Gli italiani e le donazioni online: riflessioni e interpretazioni sui numeri del Non-Profit Report 2012

Ragazzi che periodo effervescente per il mondo del fundraising italiano e per il terzo settore in generale: sembra che la crisi stia tirando fuori nuove energie e nuovi entusiasmi, insieme a un bisogno sempre più condiviso di professionalità.

Una nuova Assif, Associazione Italiana Fundraiser, che finalmente discute, apertamente, di sé stessa e del suo statuto ontologico. Blogger sempre più attivi, giovani fuori e giovani dentro, che si mettono in gioco, collaborano e, salutarmente, si sfidano anche alla ricerca di lettori. Ricerche che, finalmente, vanno a “sfruculiare” (qui la traduzione per chi non ha nel sangue granelli meridionali) qualche vecchio luogo comune del nostro terzo settore su temi mica da ridere, come il ruolo nelle politiche di welfare, il rapporto con la responsabilità sociale delle imprese e con l’essere impresa (sociale, of course) o l’uso degli strumenti digitali nella comunicazione sociale.

Sulla comunicazione e il fundraising online, addirittura, assistiamo da qualche anno a una bella (e torno a dirlo, salutare) competizione fra Contactlab e Slash, due società che proprio a causa della sfida cercano oggi di differenziarsi con ricerche sempre più puntuali, e quindi utili, sui comportamenti in rete degli italiani.

Oggi vi racconto proprio dell’ultima ricerca di Contactlab (a cui ho in parte collaborato), il Non Profit Report 2012, frutto delle risposte di 32.000 rispondenti prospect, simpatizzanti e donatori iscritti alle newsletter elettroniche di 32 organizzazioni italiane.

Vediamo in numeri e tabelle, e commenti personalissimi, qualche dato interessante.

Se qualcuno mi dice ancora che Internet è un posto per pischelli…

Quella dell’età “troppo giovane” degli utenti online è uno dei miti con cui più spesso mi diverto nelle lezioni sul fundraising e la comunicazione online, visto che sopravvive imperterrito ad anni di ricerche, approfondimenti… e lezioni stesse (colpa del docente, sicuramente): il 32% degli iscritti alle nostre newsletter (o almeno dei rispondenti), hanno un’età media superiore a… (rullo di tamburi, squillino le trombe, udite udite…) 55 anni!

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Può significare molte cose, ovviamente: che i più giovani usano sempre di meno l’email (vero, in parte); che i più giovani non si iscrivano alle newsletter; che a rispondere siano solo i più fedeli (qui c’è gente che si occupa di sociale da più di vent’anni ed è in maggioranza…), quindi quelli con i capelli più grigi… Tutto vero, ma se gli attaccate quelli con più di 45 anni parliamo sempre è comunque di percentuali rilevanti di persone che un tempo avremmo inserito tra i nostri donatori tipo (prima che l’email cartaceo diventasse cosa da 70 e più), quindi: ATTENZIONE ATTENZIONE a coltivarli bene, dietro le email che spediamo ci sono donatori con il bollino “doc”, non trattiamoli come donatori di serie B (che poi non dovrebbero mai esistere nel nostro mestiere) e non usiamo la mail come una cloaca dove buttare di tutto senza un piano di fidelizzazione.

La ricerca ci dice anche che:

- son donne al 53%, in controtendenza rispetto ai dati dell’Internet nazionale;

- e sono laureatissime (il 44% ha almeno la laurea).

I nostri donatori sono abituati a sganciare la carta di credito più di quanto pensiamo!

A costo di devastare la pazienza dei miei poveri studenti non mi stancherò mai di partire da un dato di scenario imprescindibile: se gli diamo una ragione per usare la carta di credito i nostri donatori non sono dei marziani scesi dalla luna così diversi dagli americani di ricerche ben più famose.

Ossia:

- l’e.commerce italiano, per quanto piccolo, cresce a ritmi sostenuti;

- i nostri donatori e prospect online sono dei patiti dell’ecommerce tanto che non solo usano molto la rete, ma l’80% di loro ha fatto anche acquisti online.

