
Lo dico subito, questa volta non si parla di fundraising online né di social media.
Si parla in qualche modo dei bambini che vedete rappresentati nella foto in alto. Bambini poveri, come milioni di altri in Africa. Bambini che non hanno neanche i soldi per un quaderno o per due pasti al giorno. Ma bambini con una loro dignità e il diritto di essere rispettati e rappresentati in maniera autentica. Perché vi parlo di loro?
Avrei voluto scrivervi di alcune cose interessanti che mi è capitato di studiare in queste ultime settimane, mentre pubblicavo le previsioni sull’Internet fundraising del 2008. Mi ronzava però nella testa un appello lanciato prima di Natale da Beppe Cacòpardo (l’appello lo trovate sul blog di Melandri), un consulente tra i più stimati in Italia e anche, in molte occasioni, un “collega”.
Il tema è quello dell’etica della comunicazione sociale, in particolare di quella particolare forma di comunicazione sociale che per il fatto di arrivare solo nella nostra cassetta della posta spesso non fa notizia, né scalpore: il direct mail marketing.
Dico subito che non sono un bacchettone (e chi mi ha seguito su Campagne Sociali lo sa). Gli appelli di raccolta fondi devono saper raccontare una storia e parlare innanzitutto al cuore delle persone. Chi si illude di raccogliere fondi parlando solo alla testa perde il suo tempo e forse non ha capito molto degli uomini (e delle donne).
Non sono perciò neanche un fan di quelle campagne raffinate ed eleganti ricche di metafore, ma che non arrivano mai al punto. Un vecchio collega, compagno di viaggio tra le miserie, economiche e morali, della Cambogia di qualche anno fa soleva ripetere: “la merda è merda! Non si può chiamare in un altro modo“.
Però tra questo e l’uso di immagini strumentali alla sola raccolta fondi (che purtroppo funzionano!!!), immagini che non solo ledono la dignità dei bambini e degli adulti rappresentati, ma fanno da sfondo a ricostruzioni della realtà spesso artefatte (pensate davvero che l’Africa sia quella dall’immagine del bambino scheletrico?) e a obiettivi generici ce ne corre.
Anche se ci occupiamo di marketing per il non profit, se il nostro obiettivo è quelo di sviluppare le nostre organizzazioni e sostenerne i progetti vorrei fosse chiara una cosa, una volta per tutte: questo modo di raccogliere fondi (quello denunciato da Beppe Cacòpardo) non ha niente a che fare con il modo in cui le organizzazioni serie, con bilanci certificati, operatori professionali sul campo, trasparenza sui progetti comunicano.
E non ha niente a che fare con l’etica di una professione che ha codici di condotta rigorosi (qui il codice di Assif, Associazione Italiana Fundraiser e qui la Carta della donazione), di cui si è dotata proprio per la delicatezza delle tematiche in cui noi professionisti siamo coinvolti.
A noi fundraiser dovrebbe stare il compito di attenerci scrupolosamente all’etica della professione evitando questo tipo di messaggi. Ma vorrei che anche i donatori (e i figli dei donatori) ci aiutassero in questo compito.
Volete continuare a ricevere immagini come questa?

Se non volete c’è un modo semplice e “di mercato” per liberarvene (e liberarcene). Cestinate e fate cestinare questi appelli oppure chiedete informazioni dettagliate su come verranno spesi i soldi, i vostri soldi, a fine anno (ammesso che al telefono vi risponda qualcuno in grado di darvi notizie).
Li aiuteremo a comunicare meglio… e forse a essere un po’ più rispettosi dei beneficiari dei loro progetti.














