Unsubscribe: Amnesty va web 2.0 contro la tortura


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Qualche giorno fa Francesco Santini mi ha segnalato un video di grande impatto girato nell’ambito della campagna di Amnesty International, unsubscribe, contro la falsa opzione tra terrorismo e violazione dei diritti umani tra cui dopo l’11/9 siamo stati chiamati a scegliere.

Il video, che mostra una più che verosimile scena di tortura in un campo per presunti terroristi occidentale (ed è vietato ai minori di 14 anni), lo trovate su Campagne Sociali ed è un buon esempio di come internet stia contaminando con il suo linguaggio anche i media più tradizionali diventando, tra l’altro, il terminale di ogni interazione con il pubblico.

Proprio sul sito di unsubscribe vorrei spendere però qualche parola in più perché siamo di fronte a una delle più avanzate sperimentazioni di come le logiche del web 2.0 si possano applicare al campaigning e al fundraising. Perché?

Eccovi alcune buone ragioni:

Unsubscribe spread the word

1. la grafica del sito riprende la navigazione per tag (etichette) propria del web 2.0 e alla base anche di quel web semantico che prepara il passaggio al web 3.0 (nessuno spavento, please… è solo, tra le altre cose, un modo per dire che si sta cercando di mettere un po’ di ordine al caos informativo che caratterizza la rete oggi);

2. il sito è fatto da quelle persone, con nome e cognome, che hanno partecipato all’interazione, mettendo al centro ancora una volta il potere che ognuno di noi ha di fare la differenza;

3. sempre in questa logica, ognuno degli utenti può verificare i suoi progressi, ossia a quali azioni ha contribuito e a quali ancora no (per chi è pratico di Facebook Causes la logica dovrebbe essere abbastanza chiara). Questo incentiva l’interazione continua (e le occasioni, credetemi, non mancano) e aiuta l’utente a esplorare tutte le aree del sito sulle quali non è ancora passato;

4. le forme di interazione sono basate principalmente sull’altro caposaldo del web 2.0 (ma anche del fundraising 2.0… e 0.0, 1.0 ecc., come sa ogni fundraiser): il passaparola (il “word of mouth“);

Unsubscribe group5. unsubscribe si integra già oggi con molte delle più importanti piattaforme di Social Network e affini, come Orkut, Live Journal, My Space, Facebook, Flickr e Bepo;

6. i widget (realizzati e distribuiti tramite widgetbox) e i bottoni sono realizzati con cura e con grande intelligenza “virale”, permettendo anche di iscriversi da altri siti o blog alla campagna. Grazie al widget del formulario di iscrizione si realizza qualcosa di molto simile al decentramento delle funzioni elettorali, dove ognuno può votare, firmare in questo caso, dal seggio più vicino invece che recarsi necessariamente in comune o in prefettura. In altri termini, dopo il personal fundraising siamo al personal campaigning;

7. ovviamente il sito fa anche da supporto alla circolazione del video virale su YouTube (per la visione vi rimando a Campagne Sociali);

8. grazie al tagging e agli RSS Amnesty ha creato una pagina (qui) su cui potrete seguire (partecipandovi) la grande conversazione che sta avvenendo nella blogosfera sulla campagna unsubscribe.

Io mi fermo qui, ma sono sicuro che esplorando il sito troverete altre buone ragioni per prendere unsubscribe come punto di riferimento delle vostre prossime campagne web 2.0.

ps.: per saperne di più, vi rimando al post su Internet-Fundraising.it (qui) e all’articolo di The Guardian (qui), sempre segnalatomi da Francesco Santini dove si parla della campagna.

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2 pensieri su “Unsubscribe: Amnesty va web 2.0 contro la tortura

  1. ciao paolo, più guardo questa campagna di amnesty più mi piace anche rispetto ad altre di cui hai o abbiamo parlato nei nostri blog. Non so…forse sarà questa forte integrazione che hanno cercato con tutti gli strumenti e molti siti che fanno social networking.

  2. ciao Francesco, trovo anche io molto avanzata l’integrazione tra i vari canali e ho l’impressione che questo sito rimarrà a lungo un punto di riferimento per il terzo settore. Non adatto per tutti, ma a cui tutti credo possano e debbano ispirarsi (non a caso la NSPCC con be the full stop sta facendo qualcosa di simile).
    A questo punto il problema è quello a cui un tempo accennavamo: chi coordina la conversazione? con quali competenze? E poi: quanto costa rimanere sempre sul pezzo, anche tecnologicamente?

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