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Oddio, questo dato può anche significare che la maggior parte dei nostri iscritti online arriva da un qualche fornitore di lista che ha preso i dati da un sito di e.commerce… E quindi? A maggior ragione ricordiamoci che se abbiamo la loro email è perché la usano, che se la usano nella maggior parte dei casi l’hanno fatto per ragioni commerciali… e che se non si sono ancora decisi a farci una donazione online è perché (a parte contingenti, si spera, motivi di carattere economico che hanno pesato poco o molto che sia sul 68% dei rispondenti!!!):

- non abbiamo dato loro una ragione sufficiente per donare online e abbiamo fatto in modo che non diventi un’abitudine donare anche online (il 45%, concentrati soprattutto tra i più anziani, ne fa meramente una questione di abitudine, e se è vero che le abitudini sono dure a morire, specie dopo una certa età… è pur vero che se sono riusciti ad acquistare online forse è anche perché… dove se ne ha una convenienza percepita, si possono anche cambiare le vecchie abitudini!;

- non siamo stati abbastanza trasparenti nel gestire la relazione con loro (il 49% pensa che non lo siamo!);

- non siamo stati abbastanza specifici nella richiesta e nel follow up (il 27% ritiene che siano un po’ troppo generiche le nostre richieste);

- non siamo stati abbastanza coinvolgenti e partecipativi nella vita dell’organizzazione (13%)

Per chi mi segue a lezione ricordo i trend di cui sto parlando in questi mesi e che ritrovo confermati: gli utenti vogliono maggiore trasparenza, vogliono poter scegliere, vogliono poter partecipare, vogliono essere attivati secondo processi di gamification. Tutte queste sono ragioni che, secondo la ricerca di Contactlab spingerebbero gli utenti a donare di più: ragioniamoci nelle nostre strategie!

La newsletter non è solo uno strumento di informazione: è anche uno strumento, utilissimo, di raccolta fondi

La newsletter elettronica (e in genere l’email) è un potente strumento di fidelizzazione e di raccolta fondi sul proprio pubblico. Lo confermano i dati americani (dove il fundraising online cresce al crescere del database di iscritti alla newsletter), e lo confermano le risposte dei rispondenti alla ricerca di Contactlab.

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Questo è vero su più fronti:

- nel caso del 5×1000, se è vero che lo strumento principale rimane il passaparola (che si innesca anche online, del resto), è anche vero che seguono da presso le campagne online ma, soprattutto, che di quel 12% di persone che citano la newsletter/email come canale di informazione sul 5×1000, quasi il 50% è composto da persone che ogni anno destina il cinque per mille sempre alla stessa organizzazione. Come dire: se non gli mandate il pro-memoria via email, vi state perdendo la fetta più calda e fedele dei vostri donatori di reddito!

- un 46% dei rispondenti hanno detto di aver donato (almeno di tanto in tanto, contro l’80% che acquista online… ricordiamocelo”!), attraverso Internet, il 38% lo fa “generalmente”, ma ben 1 donatore su 6 (il 16%) dice di aver donato online dopo aver cliccato su una mail/newsletter (di tanto in tanto o in occasioni specifiche, come Natale, Pasqua o emergenze umanitarie).

Quindi, se è vero che il 42% dei rispondenti sceglie la newsletter (ma anche il sito della Organizzazione Non-Profit), come strumenti principali di informazione, è anche vero, che se mi arrivano email da un’organizzazione di cui mi fido, che reputo trasparente, che mi coinvolge, ecc. ecc. e di cui normalmente leggo i messaggi per informarmi, ci sta che prima o poi io usi quello strumento anche per fare una donazione: però chiedetemelo bene e per un motivo che mi coinvolga!

Social network e non-profit, abbiamo ancora qualcosa da imparare, forse

Non conosco lo specifico la lista delle 32 organizzazioni partecipanti, ma mi fa un po’ specie che solo il 31% segua un’organizzazione non-profit su Facebook.

