Inserito da: paolo.ferrara | 1 Novembre, 2009

L’email è mobile… soprattutto in Italia

Contactlab ha appena sfornato la prima edizione del European E-mail Marketing Consumer Report una ricerca condotta insieme a Human Higway che confronta i diversi utilizzi della mail in cinque paesi diversi, Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito.

Il dato che più balza all’occhio è sicuramente quello dell’uso della mail in mobilità. Sono ben 4 milioni gli italiani che utilizzano dispositivi mobili come i telefoni cellulari per connettersi alla propria e-mail. Una percentuale del 18% sui 21,4 milioni di utenti  maggiori di 15 anni che si connettono a internet almeno una volta alla settimana. Un dato che, ma forse ce lo aspettavamo, non ha eguali nel resto d’Europa.

Questo dato si raggiunge sommando device quali smartphone, iPhone, iPod, Pda e Blackberry a testimonianza di come ormai l’offerta, e la domanda, in questo paese siano variegate e non facciano più molta differenza tra le diverse destinazioni d’uso degli strumenti. A unirle ci sono, da un lato la possibilità di collegarsi non più solo la connessione dati del proprio “telefonino”  ma anche grazie a punti wi-fi, dall’altro la necessità sempre più avvertita dagli italiani di essere continuamente connessi.

Che gli italiani amino la mobilità del resto lo dicono tutte le ricerche e ce lo ricorda il fatto che ben il 31% degli intervistati in Italia abbia detto di connettersi a Internet tramite il servizio di connettività offerto dal suo gestore di telefonia mobile, contro il 16% dei tedeschi e il 12% degli inglesi o l’8% dei francesi (che per la verità dimostrano più spesso di scostarsi dalla media nelle modalità d’uso degli strumenti tecnologici). E siamo anche il paese che usa più spesso la rete per spedire sms e fax, servizi che di solito passano, appunto, dai nostri telefoni.

Quello che più conta però è la qualità di questo utilizzo: a livello europeo il 55% degli utenti non solo può visualizzare le immagini nelle email, ma attiva questa funzione anche in mobilità. Questa percentuale sale al 63% in Italia, avvicinandosi sempre di più al dato della posta elettronica più tradizionale dove ben l’82% degli utenti italiani vede e sceglie di vedere le immagini di una mail (dato uniforme al resto d’Europa).

Insomma l’email in mobilità, specialmente in Italia, diventa sempre più simile all’email “classica” e apre probabilmente nuovi orizzonti (soprattutto quando le tariffe per navigare in mobilità scenderanno) alle possibilità d’uso che anche noi fundraiser possiamo fare di quell’email marketing troppo presto dato per sepolto.

Un altro dato interessante per chi fa fundraising è quello della tipologia di newsletter a cui ci si iscrive. Detto che il settore del turismo e dei viaggi rimane quello di gran lunga dominante e che gli italiani sono invece più degli altri attratti dai servizi dei loro gestori di telefonia (ma va?) e da quelli delle loro community di appartenenza, mentre i francesi amano ricevere news e aggiornamenti sulle aste online, gli inglesi e gli spagnoli di servizi finanziari e i tedeschi di informazioni dei loro gestori di connettività Internet… cosa ne è delle newsletter delle organizzazioni non-profit?

Ed eccolo il dato, in parte nuovo: ben il 33% degli italiani riceve nella propria casella di posta newsletter delle associazioni di cui fa parte, una percentuale superiore addirittura a quella del Regno Unito e sensibilmente superiore a quella degli utenti francesi e tedeschi.

Un dato che leggerei in due modi, forse veri entrambi a loro modo: da un lato un crescente dinamismo da parte delle nostre organizzazioni almeno sul fronte della comunicazione online; dall’altro il frutto dello spropositato numero di non-profit che si muovono in Italia.

