Il mondo virtuale di Second Life, di cui si è a lungo parlato in queste pagine, è sicuramente un modello attraente. Non a caso in questi anni sono nate diverse piattaforme che in parte ne riprendono gli aspetti fondamentali e, in particolare, l’uso di un’interfaccia che si avvicini a quella della nostra vita quotidiana.
Ma già dal 2000, e perciò prima di Second Life, in Finlandia è presente una comunità esclusivamente dedicata al mondo degli adolescenti dove si svolgono eventi, feste, concorsi, sondaggi (e tanto altro) e dove si può anche videochattare con le star in visita alla comunità. Il suo nome è Habbo e si presenta come un hotel con tanto di commesso che vi accoglie all’ingresso.
Nel Regno Unito la comunità ha avuto un successo incredibile (750.000 utenti unici al mese), tanto da consigliare a due delle più importanti associazioni inglesi, l’NSPCC (la National Society for the Prevention of Cruelty to Children) e Child Line (il Telefono Azzurro inglese) di entrarvi in forza con un progetto finalizzato ad analizzare e prevenire il fenomeno del bullismo (che non colpisce, ahimé, solo la penisola).
E’ nato così il Childline Zen Garden Room, uno spazio dove grazie all’organizzazione di eventi e alla presenza costante di un moderatore, le due associazioni vogliono cercare di ascoltare i ragazzi, capire i meccanismi che stanno dietro al dilagare del bullismo, e indurre, dove possibile, gli utenti del Giardino Zen a denunciare i casi in cui sono stati in qualche modo coinvolti.
L’idea è molto interessante, e non è neanche la prima del genere. Già un’altra associazione inglese, impegnata nella prevenzione della diffusione della droga fra gli adolescenti, ha da tempo un suo spazio in Habbo e la stessa NSPCC qualche tempo fa aveva già approcciato il mondo virtuale di Habbo per promuovere la campagna “Don’t hide it anymore” (Non nasconderlo più) riuscendo a portare sul suo sito, secondo quanto afferma la BBC, oltre 13 milioni di avatar (gli Habbos) della comunità per teenager.
A me, oltre a sembrare un’ottima idea di comunicazione e ben sviluppata (si vedano anche le brevi note di Steve Bridger sul tema), sembra anche un’operazione molto intelligente che esce dagli stereotipi (le troppe voci che continuano a demonizzare le comunità virtuali) e decide di sporcarsi le mani andando a incontrare i ragazzi lì dove si ritrovano, e perciò anche in rete, cercando di ascoltarli invece che catechizzarli.
Un’idea che non mi dispiacerebbe fosse sviluppata anche in Italia.

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