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Le interpretazioni possono essere le più varie. Ne ipotizzo alcune:

- le organizzazioni non hanno una loro pagina (pagina, mi raccomando, pagina!) su facebook;

- le organizzazioni non lo hanno comunicato adeguatamente o non hanno mai inserito un bottone con il link alla loro pagina di un social network (pare che nel 9% i rispondenti abbiano segnalato che non erano presenti bottoni di condivisione);

- i donatori, simpatizzanti hanno altre cose più serie (o divertenti) da fare su Facebook e non vogliono ritrovarci pure lì.

In ogni caso mi sembra ci si possa lavorare su, soprattutto partendo dalle motivazioni addotte da quel 31% che la briga di seguirci anche sui social network (e in particolare su facebook) se l’è presa. Ossia:

- trovare (e quindi offrire) un flusso costante di informazioni in tempo reale;

- condividere informazioni con gli amici (e quindi dare qualcosa che valga la pena condividere);

- trovare (e quindi offrire), un tono più diretto e informale (dove trovarsi a casa o tra amici, aggiungo io);

- attivarsi (e quindi offrire occasione per…) anche online.

Beh, la mia ve l’ho detta. E ora da blogger bradipo torno a riposo (per quanto non so), ma non senza prima avervi dato il link da cui scaricare la ricerca, la sintesi della stessa e un’accattivante infografica!

Tel chi (per bilanciare il meridionalismo dell’incipit, significa in milanese, “eccolo qui”):

http://www.contactlab.com/nonprofitreport

ps.: per chi vuole e può, ci si vede nei prossimi corsi su “fundraising e comunicazione online” a Milano (Bocconi), Monza, Varese e soprattutto a Forlì (http://www.fundraisingschool.it/corsointernetfundraising2012.html dove quest’anno sarò in compagnia del mitico Luca Conti (http://www.fundraisingschool.it/faculty.cfm?wid=176).

ps2: a Valerio Melandri e alla sua meravigliosa squadra faccio i complimenti per il bellissimo programma del Festival del Fundraising 2012: non ci sono stato (gustandomi peraltro il ruolo di papà) e avrei tanto voluto esserci perché mai come quest’anno gli argomenti, i relatori e lo spirito mi sembravano quelli giusti. Ancora una volta grazie perché se il fundraising sta uscendo dalle catacombe e inizia finalmente a parlare con una voce autorevole, lo si deve soprattutto all’energia scatenata dal prof. e dall’evento che ha messo in piedi.

Non-profit email award… Chi sarà il più bello del reame al Festival del Fundraising?

In questo periodo si stanno muovendo tantissime cose nel mondo del non-profit italiano, e il fundraising online inizia finalmente a frizzare di novità e di stimoli. Nonostante la crisi, nonostante il clima di pessimismo che si respira, questa energia, questa voglia di mettere in circolo conoscenze, esperienze, buone pratiche, innovazione, è davvero una boccata d’aria pulita e sono contento che nel lontano 2007 questo blog abbia iniziato a seminare le basi di questo cambiamento.

Nei prossimi giorni vi racconterò un po’ di questa aria di cambiamento e nei prossimi tre mesi cercherò di condividerla con gli studenti del Master in Fundraising, della Fundraising School, del Master Non Profit della Bocconi e con i ragazzi di Ancona, Varese e Monza, intanto volevo condividere con voi un evento che auspicavo da parecchio tempo e che finalmente, grazie agli amici di Contactlab, si è materializzato: un premio per le migliori email del terzo settore.  Di seguito trovate il comunicato: il tempo è pochissimo, perciò affrettatevi.

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Al via il Non Profit Email Award 2012.  ContactLab promuove una nuova iniziativa nell’ambito dell’Italian Fundraising Award 2012, in occasione del Festival del Fundraising. Il Non Profit Email Award 2012 è la prima edizione del concorso che premia le migliori newsletter e campagne email delle ONP.