Ultimi due accenni ai dati di una ricerca che, come al solito, vi consiglio di scaricare e studiarvi. Il primo è quello relativo alla crescente percezione di essere sommersi da email spazzatura. Il secondo riguarda invece la penetrazione di Internet nel nostro paese secondo i dati di questa ricerca: e qui, tolta la Spagna, come al solito le notizie non sono confortanti. Speriamo nel futuro…

 

Per chi vuole scaricare questo report e tutti gli altri pubblicati da Contaclab: http://www.contactlab.com/paper/emcr/66/email-marketing-consumer-report.html

Inserito da: paolo.ferrara | 4 Ottobre, 2009

5 parole per un vocabolario: soldi

http://www.terredeshommes.it/terremoto_sumatra.php

Nei primi quattro giorni di questo breve viaggio tra le parole della mia vita professionale ho continuato ad avere un tarlo. Non sapevo quale dovesse essere l’ultima parola. Avrei potuto parlare di Sviluppo, Carità, Aiuto e forse mi sarei trovato ancora più a mio agio con le parole Amore o Vita.

Ho scelto invece di chiudere con Soldi. Una parola considerata inelegante. I soldi: oggetto del desiderio, strumento di realizzazione personale, fonte di disperazione. I soldi comprano. I soldi corrompono. E chissà cosa devono pensarne dei soldi quel Miliardo e 900 milioni di persone che si portano a casa, secondo la Banca Mondiale, non più di 1 dollaro e 25 al mese. Di sicuro di soldi non ne vedono molti.

Ricordo il mio primo viaggio nella martoriata Cambogia, distrutta prima dall’abominio dei Khmer rossi, poi dall’occupazione vietnamita. All’epoca la Cambogia era ed è uno dei paesi più corrotti del mondo, tutto si ottiene con i soldi. Un’autorizzazione. Un passaggio. Collaborazione. Silenzio. Si comprava e si compra il sesso. Come in ogni parte del mondo, ma a prezzi da saldo. E si comprava e si compra la vita.

Avevano iniziato i vietnamiti, poi l’UNTAC, la forza delle nazioni unite creata per favorire la cosiddetta “transizione democratica”. Con tanti dollari a disposizione i militari non trovavano niente di meglio da fare che comprare povere vite innocenti. I soldi degli occidentali erano onnipotenti e l’offerta infinita.

Era il 2001. A Phnom Penh fiorivano i finti centri massaggi dove ragazze sempre più giovani erano costrette a vendere la loro vita. Ma era solo l’inizio. Oggi la Cambogia è una delle mete preferite del turismo sessuale. Allora si affacciava ancora timidamente in questa triste classifica.

Ricordo ancora i visi delle bambine che avevamo letteralmente dovuto “comprare” perché potessero uscire dai bordelli di Phnom Penh. I soldi le avevano rese schiave. Quegli stessi soldi, che tutto potevano, le avevano anche liberate. Certo, il percorso era ancora incerto e irto di difficoltà, ma altri soldi avrebbero permesso loro di tornare a scuola, imparare un lavoro… chissà, forse un giorno sposarsi, avere una famiglia e un mestiere. Intanto, seppure impaurite, le vedevo lì, ancora innocenti, ancora dolcissime nel giocare con le bambine più piccole dei centri.

Soldi. Nel mio lavoro soldi ne ho dovuti cercare molti. E ho visto tante vite private dei soldi e di qualsiasi altro aiuto. Non credo che i soldi facciano la felicità o che siano tutto: mi è capitato di entrare in posti dove avrebbero dovuto regnare povertà, miseria, malattia eppure quello che ci ho trovato è sempre stata una gran voglia di vivere che sprizzava da ogni poro della pelle, che si stampava nei sorrisi e negli sguardi impertinenti di ognuno dei bambini che ho incontrato…

Vita, Amore, Solidarietà, Condivisione, Giustizia, Carità, Competenza, Coraggio… Ognuna di queste parole ho scoperto che aveva e ha un senso e un posto. Ma ho anche imparato che i soldi servono. I soldi che hanno tirato fuori da un bordello tre ragazzine della Cambogia. O quelli con cui ogni giorno cerchiamo di ricostruire luoghi di speranza e protezione per i bambini di strada di Managua, Maputo, Lima, Baghdad e in queste ultime ore a Sumatra, devastata dal terremoto. Perché anche i soldi possono dare forma alle speranze e ai sogni di migliaia di bambini e non finirò mai di ringraziare tutte quelle persone che in questi anni con la loro generosità e i loro soldi hanno cambiato la vita anche di un solo bambino.

