle che hanno almeno un bilancio su internet….signori, perchè non cominciamo a criticare quelli che proprio non redigono o hanno il coraggio di pubblicare un bilancio on line? il sostenitore che non si è trovato l’associazione, magari, ha pure pensato che la sua fosse diversa…mi pare un comportamento molto sbagliato e ingiusto) che hanno pubblicato un bilancio, così…ma criticate e concentratevi solo sul fatto che non esista una riclassificazione del bilancio uguale per tutti…grazie io posso dire di inviare una % altissima ai progetti e poi entrando e leggendo nel dettaglio il bilancio vedo che per far tornare la percentuale ho fatto giochi di magia nella riclassificazione!

    insomma…forse Daniele vi parlerà degli altri commenti che abbiamo tirato in ballo….
    io mi innervosisco a parlarne e rischio di scrivere troppo, e troppo male!
    in ogni caso grazie Paolo per il post
    Ioana

  3. Chiamato in causa da Ioana rispondo 😉 in realtà proponendo solo una delle 1000 riflessioni che però credo sia quella più importante (almeno per me).
    E’ possibile che in 3 pagine di articolo mai una volta vengano citati i beneficiari di quei progetti? Non metto in dubbio che le piccolissime organizzazioni, magari gestite da volontari, destinino tutto il raccolto ai progetti ma di quanti beneficiari parliamo ogni anno? 100 persone? Va benissimo non fraintendetemi e sono sinceramente felice per quelle 100 persone per le quali probabilmente la vita, grazie alla presenza di queste piccolissime organizzazioni, migliora sensibilmente. Ma ci rendiamo conto che ci sono organizzazioni che si “permettono” di lavorare a favore di decine di migliaia se non centinaia di migliaia di beneficiari ogni anno? E che per fare questo sono necessarie molte risorse ed un organizzazione forte alle spalle?
    Hanno per caso i due giornalisti (concordo con Paolo nel definire, sino a questo articolo, ottimo il loro lavoro) idea di cosa voglia dire operare in determinati contesti e delle necessità logistiche, amministrative ecc. che sono indispensabili affinchè il numero di quei beneficiari non scenda ma anzi continui a salire?
    E tutto questo costa… e tutto questo non è pensabile se non grazie a forti professionilità che, sia chiaro una volta per tutte, rinunciano a circa 2/3 di quello che guadagnerebbero nel profit.
    Detto ciò riabbasso i toni e mi associo a Paolo nel chiedere a Repubblica e a Ginori e Caferri di farsi promotori di una seria iniziativa per rendere ancora più trasparenti le nostre organizzazioni, più confontabili fra di loro in quanto a dati insomma promotori di un sistema nonprofit più anglosassone e meno italiano… esattamente come sarebbe il caso di fare per quanto riguarda l’informazione, ma questo è un altra storia…

  4. Mi sembra che i commenti di Francesco, Ioana e Daniele (ma anche di Carlo Mazzini, che ha commentato direttamente da quinonprofit) aggiungano elementi ulteriori come al solito di grande intelligenza. Ribadisco anche che da giornalisti solitamente molto preparati, scrupolosi (e sensibili alle tematiche sociali), mi sarei aspettato di meglio.

    Credo che, al di là delle finalità, articoli come questo finiscano per danneggiare il terzo settore, non solo e non tanto perché ne mettono in discussione la moralità sparando nel mucchio, quanto perché spingeranno molti a seguire solo la strada della certificazione (o del bollino) dimenticando ancora una volta la centralità del donatore/consumatore (senza polemica, molta CSR fa esattamente la stessa cosa) e, come giustamente nota Daniele, quella ancora più importante che dobbiamo ai beneficiari dei nostri progetti (la sempre maggiore burocratizzazione ministeriale, europea o di alcuni grossi donatori privati, non mi sembra rendersene conto preoccupata com’è dal mettersi a posto con le regole).

    Quello di cui abbiamo bisogno (ed è ovviamente una posizione personale) non è la formula meno mercato, ma quella “più mercato” (senza essere perciò necessariamente liberisti).

    Questo significa regole chiare, autorità “autorevoli”, certezza della pena, e un sistema di controlli incrociati che coinvolga anche i cittadini.

    Il modello anglosassone che tanto ci piace, ci piace proprio perché si è strutturato intorno a un mercato non “statalizzato” (anche se ha ragione Francesco, le vicinanze tra politica e non profit sono tutt’altro che sparite) come è ormai anche il non profit italiano.

    Da questo punto di vista, concordo con Ioana, forse sarebbe stato meglio fare un pezzo, dopo quelli de IlSole24Ore, anche su tutte quelle associazioni che il bilancio neanche lo pubblicano. Il ruolo del mercato, dei consumatori, anche dei giornalisti, dovrebbe anche essere quello di denunciare certi casi.

    Da oggi spero però ci si possa concentrare sulla parte “positiva” (de jure condendo, mi insegnavano in università): iniziamo a disutere di nuovi modelli già a partire dal prossimo festival del fundraising. Incontriamoci, discutiamone, coinvolgiamo i giornalisti, i consulenti come un-guru, le associazioni consumeristiche e lanciamo una piattaforma sul modello del charity navigator… Si può… (pardon, siamo in par condicio, non si può dire… ma ci siamo capiti!)

    Di trasparenza, e questo lo sappiamo, abbiamo davvero bisogno!