L’iniziativa è rivolta a tutte le organizzazioni non profit che possono iscriversi e partecipare al concorso compilando l’apposito form (fino al 19 aprile) e candidando fino a 5 campagne. A partire dal 20 aprile saranno gli utenti web a votare, esprimendo la propria preferenza sulle newsletter e campagne email candidate. Le prime 10 in shortlist verranno presentate durante il Festival del Fundraising, occasione in cui la votazione si sposta offline: saranno i partecipanti dell’evento, votando in loco, a decretare la campagna email vincitrice.

L’organizzazione non profit la cui campagna risulterà più votata riceverà una donazione di 2.000 euro! Sei una ONP? Partecipa al concorso e candida subito le tue migliori campagne email! Per maggiori informazioni info@nonprofitemailaward.it.

http://www.nonprofitemailaward.it/

Italian Fundraising Award: candida Donatore, Volontario e Fundraiser dell’anno

Ormai la rete ne parla da giorni, il mondo dei fundraiser si è mobilitato e siamo tutti curiosissimi di sapere com’è andata… Di cosa parlo? Ma del primo Italian Fundraising Award, ovvio no?

Il mitico Valerio Melandri ci spiega tutto in questo video:

Sul sito trovate tutte le informazioni: http://www.festivaldelfundraising.it/45-Programma/127-Fundraising_Award/

Io non ho ancora deciso chi candidare… ma appena lo so faccio outing!

 

 

Parlare di Social Network e Fundraising con i Lions

Qualche settimana fa sono stato invitato dal Distretto “La Grande Milano” dei Lions a parlare di Social Network e raccolta fondi, partendo da un’esperienza concreta. E’ stata una bella occasione di scambio e anche di apprendimento, visto l’alto livello dei relatori (gli altri!), tra cui la bravissima Mafe De Baggis.

Sono 20 minuti di video in cui si parla di tante cose, ma soprattutto dell’importanza del cambiamento.

Se avete voglia di condividere le vostre opinioni il blog è aperto.

Se avete voglia di seguire uno dei miei corsi, intanto vi segnalo quest’appuntamento nel quale dividerò la scena con il grande Luca Conti:

http://www.fundraisingschool.it/corsointernetfundraising2012.html.

Una raccolta fondi per Haiti… provando a usare FundRazr di Facebook

le piccole scuole comunitarie di Belle Fontaines ad Haiti

le piccole scuole comunitarie di Belle Fontaines ad Haiti

Nei prossimi giorni festeggerò i miei primi 40 anni e mi piaceva celebrarli in maniera solidale e innovativa con gli amici e con la rete. Per questo ho scelto di avviare una piccola campagna di personal fundraising usando FundRazr, una piattaforma di raccolta fondi Social, perfettamente integrata con Facebook e Twitter.

L’obiettivo è quello di raccogliere almeno 500 Euro da destinare, al posto dei regali, ai bambini di Belle Fontaines, una delle comunità dimenticate ai bordi di Port au Prince (Haiti) dove solo Terre des Hommes è intervenuta in questi due anni.

L’obiettivo è volutamente piccolo e concreto e sarà utilizzato per permettere alle piccole scuole comunitarie di avviare la realizzazione di un orto o l’acquisto di alberi da frutto: strumenti indispensabili per combattere la malnutrizione nella zona.

Per chi volesse partecipare tramite Facebook, ecco il link: http://goo.gl/04wzb.
Anche pochi euro possono fare la differenza e sono, per me, auguri graditissimi.

Terrò aperta la campagna di raccolta fondi fino al 26 febbraio. Quindi, se volete partecipare, affrettatevi.

Grazie mille

ps.: i bisogni di Belle Fontaines sono enormi e l’impegno di Terre des Hommes è molto più vasto. Per chi volesse saperne di più e dare una mano più consistente, sono a disposizione.