Un saluto da Paolo Ferrara e grazie agli amici di Fahereneit.

ps.: si chiude così questa bella esperienza su Radio 3. Dalla settimana prossima torno a parlare di Innovazione e raccolta fondi… ma tutto sommato di fundraising e delle motivazioni che spingono molti di noi a fare questo lavoro credo di aver parlato anche in questa settimana. A presto

Un ringraziamento va anche a Marco Scarpati, che ho risentito al telefono qualche giorno fa: con lui ho fatto il mio primo viaggio sui progetti e a lui devo un grazie perché qualche giorno fa mi ha ricordato che questo lavoro lo si può fare in tanti modi diversi… ma che io preferisco quello che mette sempre al centro le persone, ogni singola persona che si è incontrata lungo il proprio cammino. Grazie Marco

Inserito da: paolo.ferrara | 4 Ottobre, 2009

5 parole per un vocabolario: Solidarietà

A me piace accomunare il termine Solidarietà con Simpatia, una parola di origine greca che letteralmente significa “provare emozioni con…” o “patire insieme”.

La simpatia nasce quando i sentimenti o le emozioni di una persona provocano sentimenti simili anche in un’altra, creando uno stato di "sentimento condiviso". Vicino a questa parola ce ne è un’altra, molto bella: l’empatia, ovvero la capacità di percepire i sentimenti di altre persone. Grazie alla simpatia e all’empatia noi possiamo sentirci vicino ad altri esseri umani, sentire il loro disagio e le loro sofferenze e avere voglia di aiutarli. E qui scatta la solidarietà, uno di quei meravigliosi meccanismi che fa andare avanti il mondo.

In Costa d’Avorio, mi è venuta incontro la storia di Yaoulo. 35 anni. Forte. Intelligente. Grande lavoratore. Un incidente gli aveva irrimediabilmente tolto l’uso della mano destra. La sua vita e quella della sua famiglia stavano precipitando verso il baratro. Un giorno Yaoulo, insieme a sua moglie, tentano l’ultima carta. Hanno saputo che grazie all’intervento di Terre des hommes è nata un’associazione di mamme che gestisce un piccolo capitale, frutto di autotassazione, con cui finanziare attività generatrici di reddito.

Yaoulo e sua moglie si rivolgono all’associazione chiedendo un piccolo prestito per aprire un commercio di uova. Le volontarie dell’associazione lo aiutano a compilare un semplice piano finanziario e alla fine, in riunione plenaria, decidono di approvare il prestito. L’attività di Yaoulo oggi va a gonfie vele e il prestito poco alla volta si sta riducendo grazie alla solidarietà di un quartiere che ha imparato a prendere il proprio destino per mano.

La solidarietà accomuna davvero tutti gli uomini e le religioni. Conosciamo l’importanza della carità per il Cristianesimo. Il buddhismo parla d’interdipendenza di tutti gli esseri: fare del bene agli altri è come farlo a se stessi. Per l’Islam il devoto ha l’obbligo della Zakah, una donazione di alimenti per i più poveri pari al 2,5% del suo reddito. Gli ebrei hanno ugualmente l’obbligo della Zedakà, termine che viene dalla parola zedek, che vuol dire giustizia.

Interessante concetto: donare una parte di quanto abbiamo è fare la cosa giusta.

Edmond Kaiser, fondatore di Terre des Hommes, la Terra degli uomini la pensava proprio così quando 50 anni fa, alla nascita del nostro movimento per i diritti dei bambini, scriveva: “Senza pregiudizi politici, religiosi o razziali, Terre des hommes è costituita solamente di esseri umani che lavorano per altri esseri umani e nasce da un atto di giustizia non di condiscendenza

E quando cammini per le bidonville di Abidjan o le strade di Addis Abeba o Managua vi assale proprio un sentimento di profonda ingiustizia per tutti quei bambini costretti a vivere di stenti e senza protezione. Ma so che finché saremo capaci di provare “solidarietà” verso gli altri ciascuno di noi potrà fare sempre qualcosa per i più poveri, i più indifesi. E scopriremo che questo dono può fare anche qualcosa di importante anche per noi stessi, arricchendoci e facendoci ritrovare la nostra stessa umanità.

La parola di domani è Soldi.

