Mettici la faccia! Il fundraising 2.0 e le persone


Ho più volte ripetuto che il fundraising 2.0, così come il web 2.0, sono il volto umano della rete. Un luogo dove le relazioni fra persone si fanno evidenti e dove ognuno può scegliere di mettersi in gioco: diventando un personal fundraiser, come Beth Kanter; un art director o un attore, come nel caso delle campagne di Greenpeace; o, più semplicemente, dove ciascuno può scegliere di metterci la faccia a favore di un’organizzazione o, più frequentemente, di una causa in cui quel momento si riconosce come propria.

Personalmente credo che proprio questa possibilità sia una delle più potenti e delle meno sfruttate dalle associazioni. Ed è un peccato! L’esperienza di Greenpeace dimostra chiaramente come le persone siano disposte a mettersi in gioco, purchè il meccanismo sia chiaro e coinvolgente (l’emozione, il calore umano, sono o dovrebbero essere alla base della nostra comunicazione perché sono alla base del perché le persone donano, tempo o denaro).

Per questo vi segnalo una campagna che, pur tra mille limiti tecnici, va in questa direzione:  Face up to poverty.

face up

Come si dice nella presentazione è la più grande petizione mai lanciata in Australia che si avvalga non di firme, ma delle facce dei suoi sottoscrittori.

Il meccanismo è abbastanza semplice: chi vuole aderire può mandare il proprio MMS agli organizzatori, oppure può caricare direttamente sul sito la propria immagine. Il suggerimento, per dare più coerenza al tutto, è che gli aderenti ritocchino la fotografia inserendo anche l’appello della campagna, che è l’ormai celeberrimo Make Poverty History.

Il tutto andrà a comporre una sterminata galleria fotografica, come potete vedere in questa immagine.

Face gallery

Non solo: dietro c’è anche un  meccanismo di joint fundraising (simile a quello dei nostri SMS solidali) perché si può aderire anche attraverso un SMS alla campagna, ma in questo caso il costo dell’intero messaggio sarà devoluto a Make Poverty History.

Tutto semplice… sì, ma non dimentichiamo mai che le campagne non vivono solo su Internet.

Anche in questo caso, oltre all’ormai indiscussa forza del brand Make Poverty History, la campagna su Internet è il corollario di una serie di concerti che alcuni giovani artisti faranno per le strade dell’isola. Insomma, Internet cambia il modo di pensare agli eventi, ma non li sostituisce.

Make pledge

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