Raccolta fondi al quadrato: Obama, il mobile fundraising e l’Italia

La notizia è di quelle ghiotte per il mondo del fundraising. La campagna elettorale di Barack Obama si è dotata di una nuova arma per raccogliere donazioni e gestirne il processo sottoscrivendo un accordo con Square, società che ha sviluppato un hardware e delle applicazioni per gestire transazioni attraverso il cellulare (sia per Android che per  Apple).

Qui il video su come funziona:

Come funziona Square

 

Nei prossimi giorni un esercito di volontari, fundraiser, attivisti, organizzatori, si muoveranno per gli Stati Uniti dotati di cellulari strisciando carte di credito e processando donazioni. Una rivoluzione che non solo stimolerà sempre più donazioni e probabilmente donazioni medie più alte, ma che permetterà anche di organizzare in maniera sempre più efficiente il processo di inserimento dati e fidelizzazione, che prima doveva necessariamente passare dallo scambio di tonnellate di carta. Anche per Square, che nei suoi primi 2 anni di vita era riuscita a raggiungere 1 milione di esercenti in tutti gli States, si tratta di una vera e propria rivoluzione che probabilmente imporrà la Start-up fondata da Jack Dorsey (uno dei co-fondatori di Twitter) come uno dei fornitori di servizio più importanti per gli esercenti americani. Profezia scontata, visto che oltre all’”esercente in capo” (come è stato definito Obama da uno degli articolisti americani) anche Romney ha annunciato che sta per stringere un accordo con Square.

Cari fundraiser e cari lettori, immaginate che rivoluzione sarebbe anche per il nostro mondo se dialogatori, volontari, community fundraiser, parrocchie potessero avere a disposizione un simile strumento!

Già… ma il caso della collaborazione fra Square e la campagna elettorale di Obama è anche l’occasione per tornare su alcuni punti che non finirò mai di sottolineare su questo blog e altrove: punti che oggi come oggi ci allontanano da qualsiasi possibilità di avere qualcosa di simile a Square e alla raccolta fondi di Obama in Italia.

Quando parliamo di innovazione, la tecnologia di per sé non è sufficiente per operare delle significative discontinuità nel modo in cui siamo abituati a lavorare. Sarebbe un’illusione crederlo, ma l’esperienza di questi anni mi fa pensare che in molti da domani correranno dietro questa illusione, magari chiedendo a noi delle organizzazioni non-profit di testare e fare pubblicità ai loro prodotti o alle loro piattaforma.

Ma non funziona così. E non esistono scorciatoie. Per portare una tecnologia alla sua maturità c’è bisogno che questa diventi d’uso comune, che ne venga percepita l’utilità nella vita di tutti i giorni e che questa utilità sia reale (anche in rapporto ad altre tecnologie esistenti) e, a volte, che ci sia un momento detonante che la faccia esplodere.

Prendete come esempio le piattaforme di Personal Fundraising (o peer to peer). Sono diventate di uso comune negli Stati Uniti grazie ad emergenze come Katrina, 11 settembre e tsunami: erano lì, pronte per l’uso, costavano relativamente poco, raggiungevano già molte persone grazie a una solida pianificazione marketing, a investimenti cospicui e al coinvolgimento di testimonial, ed erano il modo più veloce e comodo per rispondere a un bisogno immediato: donando, ma anche attivandosi per coinvolgere altri amici in quest’atto di donazione. Il raggiungimento rapido di una massa critica di utenti da parte di piattaforme come Network for Good (o Justgiving in UK) è stato poi il volano per il miglioramento del servizio e per la sua attrattività per donatori e organizzazioni da un lato, per la diffusione di nuove piattaforme dall’altro. In tutto questo, paradossalmente, la tecnologia in sé per sé è un aspetto quasi secondario, come del resto i concorrenti di Apple sanno benissimo.