Un saluto da Paolo Ferrara, Terre des hommes Italia

Per chi vuole saperne di più:
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm

ps.: grazie a Rossella per il prezioso sostegno.

Inserito da: paolo.ferrara | 30 Settembre, 2009

5 parole per un Vocabolario: Mamma

La parola di oggi è Mamma.

Mamma. Non so per voi. Per me è sicuramente la parola più bella. Mi da un senso di protezione e dolcezza. Proprio una Mamma è la protagonista della storia di oggi. Si chiama NADEGE, ha 26 anni, ma ne dimostra di più e forse l’età, quella vera, non la conosce nemmeno lei.

Incontro Nadege a Yaou, un villaggio lungo la strada che da Abidjan, in Costa d’Avorio, porta verso il Ghana, in una zona che una volta era il centro del mercato ell’ananas.

Nadege su quella strada vende, o cerca di farlo, frutta e verdura ai viaggiatori. Ogni mattino si alza prima dell’alba per recuperare il poco da offrire ai clienti. E fa tutto da sola, anche se avrebbe un compagno… ma da queste parti è noto, sugli uomini puoi fare poco affidamento… Anche se quell’uomo ti ha regalato una gravidanza.

Nadege aspetta un figlio, sta per diventare mamma, ma non ha mai avuto tempo, voglia o soldi per preoccuparsi della sua salute e di quella del nascituro. Si dice “è Dio che dà e che toglie… e poi le ostetriche costano, non ho niente da imparare o soldi da regalare a nessuno…”.

Un giorno però lungo la strada nota un gruppo di persone: c’è musica, gente che parla e pare stia per iniziare un film. La curiosità, per una volta, vince sulla necessità. Col suo pancione di 6 mesi si fa largo tra la folla, in gran parte di donne incinte come lei, molte conoscenti: “ma che succede”?. “Ci sono quelli di Terre des hommes, gli italiani, sono qua per aiutare a migliorare la salute del villaggio, così dicono gli anziani”, le risponde una signora di una certa età.

Inizia il film, realizzato con notissimi attori locali ivoriani. Narra le vicende di una signora incinta… refrattaria, come lei, a ogni visita medica. La signora ha una gravidanza a rischio che potrebbe far morire lei e il figlio che porta in grembo, ma grazie alla diagnosi dell’ostetrica del Centro di Salute riesce a salvarsi.

Il film fa effetto. Anche grazie ai “testimonial” come si direbbe qui da noi. Così Nadege si presenta dalle ostetriche di Terre des hommes col suo pancione e viene visitata. Qualcosa non va, Nadege è anemica, mangia male, si affanna troppo. A rischio non c’è solo la gravidanza, ma anche la sua stessa vita. Fortunatamente però è arrivata in tempo… e anche la sua vita viene salvata, proprio come nel film.

Nadege ha imparato che l’igiene, il cibo… anche il lavoro.. sono tutte cose a cui bisogna stare attente se si vuole portare a termine una gravidanza. Ha imparato che ci si può prendere cura di sé stesse e dei propri diritti compreso il diritto di decidere quando e con chi rimanere incinte. E’ bastato suscitare la sua curiosità e offrirle un po’ di fiducia e competenza per salvare la vita a lei e a suo figlio che oggi porta un nome italiano, Alessandro, come quello del mio collega che ne ha seguito il caso in Costa d’Avorio.

Nadege è una donna fortunata, ma ancora oggi 536.000 donne muoiono ogni anno a causa del parto e il 90% nei paesi più poveri del mondo e per ogni donna che muore al parto, circa 20 vivono effetti devastanti per la loro salute: infezioni, malattie, disabilità permanenti, emorragie, fistola. Oltre 10 milioni di donne ogni anno. Diventare mamma, in molte parti del mondo, è un mestiere ancora pericoloso.

La parola di domani è: solidarietà.

Paolo Ferrara, Terre des hommes Italia

Per chi vuole saperne di più:
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm

ps.: un ringraziamento ad Alessandro… per tutto quello che fa in Costa d’Avorio.

Inserito da: paolo.ferrara | 29 Settembre, 2009

5 parole per un Vocabolario: Migranti

Continua l’appuntamento con Farheneit di Radio3.