    • Caro Paolo, cari lettori e esperti, è vero questo?

      “il fundraising funziona così: l’agenzia sgancia alla GROSSA ONG (non voglio fare nomi, cmq una di queste ha un panda nel simbolo) una forte somma (tipo 1 mln di €, o 5 mln di €, insomma si accordano loro).
      Dopodichè l’agenzia ha il diritto di mettere giù dei banchetti in quella nazione per TOT tempo e chiedere soldi (non contanti, vietatissimo, ma tramite l’acquisto di una tessera da pagare tramite RID) in nome e per conto di quella ONG. Con il simbolo eccetera intendo.
      Naturalmente l’agenzia ha GIA’ sganciato, quindi quei soldi li prende lei, non vanno alla ONG.
      Tutto ciò che eccede la somma iniziale è dell’agenzia.”

      E’ molto importante per me sapere questo poichè sto decidendo se far parte o no di un team di marketing che fa fundraising e vorrei sapere esattamente quale percentuale dei soldi raccolta va alle opere umanitarie. ho fatto un breve calcolo sapendo stipendio tipo, percentuale al lavoratore e somme donate e in effetti pare che non ci sia spazio per la quota per l’associazione ONG vera e propria…

      Vorrei essere trasparente al cento per cento con le persone che donano fondi.

      Rispondetemi gentilmente a: diana_baldi@yahoo.it

      grazie

  5. Buongiorno Paolo.
    Ho subito segnalato il tuo blog sul mio, quale punto di partenza per chi volesse interessarsi alla questione del “fundrising 2.0”. Nel farlo ho fatto riferimento ad un futuro possibile sito Ungamungashow.com, paragonando questa nuova frontiera di possibile betterness al vecchio caro colonialismo studiato sui banchi di scuola. Complimenti per il tuo lavoro!

  6. A quanto pare anche in Francia l’argomento rendicontazione delle ong è entrato in una fase calda, proprio a proposito della nascita del charity navigator francese… I blogger francesi semprano un po’ conservatori in materia (causa anche una scarsa trasparenza su chi sta dietro il progetto scan-ong) ma l’associazione dei fundraiser francesi ci ha fatto anche un sondaggio i cui risultati saranno pubblicati sulla loro rivista (insomma tutte cose che noi non abbiamo!)
    qui i post:
    http://www.agitateursdesolidarite.org/les_agitateurs_de_solidar/2008/02/ong-et-communic.html
    http://congol.blogspot.com/2008/02/keldoncom-le-comparateur-de-don-en.html

    Qui il sondaggio:
    http://www.fundraisers.fr/fundraizine/fundraizine_sondage.php5

    Qui il sito di Scan-ong:
    http://www.ong-scan.org/

  7. Caro Paolo,

    leggo solo adesso questo tuo vecchio articolo e relative risposte e rilanci. Articolo che contribuisce non pco a gettare discredito sul fund raising. CHe questo in Italia debba crescere soprattutto in qualità e sperssore culturale e sociale, non c’è dubbio!!! Ma non certo per le ragioni addotte dall’articolo.

    Mi piace davvero dire che sottoscrivo parola per parola quanto detto.

    E aggiungo un elemento che, nonostante sia passato tanto tempo dalla notizia, rimane ancora vivo.

    Agli italiani (comunque ai donatori) interessa la rendicontazione contabile e amministrativa, oppure interessa la rendicontazione sociale?

    Se interessa quella contabile allora stiamo freschi, perchè siamo in un paese in cui pagando un certificatore si può certificare tutto. D’altro canto sulla carta i conti di Parmalat erano apposto, no?

    E purtuttavia la rendicontazione amministrativa va fatta, ma senza vizi ideologici di fondo. Ossia che chiunque piglia soldi tenti di imbrogliare e noi vogliamo andare a controllare…..

    Se invece – come io credo – interessa soprattutto se il mio euro donato è stato efficace, ossia se gli obiettivi che la organizzazione si è prefissato di raggiungere sono stati raggiunti, beh allora la cosa diventa molto interessante. Il bilancio sociale è questo, non altro. Allora il fatto che una organizzazione spenda il 5 il 10 o il 20% di costi generali per raggiungere l’obiettivo e la mission è assolutamente secondario. Anche perchè una cosa è essere una org filantorpica che prende soldi e li trasferisce a qualcun altro (es: Telethon) altra cosa è essere una organizzazione operating in tutto per tutto. Una cosa è essere una ONG altra cosa è essere una Coop sociale dove i costi generali e di personale sono evidentemente più alti).

    Insomma quando la smettiamo di fare queste discussioni inutili sulla onestà delle ONG? Andiamo ai risultati per favore.

    E quando dico questo lo dico anche con un senso di preoccupazione perchè ho l’impressione che sia più facile certificare l’onesta contabile piuttosto che l’onestà intellettuale. E ho l’impressione che molte ONG sulla carta si presentano come molto efficaci ma alla luce di veri bilanci di missione (ossia non dei meri esercizi di autocelebrazione in cui ognuno se la canta e se la suona senza coinvolgere gli stakeholders) credo che avrebbero molto da rivedere nella lolro mission nelle loro strategie di azione. Pur restando oneste.

    Insomma, in una parola, il fund raising serve a cambiare il mondo e allora è una questione politica e sociale, oppure serve solo a fare cassa e allora è una questione contabile?

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