A costo di essere ripetitivo, c’è una differenza di fondo che mi pare in pochi vogliano cogliere nei tentativi di emulazione italiana: c’è una soglia critica sotto la quale l’innovazione tecnologica è di maniera. A meno che non si riesca a “industrializzarla”, a trasformarla in un bene “desiderabile” o “necessario” o comunque “quotidiano”, a farne percepire il valore d’uso, la differenza rispetto ad altre tecnologie e a caricarla di valori e caratteristiche che la rendono anche interessante… anche la più bella idea non andrà mai da nessuna parte. Sia chiaro: tutto questo ha bisogno di soldi, e spesso molti, perché richiede investimenti promozionali, aggiornamenti costanti alla piattaforma tecnologica, professionisti all’altezza e tutto quello che, non a caso, negli Usa prevede un forte ricorso ai fondi di investimento e a incubatori d’impresa (senza i quali avremmo già dimenticato Google, Youtube, Facebook e molti altri). Oltre che una cultura diffusa di apertura all’innovazione.

Tutte le volte che ho provato a farlo capire a chi voleva coinvolgermi nella sua piattaforma di Personal Fundraising (termine che ho introdotto in Italia nel 2007) in genere è successo che: il progetto, che avevano ovviamente già completato, non è cambiato neanche di una virgola; non sono stato più ricontattato. I progetti in questione, non sto a raccontarvelo, sono quasi sempre morti o lasciati ad appassire

Ora torniamo al caso di Square: qui non stiamo parlando di gente che si è inventata un’idea a basso costo sperando che prima o poi con il passaparola si imponesse. Dietro c’è un hardware innovativo che ha le stesse caratteristiche di praticità ed eleganza dei prodotti Apple (ed è gratuito); una campagna promozionale abbastanza ben costruita; una rete commerciale che è riuscita a raggiungere 1 milione di esercenti; un applicativo anch’esso molto elegante che si interfaccia con il sistema di carte di credito e con i gestionali degli esercenti e gira sia su Android (leader di mercato negli Usa) sia su Apple; ci sono commissioni non particolarmente elevate (inferiori al 3%), ecc. ecc. Mancava qualcosa di detonante che imponesse un’innovazione dal valore chiaramente percepibile come qualcosa di normale nella vita quotidiana delle persone, esaltandone i vantaggi rispetto ad altri strumenti. Ed è qui che è arrivato Obama (e sicuramente è stato cercato e probabilmente ne è stata finanziata la campagna) e le sue migliaia di attivisti che raccoglieranno da milioni di donatori contributi attraverso Square… E il gioco sarà probabilmente fatto, anticipando di forse 3 o 4 anni la diffusione di massa di questa tecnologia… E l’aspetto interessante è che, come è accaduto per il crowdfunding, anche in questo caso sarà stato il fundraising a veicolare il cambiamento.

E ora, di nuovo in Italia: di progetti, come dicevo, in questi anni ne ho visti nascere moltissimi e me ne hanno mostrati moltissimi altri che non hanno mai visto la luce. Ma mai, dico mai, anche quando dietro c’erano grandi banche o multinazionali ho visto una tale consapevolezza delle ragioni che stanno dietro a un successo o alla diffusione di una tecnologia. Mai ho visto un piano di comunicazione. Mai un piano commerciale. Mai l’idea che il fundraising potesse essere una testa di ponte per l’introduzione di servizi innovativi a valore aggiunto. Mai un ragionamento sensato sulle criticità di mercato o su eventuali strumenti concorrenti (in Italia, lo ripeterò fino alla sfinimento, gli SMS solidali stanno minando lo sviluppo delle donazioni online e bloccando l’innovazione). Mai, o quasi mai, un investimento che andasse oltre qualche ora/lavoro di uno sviluppatore.

Ecco perché credo che una raccolta fondi “al quadrato” come quella di Obama, così come il successo delle varie piattaforme di donazione online, siano ancora distanti per il nostro mondo, a meno che… A meno che questa non sia l’occasione per studiare seriamente i modelli di successo (e i fallimenti) e magari provare a usare la loro storia come una modesta check list da seguire prima di buttarsi nell’ennesima idea del secolo… all’italiana.

AAA: Imprenditori profit e sociali all’altezza cercasi!