La parola di oggi è Migranti

Una volta si chiamavano emigranti, quando ad emigrare eravamo noi. Più di 29 milioni di italiani sono emigrati nelle americhe e in australia dal 1861 ad oggi: molti di loro erano bambini.

C’era anche un mio lontano cugino, partito a 8 anni dalla Puglia con un suo vicino di casa destinazione Stati Uniti, Ellis Island. Il vicino però lo hanno rimandato indietro e così si è trovato da solo a farsi strada in America, ma lui c’è la fatta e ha aperto anche una fabbrica di birra.

Oggi i flussi migratori sono cambiati e con loro anche le parole per indicare quelli che si spostano per arrivare in Italia. Il termine più politically correct è migranti, ma c’è chi li chiama clandestini, irregolari, persino delinquenti, il che tecnicamente (ma solo tecnicamente intendo) non è sbagliato dato che da quando è in vigore il cosiddetto Pacchetto Sicurezza essere clandestini è diventato reato.

Tra di loro ci sono tanti bambini e ragazzini che – come mio cugino – viaggiano da soli, che sono in fuga dalla guerra o dalla povertà. Spesso sono stati spinti dai loro genitori ad cercare migliore fortuna lontano da casa, altre volte a casa non lasciano nessuno perché la loro famiglia, semplicemente, non esiste più. Il loro viaggio dura mesi. A volte anni. Di frontiera in frontiera, tra mille abusi e soprusi. Costretti a lavorare come schiavi, per tirare fuori il denaro sufficiente al passaggio successivo. Denaro che finirà nelle tasche di trafficanti senza scrupoli. Schiavi, a volte trattate peggio di bestie. Non essere umani. Ecco quando si parla di loro, ci dimentichiamo sempre che parliamo di esseri umani, spesso di bambini.

Ai minori migranti l’Italia ha promesso protezione. C’è scritto nella Convenzione dei Diritti dell’Infanzia che noi abbiamo sottoscritto e che è in vigore nel nostro paese dal 1989: i bambini e adolescenti – in quanto tali, a prescindere dal luogo in cui sono nato – dovrebbero essere tutelati, protetti, assistiti e inseriti in un percorso scolastico e di formazione professionale.

Non sempre è così. Ad aprile a Roma sono stati scoperti 24 ragazzini afghani. Secondo molti si nascondevano in una condotta sotterranea delle Stazione Ostiense. E il diritto alla protezione? Nell’ultimo anno sono stati scoperti in varie occasioni i corpi di ragazzi che si nascondevano sotto i camion durante le traversate dalla Turchia e dalla Grecia per l’Italia: schiacciati durante le operazioni di imbarco e sbarco. Avevano diritto a protezione. Molti all’asilo. Ma non lo sapevano. Come Mahmut, nato in Afghanistan 14 anni fa e morto lo scorso dicembre sotto le ruote di un Tir alla periferia di Mestre, per essere stato sbalzato dal cassone del camion dove si era legato dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia.

Storie che accomunano afghani, eritrei, sudanesi, somali, ecc., che stanno sulle carrette del mare palleggiate tra Italia e Malta per ritornare in Libia in strutture dove le condizioni di detenzione sono state definite dal’Alto Commissario ONU per i Rifugiati Guterres “terrificanti”. Per gli adulti, come per i bambini. Anche Jacques Barrot, commissario europeo per Giustizia, Libertà e Sicurezza, ha detto la settimana scorsa che le condizioni per la protezione dei rifugiati in Libia sono «inaccettabili» e non possono perdurare.

Migranti… Mi piacerebbe che questa parola richiamasse alla mente sempre un’altra parola: esseri umani. Ecco, facciamo così: d’ora in poi la parola migranti facciamo finta che non esista più. Facciamo finta che il vocabolario di oggi abbia parlato di una parola “estinta”. Torniamo a parlare di Mahmut, Aysha, Youssef, Raya. Parliamo di uomini, donne, bambini. Vedrete che fa un altro effetto!

La parola del vocabolario di domani è: Mamma.

Paolo Ferrara, Terre des hommes Italia

Per chi vuole saperne di più:
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm

Per ascoltare la puntata di oggi:
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2009/audio/vocabolario2009_09_29.ram

ps.: ringrazio Rossella Panuzzo per la fondamentale collaborazione nella stesura di questo testo.

Inserito da: paolo.ferrara | 28 Settembre, 2009

5 parole per un vocabolario. La mia esperienza a Fahreneit

Nei giorni scorsi mi hanno chiesto di curare per Fahereneit di Radio3 la rubrica Voocabolario. Da oggi fino al 2 ottobre, perciò, chi vuole può ascoltarmi in diretta in radio o su Internet (qui il link allo streaming differito). Non si parla di Fundraising, ma di temi sociali che hanno molto a che fare con la raccolta fondi e con il motivo per cui faccio il fundraiser. Grazie di cuore alla redazione di Fahreneit per avermi invitato.

Qui il testo della prima puntata.

La parola di oggi è BAMBINI

Tutti lo siamo stati. Ognuno a modo suo, sia chiaro. Ma capita che si sia bambini in modi diversi quasi come capita con le mode. Sono i tempi, i luoghi, il contesto a segnare le storie individuali. E sono queste storie uniche, ma troppo spesso simili, a nascondersi dietro i numeri,

Prendete la mia storia: arrivo da terre di cafoni, come chiamavano un tempo i contadini. Vite alla ricerca di un futuro altrove, Venezuela, Stati Uniti, Germania… Italia, al nord… E i loro bambini, i miei zii, nati in viaggio, o tra un viaggio e l’altro. Cresciuti in strada, tra le salite di Ascoli Satriano e una via di Santiago del Cile. Storie di bambini troppo a lungo sepolte dalle cifre fredde dei flussi migratori.

La mia infanzia è stata diversa. I luoghi erano simili, diversi i tempi, il contesto. Io per strada ci andavo, ma per giocare a pallone tra le macchine che iniziavano a invadere i piazzali d’asfalto o a immaginare battaglie nella pietraia di una stazione, altro simbolo della modernità… Andavo a scuola, sognavo di fare lo scrittore o il giornalista e vivevo una normalità che i telegiornali raccontavano solo sotto forma di numeri: quelli dello sviluppo, delle grandi opere o della scolarizzazione.

Numeri e bambini: strano binomio. Nel mio lavoro ne sento centinaia e a volte fanno rabbrividire! 126 milioni sfruttati nel lavoro. 1,2 milioni vittime del traffico. Almeno 700.000 gli sfruttati dal mercato del sesso.

Numeri che però nascondono le storie, uniche ma purtroppo simili di molti bambini, come ho scoperto molti anni fa.

Nascondono storie come quelle di Monika. L’ho conosciuta che aveva solo 14 anni. Occhi di un azzurro stupendo e innocente come i suoi pantaloncini indossati per l’esame di terza media. Ma il corpo e l’anima portavano addosso ferite che neanche un adulto dovrebbe portare. Lei in Italia ci era arrivata quando di anni ne aveva soltanto 11. Bambina.

Allora era solo uno dei “numeri” che dall’Albania arrivavano in Puglia e poi in Lombardia. Come fosse arrivata non so: l’inganno, un rapimento o un “acquisto”, come poi ho visto fare in Cambogia. So che a 11 anni l’avevano violentata e poi ancora violentata per spezzarne ogni residuo d’infanzia e di volontà. Poi l’avevano buttata sulla strada in pasto a orchi famelici che continuavano a rubarle l’innocenza.

Di Monika ricordo ancora il terrore, braccata com’era dal suo protettore. Ma ricordo anche la voglia di studiare, la gioia di raccontare e farsi raccontare delle storie, il sogno di diventare magistrato o giornalista, proprio come me.

Non so che fine abbia fatto Monika. Non so in quale statistica sia finita. Nella conta all’ammasso degli “immigrati” o in quella di chi ha diritto al proprio nome. So che mai nessun numero potrà raccontare quanto siano state diverse storie, luoghi, tempi, contesto della nostra infanzia, eppure quanto simili i nostri sogni. Sogni di bambini.

Ci ritroviamo domani, con la parola Migranti.

Paolo Ferrara, Terre des hommes Italia

Per chi vuole saperne di più:
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/index.cfm

Qui lo streaming della prima puntata (richiede Real Player):
http://www.radio.rai.it/radio3/fahrenheit/archivio_2009/audio/vocabolario2009_09_28.ram

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